Introduzione
È passato esattamente un anno da quando, il 20 gennaio 2025, Donald Trump giurava come 47° presidente degli Stati Uniti, iniziando così il suo secondo mandato - non consecutivo - alla Casa Bianca. "L'età dell'oro comincia adesso", prometteva il tycoon, dalla Rotonda del Campidoglio, a Washington. Ora, 365 giorni dopo, si può tracciare un bilancio: dai dazi alle guerre, fino alla politica interna. Ecco cosa è successo negli ultimi 12 mesi, e con che conseguenze
Quello che devi sapere
I dazi
Uno dei pilastri della politica economica della nuova amministrazione Trump è quello dei dazi. Annunciati, per vari Paesi, quelli dell'Ue compresi, poi ritrattati. Alle minacce iniziali sono seguiti, in molti casi, accordi con i singoli interlocutori. Come nel caso del Regno Unito e dell’Unione Europea che, quest’estate, è arrivata all’intesa con Washington: c’è una tariffa onnicomprensiva del 15% che prevede però una serie di eccezioni per alcune tipologie di prodotti, con percentuali che possono essere più alte ma anche più basse rispetto a quella soglia. Altri Paesi e altre aree del mondo hanno dovuto accettare condizioni finali decisamente più sfavorevoli.
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Le prime analisi sugli effetti dei dazi
Secondo una recente analisi della Cnn, le ingenti tariffe non hanno aumentato drasticamente il costo della vita nel 2025. Ma la situazione potrebbe cambiare nel 2026. Gli Stati Uniti hanno incassato 187 miliardi di dollari in più di entrate tariffarie nel 2025 rispetto al 2024, con un aumento di quasi il 200%. Al momento, i costi principalmente sono stati delle aziende. Ma ora si avvicina il momento in cui le società inizieranno a scaricare questi costi sui clienti. "Molti dei nostri clienti non volevano in realtà scaricare i costi, ma ora sono costretti a farlo", ha affermato Kyle Peacock, responsabile di Peacock Tariff Consulting. Molti hanno scelto di farlo immediatamente all'inizio del nuovo anno, mentre altri prevedono di aspettare fino alla fine del primo o del secondo trimestre, ha aggiunto.
Gli economisti di Goldman Sachs hanno stimato che i dazi abbiano causato un aumento dell'inflazione di mezzo punto percentuale nel 2025, più o meno in linea con la dichiarazione del presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, del mese scorso, secondo cui i dazi di Trump erano responsabili dell'intero aumento dell'inflazione al di sopra dell'obiettivo annuo del 2% della Banca centrale (che ha chiuso l'anno al 2,7%). Goldman prevede che l'inflazione aumenterà di tre decimi di punto percentuale solo nei primi sei mesi di quest'anno, secondo una nota pubblicata a fine dicembre.
L'andamento dell'economia Usa
Ad ogni modo, il 2025 si è chiuso con il segno più per l’economia americana. Il Pil Usa è aumentato del 4,3% nell’ultimo trimestre per il quale ci sono dati disponibili, cioè quello che va da luglio a fine settembre. Decisivo è risultato essere il comportamento dei consumatori che hanno incrementato le loro spese (+3,5%).
Intanto, nel suo discorso alla Nazione, a dicembre, Trump ha promesso agli americani un boom economico, puntando il dito contro il predecessore democratico Joe Biden per i prezzi elevati e le difficoltà che hanno investito gli americani negli ultimi anni. "Ho ereditato un disastro", ma ora "l'America è tornata".
I licenziamenti e i tagli al governo federale
Va anche ricordato che, fin dai primi giorni del suo secondo mandato, il presidente ha posto molta della sua attenzione sull'assetto del governo federale e dei suoi organi. E presto sono stati disposti licenziamenti di massa, smantellamenti di intere agenzie e la radicale ristrutturazione di altre, nonché tagli drastici ai finanziamenti. Ad essere intaccati sono stati vari dipartimenti, il loro personale e i loro flussi di finanziamento. A capo di queste operazioni, come guida del Dipartimento per l'Efficienza Governativa (Doge), Trump aveva nominato il patron di Tesla Elon Musk che, però, dopo pochi mesi, ha lasciato il suo ruolo non senza polemiche.
