Trump: "Non possiamo fare a meno della Groenlandia". Premier danese: "Basta minacce"

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In un'intervista telefonica a The Atlantic, il presidente americano ha detto che l'isola artica è necessaria agli Usa "per motivi di difesa". A stretto giro la replica di Mette Frederiksen che ha esortato Washington a "porre fine alle minacce contro un alleato storico"

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Donald Trump è tornato a parlare dopo il blitz americano in Venezuela del 3 gennaio. E, in un'intervista telefonica a The Atlantic, il presidente si è concentrato sulla nuova leader venezuelana Delcy Rodriguez. Se "non fa quello che è giusto, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di quello di Maduro", l’avvertimento del tycoon. "La ricostruzione e il cambio di regime, come volete chiamarli, sono meglio di quello che c'è adesso" in Venezuela. "Non potrebbe andare peggio", ha aggiunto Trump (TUTTE LE NEWS IN DIRETTA). Poi un passaggio anche sulla  Groenlandia. Gli Stati Uniti ne hanno bisogno per motivi di difesa, ha detto Trump nell'intervista al The Atlantic. "Abbiamo assolutamente bisogno della Groenlandia", ha sottolineato il tycoon. Ma la replica danese non ha tardato ad arrivare e, in serata, la premier della Danimarca, Mette Frederiksen, ha esortato gli Stati Uniti a "porre fine alle minacce contro un alleato storico". 

Trump e le affermazioni sulla Groenlandia

Le affermazioni di Trump sulla Groenlandia sono arrivate poche ore dopo una polemica nata oggi, 4 gennaio, proprio su questo territorio. L’ambasciatore danese negli Stati Uniti, Jesper Møller Sørensen, infatti è intervenuto su X rispondendo a un post della podcaster di destra Katie Miller, moglie di Stephen Miller, tra i più stretti collaboratori di Trump alla Casa Bianca. Dopo l'operazione Usa in Venezuela la donna aveva condiviso una mappa modificata della Groenlandia coperta dalla bandiera degli Stati Uniti sul suo profilo X, con il commento: "Presto la Groenlandia!", suscitando la reazione delle autorità danesi. In particolare, l'ambasciatore a Washington ha risposto ribadendo: "Ci aspettiamo il pieno rispetto dell'integrità territoriale del Regno di Danimarca", sottolineando che con gli Usa "siamo stretti alleati e dovremmo continuare a lavorare insieme come tali".

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"Quando serve, il cambio di regime è giusto"

Tornando al Venezuela, va sottolineato che Trump ha decisamente cambiato idea riguardo alle politiche di 'cambio di regime' e alla dottrina del 'nation building' care ai suoi predecessori e tante volte obiettivo delle sue critiche. "La ricostruzione non è una cosa negativa nel caso del Venezuela. Il Paese è andato all'inferno. È un Paese fallito. È un Paese totalmente fallito. È un disastro sotto ogni punto di vista", ha spiegato a The Atlantic. In un discorso del dicembre 2016, Trump, da presidente eletto, dichiarò però che gli Stati Uniti "avrebbero smesso di correre per rovesciare regimi stranieri di cui non sappiamo nulla". Quell'anno aveva condotto una campagna contro il nation building, sostenendo che il Paese dovesse concentrarsi sulla ricostruzione interna invece che su nazioni come Iraq e Afghanistan. Quando The Atlantic gli ha chiesto perché il nation building e il cambio di regime in Venezuela sarebbero stati diversi da iniziative simili cui si era precedentemente opposto, Trump ha suggerito di porre la domanda all'ex presidente George W. Bush. "Non sono stato io a occuparmi dell'Iraq. Quello è stato Bush", ha detto. Trump ha poi affermato di credere che gli Stati Uniti debbano mantenere il controllo sull'emisfero occidentale,

invocando la sua versione della Dottrina Monroe del XIX secolo che chiama

il "Dottrina Donroe". Ma nell'intervista ha affermato anche che la decisione di

portar via il presidente venezuelano Maduro non è stata presa semplicemente per

motivi geografici. "Non è un problema di emisfero. È un problema di Paese. Sono i singoli paesi", ha detto.

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