Dna, individuato un “interruttore” per ripristinare l'udito: lo studio

Salute e Benessere
©Ansa

La scoperta è merito di uno studio condotto dai neuroscienziati dell'americana Northwestern University. Al centro del lavoro di ricerca il ruolo svolto dal gene TBX2 che, a seconda che sia acceso o spento, può consentire di ottenere le cellule ciliate (un tipo di cellule presenti nell'orecchio interno che fungono da recettori sensoriali) dell'orecchio interno o quelle dell'orecchio esterno

ascolta articolo

Una sorta di “interruttore” nel Dna che consente di produrre le due tipologie di cellule ciliate sensoriali dell'orecchio e che potrebbe aprire nuovi spiragli a proposito della possibilità di ripristinare l'udito. Questo il possibile risultato legato alla scoperta dei neuroscienziati dell'americana Northwestern University che hanno lavorato sul tema nell’ambito di uno studio i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista “Nature”.

Il ruolo del gene TBX2

approfondimento

Covid, i possibili effetti cerebrali: danni a udito, olfatto e memoria

Il gene coinvolto, hanno spiegato gli studiosi, si chiama TBX2 e, a seconda che sia acceso o spento, può consentire di ottenere le cellule ciliate (un tipo di cellule presenti nell'orecchio interno che fungono da recettori sensoriali) dell'orecchio interno o quelle dell'orecchio esterno, queste ultime più vulnerabili e danneggiabili a causa del rumore troppo forte, dei farmaci o dell’invecchiamento. Fino a questo studio, i ricercatori erano riusciti a ricreare in laboratorio le cellule ciliate artificiali, ma non erano ancora riusciti ad ottenere gli strumenti adatti per farle differenziare nelle due tipologie, necessarie per lo sviluppo dell'udito. Nello specifico, mancava ancora il modo per farle sviluppare in cellule ciliate dell'orecchio esterno, processo di norma prende vita nell'embrione, con le stesse cellule che non si riproducono più per tutta la vita. Queste cellule hanno riferito ancora gli esperti, si espandono e contraggono in risposta alla pressione esercitata dalle onde sonore e amplificano il suono per le cellule dell'orecchio interno. Queste quindi, a loro volta, trasmettono le vibrazioni ai neuroni per garantire così la percezione del suono.

Il processo analizzato dai ricercatori

Il processo in questione, ha spiegato Jaime Garcia-Anoveros, primo autore dello studio, “è come un balletto”. Infatti, ha continuato, “le cellule esterne si accovacciano e saltano, poi sollevano quelle interne spingendole ulteriormente nell'orecchio”. A decidere i ruoli in questa particolare situazione è un unico gene regista, cioè proprio il TBX2. Gli studiosi, in quest’ottica, hanno scoperto che quando il gene in questione risulta acceso, la cellula si differenzia in una ciliata dell'orecchio interno, mentre quando è spento conduce allo sviluppo di una cellula ciliata dell'orecchio esterno. Una volta raggiunti questi risultati, hanno concluso gli studiosi, l'obiettivo futuro sarà quello di riprogrammare le cellule di supporto che si trovano già nell'orecchio per farle differenziare in cellule sensoriali. Per ottenere questo risultato, occorrerà un cocktail di geni: da una parte ATOH1 e GF1, utili per riprogrammare la cellula non ciliata in una cellula ciliata cocleare e, dall’altra, lo stesso TBX2 per il differenziamento finale.

Salute e benessere: Più letti