"America is back"? Le sfide e le insidie per Joe Biden al G20 di Roma

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di Marco Congiu, corrispondente dagli Stati Uniti

©IPA/Fotogramma

Tra clima ed economia, le mille incognite del 46esimo presidente degli Stati Uniti al vertice della Capitale. L'analisi

"America is back". Quando, a novembre dello scorso anno, Joseph R. Biden viene eletto 46esimo presidente degli Stati Uniti, nelle cancellerie europee si tira un malcelato sospiro di sollievo. I precedenti quattro anni non erano stati facili. Non che ci fossero veri e propri attriti; ma l'amministrazione Trump era dichiaratamente (diciamo così) più votata alla politica interna che a quella internazionale, e più interessata ai problemi domestici che a quelli globali. Il nuovo presidente è invece un veterano della politica estera.

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Entrato al Senato giovanissimo, all'età di trent'anni, ricopre per ben tre volte proprio il ruolo di presidente della Commissione Esteri, guidandola dal 2001 al 2009, anni cruciali per l'impegno militare americano in Afghanistan e in Iraq in risposta agli attentati dell'11 settembre. Eletto vicepresidente degli Stati Uniti nel 2008, nei due mandati con Obama continua a seguire e consigliare il presidente sulle questioni internazionali.

 

Ancor prima di entrare ufficialmente in carica come presidente, svelando i membri chiave del suo futuro governo, Biden intende marcare un chiaro distacco dalla politica "America First" del suo predecessore. Come segretario di Stato nomina Tony Blinken, uno dei diplomatici più apprezzati di Washington, uomo di solide relazioni internazionali per formazione e storia personale; l'ex segretario di Stato John Kerry rientra invece nell'amministrazione come inviato speciale del presidente per il Climate Change. 

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"L'America è tornata - dice Biden - ed è pronta a guidare il mondo con la forza dell'esempio". Così il primo giorno alla Casa Bianca il nuovo presidente mantiene subito una delle promesse della campagna elettorale, riportando gli Stati Uniti nell'Accordo di Parigi per la riduzione delle emissioni inquinanti (dal quale Trump li aveva clamorosamente sfilati). Sembra l'alba di una nuova era del multilateralismo; l'affermazione del principio per cui l'America è un Paese ancora più forte quando lavora insieme ai suoi alleati, con un ruolo da protagonista nei consessi internazionali, dalla Nato all'Onu passando per il Wto.

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È chiaro che con premesse del genere, ci fossero molte (e positive) aspettative sul nuovo corso di Washington. Anche e soprattutto perché il carattere delle sfide che il mondo contemporaneo deve affrontare (una crescita economica inclusiva, la sicurezza internazionale, la risposta a una pandemia mondiale, e ai cambiamenti climatici che investono e riguardano tutto il nostro pianeta) richiedono risposte globali e coordinate. Proprio per questo alcune delle azioni fin qui compiute dal nuovo presidente hanno lasciato perplesso, a dir poco, più di un alleato.

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Sul fronte del commercio internazionale, Biden si è fin qui mostrato nei fatti protezionista almeno quanto Trump. Il nemico numero 1 degli Stati Uniti, oggi, è la Cina. Mentre con la Russia ci sono soprattutto quasi folcloristiche vecchie ruggini da ex-superpotenze che rimembrano i bei vecchi tempi della Guerra Fredda (gli attacchi hacker sono ben altra cosa rispetto ai missili balistici intercontinentali), per Washington Pechino è una concreta minaccia economica prima ancora che politica o militare. Ha materie prime (alcune rarissime e fondamentali), produce (a basso costo) tantissimi semilavorati o beni che sono indispensabili per far funzionare l'America e le sue imprese. I dazi su gran parte delle importazioni cinesi imposti dall'amministrazione precedente come prova di forza muscolare e nel tentativo di spingere la produzione nazionale non sono stati rimossi. E rischiano di pesare sull'economia americana nel contesto di ingolfamento delle catene di distribuzione causato dalla crisi del Covid.