Dopo i tagli del 2025, il governo degli Stati Uniti è entrato nel 2026 con una forza lavoro molto più ridotta e una serie di priorità riorientate che hanno spostato personale e fondi da questioni come gli aiuti esteri, la diversità, l'equità e l'inclusione e lo sviluppo dei vaccini, ritenuti non in linea con la nuova agenda di Trump.
Gaza
Guardando invece all'estero, in questi 12 mesi alla Casa Bianca, Trump ha detto, più volte, di aver risolto molte guerre, tanto da aspirare a vincere il Premio Nobel per la Pace. Gli sforzi del presidente si sono concentrati soprattutto sulla guerra tra Israele e Hamas, e sulla situazione a Gaza. Trump è stato il promotore dell'accordo di pace per Gaza firmato a ottobre a Sharm el Sheikh. Lo stesso Trump ha annunciato alla Knesset, il parlamento israeliano, “un'alba storica di un nuovo Medio Oriente" (IL TESTO INTEGRALE). Anche se è stato raggiunto un accordo, le tensioni nella Striscia sono continuate anche dopo la firma. E proprio di recente, il 3 gennaio, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha chiesto a Israele di porre fine al divieto imposto alle agenzie umanitarie che fornivano aiuti a Gaza, affermando di essere “profondamente preoccupato” per la situazione.
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Ucraina e Russia
Dal suo insediamento, Trump ha detto più volte che avrebbe subito posto fine al conflitto tra Russia e Ucraina. Ma la guerra imperversa ancora oggi. Ad agosto si è tenuto un vertice in Alaska, proprio tra Trump e il presidente russo Putin. Entrambi i leader hanno parlato di "progressi" e "accordi", ma senza entrare nei dettagli. Nei mesi successivi Trump ha tenuto i contatti sia con Mosca che con Kiev, poi, a novembre, il presidente ha presentato un piano in 28 punti per arrivare alla pace. Le trattative sono proseguite, anche se di recente il tycoon ha affermato di "non essere contento di Putin, sta uccidendo troppe persone".
L'attacco all'Iran
A giugno 2025, dopo nove giorni di bombardamenti israeliani, Trump ha deciso di schierarsi apertamente al fianco dello Stato ebraico contro Teheran con il massimo della potenza militare possibile. Un attacco ha colpito i tre siti nucleari di Fordow, Natanz ed Esfahan. Il capo del Pentagono, Pete Hegseth, ha sostenuto che gli Usa hanno "devastato il programma nucleare iraniano".
Le tensioni con Teheran sono proseguite anche successivamente. E, a inzio 2026, nel Paese, si sono accese le proteste contro la situazione economica e contro il governo. Decine di migliaia le vittime. E Internet è stato bloccato dal governo. Trump, in questo scenario, ha più volte ipotizzato un intervento degli Usa.
Venezuela
Ma l'azione della politica estera di Trump è andata ben oltre Ucraina e Medio Oriente. Con l'Operazione Absolute Resolve (Determinazione Assoluta), alle 2 di notte del 3 gennaio 2026 (le 7 in Italia, ndr), forti esplosioni durate circa 15 minuti hanno colpito Caracas, in Venezuela. Il governo venezuelano ha subito "denunciato la gravissima aggressione militare" degli Stati Uniti, poi rivendicata dallo stesso Trump. Maduro e la moglie sono stati catturati mentre dormivano. Detenuti a bordo della nave Iwo Jima, sono poi arrivati a New York, dove sono stati incriminati.
Il raid venezuelano si inserisce nella più ampia operazione 'Southern Spear' contro il narcotraffico, ingaggiata dagli Usa i mesi scorsi nel mar dei Caraibi. In molti hanno però evidenziato come gli interessi americani siano più ampi, come di fatto ha poi detto anche Trump: Washington sarà "fortemente coinvolta nell'industria petrolifera del Venezuela", che ha alcune tra le più grandi riserve del pianeta. Intanto Trump ha già fatto sapere che gli Usa gestiranno “il Paese fino a quando potremo farlo", in attesa di una transizione "sicura”.
