Giulio Regeni, quattro anni dalla morte del giovane ricercatore ucciso in Egitto: il caso

Cronaca

Il ricercatore friulano, nato il 15 gennaio 1988, scompare al Cairo il 25 gennaio 2016. Il suo corpo viene trovato martoriato per strada 9 giorni dopo. Da allora la Procura di Roma cerca i colpevoli dell'omicidio nonostante i depistaggi. I genitori: "Non molliamo"

“Verità per Giulio Regeni”. È la scritta che campeggia su striscioni e manifesti, che si legge su braccialetti e spille, tutti rigorosamente gialli. Ma a distanza di quattro anni, quella verità non è ancora scritta. E questo nonostante la tenacia di due genitori che non si arrendono e del lavoro degli inquirenti italiani che non si danno per vinti. Giulio Regeni (CHI ERA), 28 anni, è scomparso al Cairo il 25 gennaio 2016 e il suo cadavere è stato ritrovato nove giorni dopo, torturato e ucciso per motivi apparentemente sconosciuti. Da allora le indagini hanno cercato di trovare i colpevoli, fra l’assenza di collaborazione dell’Egitto e i continui depistaggi. Le procure del Cairo e di Roma, nonostante le promesse egiziane di un incontro, devono ancora riprendere i contatti e quindi la collaborazione per arrivare alla verità. Intanto, nel dicembre 2019 sono partiti i lavori della Commissione parlamentare d'inchiesta. Proprio durante un'audizione della Commissione il duro atto d'accusa della Procura di Roma: "È finito nella ragnatela degli apparati egiziani ed è stato torturato per giorni. Dopo la sua morte almeno 4 depistaggi".

La scomparsa e la morte

Il 25 gennaio del 2016 il giovane ricercatore di Fiumicello esce di casa, al Cairo, per andare in piazza Tahrir. Ma non ci arriverà mai perché scompare a una fermata della metropolitana, non lontana dal centro. Il suo corpo, seminudo e con segni evidenti di tortura, viene ritrovato il 3 febbraio lungo la superstrada che collega il Cairo con Giza. Del suo corpo, riportato in Italia pochi giorni dopo, sua mamma Paola dirà: "Su quel viso ho visto tutto il male del mondo e ho detto: perché si è riversato su di lui?". L’inchiesta parte subito.

I depistaggi

La Procura del Cairo e quella di Roma avviano inchieste parallele e gli inquirenti si incontrano fin da maggio 2016. Ma dalla città egiziana iniziano ad arrivare i primi depistaggi. Dall’incidente all’omicidio passionale, fino allo spaccio di droga: sono gli inverosimili moventi che il Cairo prova ad affibbiare al caso del ricercatore torturato. Fino ad arrivare all’uccisione di cinque presunti sospettati dell’omicidio, il 24 marzo 2016. A casa di uno dei cinque, morti in un conflitto a fuoco con la polizia, viene ritrovato il passaporto di Giulio, ma le indagini successive verificheranno che a portare lì il documento è stato un agente della National security, i servizi segreti civili egiziani.

La pista dei servizi segreti

Ed è proprio su di loro che si concentrano le indagini di piazzale Clodio: secondo i Pm italiani Regeni, che si trovava in Egitto per svolgere un dottorato sui sindacati di base egiziani per conto dell’Università di Cambridge, viene torturato e ucciso perché ritenuto una spia. Si appurerà in seguito che a venderlo ai servizi segreti civili è stato il capo degli ambulanti, Muhammad Abdallah, con cui il ricercatore era venuto in contatto per i suoi studi. Un anno dopo la scomparsa di Giulio, compare un video in cui il giovane ricercatore incontra Abdallah e quest’ultimo cerca di incastrarlo con una richiesta di denaro. 

Le reticenze del Cairo

Nel proseguire le indagini, la Procura del Cairo continua a mostrarsi reticente nell’aiutare l’Italia. Tra le altre cose, agli investigatori italiani viene concesso di interrogare alcuni testimoni solo per pochi minuti, dopo che gli stessi erano già stati interrogati per ore dalla polizia egiziana. Inoltre si scopre che le riprese video delle telecamere installate nella stazione della metro dove Giulio è scomparso sono state cancellate e quindi non più reperibili. Solamente mesi dopo l’inizio delle indagini i Pm egiziani ammetteranno per la prima volta che il ricercatore era stato effettivamente controllato e indagato dalla polizia. Controlli che però non avevano fatto emergere alcuna prova contro il giovane.   