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Nei confronti dell'Europa, Biden ha un sincero e convinto approccio atlantista. Ma il pragmatismo da presidente degli Stati Uniti gli ha finora fatto commettere alcune "gaffe". Subito dopo l'esplosione della pandemia, nel marzo 2020 gli Stati Uniti hanno blindato i propri confini. Quando, un anno dopo, due aziende americane hanno trovato i vaccini, il governo statunitense se ne è accaparrati in grandissima quantità cominciando a distribuirne a ritmo serrato ai suoi cittadini, mentre il resto del mondo (alleati europei compresi) ancora faticava nell'approvvigionamento e nella somministrazione. La situazione si è poi risolta (anzi dal punto di vista della copertura vaccinale addirittura rovesciata), e lo scorso giugno l'Unione Europea ha riaperto le proprie frontiere ai viaggi dagli Usa. Washington non lo ha ancora fatto (gli ingressi saranno nuovamente consentiti solo dal prossimo 8 novembre), provocando prima sorpresa e poi irritazione in tutto il Vecchio Continente.

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Ancora più grave è stata la crisi causata dal caotico (altro eufemismo) ritiro dall'Afghanistan di fine agosto. Previsto da oltre un anno (lo decise Trump), annunciato da mesi (Biden lo disse in primavera) e pure posticipato (11 settembre 2021 invece che maggio), e ciononostante a quanto pare mai davvero concertato e dettagliato con gli alleati europei che per vent'anni avevano combattuto accanto agli statunitensi in una campagna lanciata per rispondere all'attacco all'America.

 

Poche settimane dopo, un altro clamoroso "sgarbo" ha provocato una crisi diplomatica senza precedenti con uno degli alleati storici. Il governo americano ha annunciato un accordo in partnership con il Regno Unito per fornire una flotta di sottomarini nucleari all'Australia, e rafforzare le difese in un'area - quella indopacifica - di crescente interesse (leggi, ancora: Cina). Peccato che la stessa commessa militare, una sessantina di miliardi di dollari di valore, se la fosse aggiudicata la Francia anni fa. Apriti cielo: Parigi ha ritirato l'ambasciatore a Washington (e Canberra), i vertici delle istituzioni europee hanno tuonato minacciando addirittura di "rivedere le relazioni" transatlantiche. La Casa Bianca è corsa ai ripari, mostrando prima sincera sorpresa, poi cospargendosi il capo di cenere e ammettendo di aver mancato nell'informare l'alleato di voler agire solo per garantire agli australiani una migliore soluzione dal punto di vista militare. Ma intanto l'amministrazione ha fatto una pessima figura, e il presidente Biden ci sta ancora mettendo una toppa, e al G20 incontrerà personalmente Macron.

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Il dossier più scivoloso per Biden a Roma sarà però il clima. Gli Stati Uniti sono, dopo la Cina, il terzo Paese più inquinante al mondo per quanto riguarda l'emissione di Co2. All'opposto di Trump, che era un negazionista del cambiamento climatico, il presidente Biden si è proposto come il campione nella lotta al surriscaldamento globale. Ha lanciato un piano per (sostanzialmente) riconvertire tutta l'economia americana alle fonti energetiche rinnovabili entro il 2050, di gran lunga il più ambizioso del pianeta. Un'economia che da due secoli e mezzo si fonda e prospera sullo sfruttamento intensivo della sua terra (carbone, petrolio) dovrebbe arrivare a emissioni zero in meno di trent'anni.

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Molte volte, in diversi ambiti, Biden ha spiegato che il suo motto alla Casa Bianca è "go big" ("pensa in grande"). Come strategia negoziale, ha i suoi vantaggi: Biden punta a 100 per ottenere 50. Ma ha anche una controindicazione, che in America chiamano "over-promising". Promettere risultati molto ambiziosi significa infatti con ogni probabilità anche deludere molte aspettative. Riconvertire non è gratis, e non è nemmeno immediato. Il piano di Biden va pagato. Chiudere interi settori industriali (come quello estrattivo) significa lasciare a casa centinaia di migliaia di lavoratori e deprimere intere aree del Paese; riconvertirne altri (come quello dell'automotive) o aprirne di nuovi (appena annunciato un piano per costellare le coste Usa di enormi pale eoliche) significa spendere migliaia di miliardi.

 

E qui arriviamo al punto: il Congresso americano non ha nessuna intenzione di firmare quell'assegno (che per inciso sarebbe da 3500 miliardi di dollari). Quindi Biden rischia di arrivare al G20, ma soprattutto al successivo vertice di Glasgow sul clima, con un progetto molto sgonfiato rispetto alle premesse (e alle promesse). Facendo serpeggiare tra i corridoi del vertice una insidiosa domanda: davvero "America is back"?

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