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La dottrina Monroe
Va ricordato che Trump ha citato la dottrina Monroe - enunciata nel 1823 dal presidente James Monroe - per giustificare l'attacco portato avanti in Venezuela. Il tycoon ha promesso di "riaffermare e far rispettare” proprio la dottrina Monroe "per ripristinare la preminenza americana nell'emisfero occidentale e per proteggere il Paese", come si legge nella sua nuova National Security Strategy all'insegna dell'America First.
In sostanza, quindi, si può dire che il presidente americano abbia deciso di rivendicare l'influenza statunitense nella regione occidentale e soprattutto americana, quindi anche fuori anche dai confini Usa, con un assetto di espansionismo e interventismo.
Le critiche e gli avvertimenti a Cuba, Colombia e Messico
E quindi non stupisce che il Venezuela non sia l’unico fronte della politica estera a cui guarda Washington. A sole 24 ore di distanza dall’attacco a Caracas, il segretario di Stato Marco Rubio ha fatto sapere che, nel mirino degli Usa, potrebbe esserci anche Cuba: "Il governo cubano è un grosso problema. Penso che siano in grossi guai".
Non solo. Di interesse è anche la Colombia che, secondo Trump, "è governata da un uomo malato a cui piace produrre cocaina, ma non ancora per molto”, perché nel Paese è possibile una “missione statunitense simile” a quella venezuelana. Poi c'è il Messico che "deve darsi una regolata, dobbiamo fare qualcosa”, anche se la sua presidente Claudia Sheinbaum è “una persona fantastica, le offro ogni giorno di inviare truppe".
Il caso della Groenlandia
In questo suo secondo mandato alla Casa Bianca, Trump guarda con moltissimo interesse anche alla Groenlandia. Dopo il tentativo di acquisto nel 2019, ora il presidente parla apertamente di annessione e, a dicembre 2025, ha nominato anche un inviato speciale per seguire la questione. Si tratta del governatore della Louisiana, Jeff Landry.
A gennaio 2026, in un'intervista rilasciata a The Atlantic, il tycoon ha ribadito: "Abbiamo assolutamente bisogno della Groenlandia". E, in seguito, ha annunciato dazi del 10% a Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda e Finlandia da febbraio, al 25% da giugno, "finché non verrà raggiunto un accordo per l'acquisto completo e totale" dell'isola.
La lotta all'immigrazione e il caso Good
Tornando a tematiche interne, invece, un altro pilastro dell'amministrazione Trump è quello della lotta e della repressione dell'immigrazione. Le tensioni sono esplose, in particolare, dopo che, l'8 gennaio, un agente dell'Ice (Immigration and Customs Enforcement ), durante un raid anti-migranti a Minneapolis, ha sparato e ucciso una donna americana di 37 anni, Renee Nicole Good, mentre si trovava nella sua auto. Dopo l'omicidio, migliaia di persone sono scese in piazza, in diverse città americane, per protestare contro questo tipo di violenza.
In difesa dell’agente è intervenuto lo stesso Trump. "Ha sparato in autodifesa". Il sindaco di Minneapolis Jacob Frey ha criticato la sparatoria, definendola l'azione di "un agente che ha usato il proprio potere in modo sconsiderato, con il risultato che una persona è morta, è stata uccisa".
L'indice di gradimento di Trump
Intanto, secondo recenti dati analizzati anche dal New York Times, il presidente sta attraversando un periodo di bassi indici di gradimento.
E secondo i dati di diversi sondaggi, emerge che dopo la convincente vittoria alle elezioni presidenziali del 2024, con il 49,8% dei voti, la popolarità di Trump è andata calando costantemente. Entro il giorno dell'insediamento, il 20 gennaio 2025, il suo consenso era sceso al 47%. E, secondo il sondaggio Gallup di dicembre 2025, si attestava al 36%.
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