La svolta nelle indagini

Nel dicembre 2018 arriva la svolta delle indagini italiane. La Procura di Roma iscrive nel registro degli indagati il nome di cinque militari egiziani ritenuti responsabili del sequestro di Regeni. Nei loro confronti il procuratore capo Giuseppe Pignatone e il sostituto Sergio Colaiocco contestano il reato di concorso in sequestro di persona. Un reato commesso, secondo gli inquirenti, in concorso con altri soggetti che restano però ignoti, e che era emerso in un’informativa degli agenti del Ros e dello Sco un anno prima. Ma oltre questo risultato i Pm non possono andare: spetta infatti alla diplomazia e alla politica chiedere alla procura del Cairo di perseguire in patria gli assassini di Giulio. A maggio 2019 un supertestimone che, secondo quanto scrivono ilCorriere della Sera e la Repubblica, ascoltò una conversazione proprio tra uno degli agenti responsabili del rapimento e un altro poliziotto africano, rivela che Regeni fu ucciso dai servizi di sicurezza egiziani perché creduto una spia inglese. Sempre a maggio, il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi annuncia di sostenere formalmente la rogatoria della Procura di Roma sul caso.

I rapporti diplomatici

Il braccio di ferro tra Italia ed Egitto non è solo giudiziario, ma anche diplomatico. La prima decisione in merito risale all’8 aprile del 2016 quando Roma richiama il proprio ambasciatore al Cairo, lamentando la scarsa collaborazione egiziana nelle indagini. Una decisione che viene poi revocata il 15 agosto del 2017, quando l’Italia nomina un nuovo ambasciatore e i rapporti diplomatici riprendono tra le polemiche dei genitori di Giulio e dei loro sostenitori. Rapporti che sono continuati e persistono, nonostante gli appelli di chi chiede “verità per Giulio”. Il 26 gennaio 2019, il presidente della Camera Roberto Fico accusa il presidente egiziano Al-Sisi di "aver mentito" sull'omicidio. Fico ricorda il suo incontro col presidente egiziano nel settembre 2018 e la promessa che gli fece: "Rimuoverò ogni ostacolo". "Non è accaduto nulla. Quindi quelle di Al Sisi sono state parole false", attacca. Ad aprile 2019 il premier Giuseppe Conte, dopo aver incontrato Al Sisi, afferma che sul caso Regeni "c'è insoddisfazione perché a distanza di tempo non c'è ancora nessun concreto passo avanti che ci lasci intravedere un accertamento dei fatti plausibile". 

La battaglia dei genitori 

Paola Deffendi e Claudio Regeni in questi anni non hanno mai smesso di chiedere verità e giustizia per l'omicidio del figlio. Nel maggio 2018 Paola ha iniziato uno sciopero della fame contro il fermo disposto dalle autorità egiziane nei confronti di Amal Fathy, moglie di Mohamed Lotfy, direttore esecutivo della Ong "Commissione egiziana per i diritti e le libertà (Ecrf)" che sta assistendo la famiglia Regeni sul territorio. "Trovino i responsabili e ci ridiano i vestiti che nostro figlio aveva quando è stato ritrovato ucciso", è l'appello lanciato da entrambi in tv nel febbraio 2019. Ad aprile si rivolgono al premier Conte: "Le chiediamo di essere determinato e incisivo con il presidente egiziano, di andare oltre ai consueti proclami e promesse". Nel maggio 2019 inviano una lettera direttamente ad Al Sisi: “Non possiamo più accontentarci delle sue condoglianze né delle sue promesse mancate”, scrivono.

L'incontro con Di Maio

Il 7 ottobre 2019 si è tenuto l'incontro alla Farnesina con Luigi Di Maio, arrivato come risposta all'appello lanciato dai genitori di Regeni al nuovo ministro degli Esteri, dopo la nascita del governo Conte bis. Secondo Di Maio, per l'Italia è arrivato il momento di cambiare passo e atteggiamento perché lo stallo con l'Egitto sull'omicidio di Giulio Regeni non è più tollerabile. "È stato un incontro molto importante. Speriamo in un cambio di passo anche nei confronti della controparte egiziana", sono le parole del padre di Giulio.

La lettera della procura del Cairo: "Torniamo a cooperare"

Il 22 ottobre 2019, a quasi un anno dagli ultimi contatti, la procura egiziana ha inviato una lettera alla procura della Repubblica di Roma esprimendo la volontà di voler "fare progressi nel campo della cooperazione giudiziaria" tra Roma e Il Cairo nelle indagini. Nella lettera, il procuratore generale egiziano Hamada al Sawi invita formalmente il procuratore capo di Roma ad un incontro al Cairo. Obiettivo "confermare la volontà di fare progressi nel campo della cooperazione giudiziaria tra i due Paesi nelle indagini sul caso Regeni". I contatti tra le due Procure, però, devono ancora riprendere. Durante la conferenza di fine anno il premier Giuseppe Conte ha spiegato: "Da Al Sisi ho avuto la massima garanzia che con il nuovo procuratore si metterà di nuovo in moto la cooperazione che si era interrotta".

Parte la Commissione parlamentare d'inchiesta

Un mese e mezzo dopo, il 3 dicembre 2019, entra a regime la Commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, approvata dalla Camera dei deputati il 30 aprile precedente, con l'elezione a presidente del deputato di Liberi e uguali Erasmo Palazzotto. La Commissione avrà 12 mesi di tempo per verificare "fatti, atti, condotte omissive che abbiano costituito ostacolo, ritardo o difficoltà all'accertamento giurisdizionale" sul rapimento e la violenta uccisione di Giulio Regeni.

L'atto d'accusa dei pm di Roma: "Torturato per giorni, finito nella rete degli apparati egiziani"

Durante un'audizione della Commissione, il 17 dicembre 2019, arriva un duro atto d'accusa della Procura di Roma. Il sostituto procuratore di Roma, Sergio Colaiocco, e il procuratore facente funzioni, Michele Prestipino, parlando di "almeno 4 depistaggi delle autorità egiziane sulla morte di Giulio Regeni". Il ricercatore - hanno detto i due pm in audizione - è stato torturato per giorni, ucciso con calci e pugni, colpi di bastone e mazze. Ed è morto presumibilmente il primo febbraio 2016, per la rottura dell'osso del collo. Regeni è finito nella rete degli apparati egiziani, con la complicità di chi lo conosceva: il suo coinquilino avvocato, il sindacalista degli ambulanti e Noura Whaby, la sua amica che lo aiutava nelle traduzioni. I genitori di Giulio Regeni hanno apprezzato le parole dei due procuratori: "In questi anni abbiamo dovuto lottare contro violenze, depistaggi, omertà, prese in giro e tradimenti. Siamo grati ai nostri procuratori e alle squadre investigative per il lavoro instancabile".

"Almeno quattro depistaggi"

L'attività di indagine - svolta da Sco e Ros - ha fatto emergere almeno quattro azioni di depistaggio, partite subito dopo i fatti con il tentativo, attraverso l'autopsia, di far passare come causa del decesso le conseguenze di un incidente stradale. E poi il collegamento del decesso di Regeni "a un movente sessuale: Regeni viene fatto ritrovare nudo", ha spiegato il pm Colaiocco. Il terzo tentativo è il racconto di un ingegnere, che poi ammetterà di aver ricevuto istruzioni da un ufficiale della Sicurezza nazionale, di aver visto Regeni litigare con una persona straniera non lontano dal consolato italiano. Gli accertamenti della Procura hanno dimostrato che in quel momento Giulio era a casa a vedere un film. Il quarto tentativo è legato all'uccisione di cinque soggetti appartenenti ad una banda criminale morti nel corso di uno scontro a fuoco. Per gli inquirenti egiziani erano stati loro gli autori dell'omicidio.

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