Festival di Venezia, Qui Rido io, Mario Martone racconta la vita di Eduardo Scarpetta

Cinema

Paolo Nizza

Gli amori e la carriera del grande commediografo e attore napoletano, padre di Titina, Eduardo e Peppino De Filippo. SEGUI LA DIRETTA

Vedi Napoli e poi ridi. Parafrasando il celebre motto, Mario Martone con Qui Rido Io, in concorso alla 78.ma Mostra del Cinema di Venezia (LA DIRETTA LO SPECIALE) trasporta sullo schermo l’epopea di Eduardo Scarpetta. Un film succulento quanto un casatiello, saporito come un’insalata di rinforzo. Un’opera che inquadratura, dopo inquadratura, “pippia”, parimenti al ragù napoletano. A fuoco lento, il regista mette in scena la vita e gli amori del più importante commediografo partenopeo. L’indimenticato autore di Pièce come “Na Santarella” o “Miseria e Nobiltà”, nonché padre di nove figli, tra cui Titina, Eduardo e Peppino De Flippo, mai riconosciuti ma determinanti per la vicenda raccontata dalla pellicola.

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Qui rido io, la miseria e la nobiltà di Scarpetta

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Già dalla prima inquadratura di Qui rido io, si capisce quanto Scarpetta sia innamorato della vita e di se stesso. L’autore azzanna con piacere una pizza a portafoglio. E con la medesima voracità, divora la scena nei panni di Felice Sciosciammocca. Con gli occhi bistrati, dinoccolato più di Pinocchio, l’attore si trasfigura in una maschera con la bocca perennemente aperta. Un antieroe, piccolo borghese e ambizioso, consapevole che la “la vera miseria è la falsa nobiltà - “Un personaggio che ha sostituito Pulcinella nel cuore del pubblico napoletano. E tra palco e realtà, tutto il mondo diventa un palcoscenico. E i frizzi, i lazzi e le battute della commedia si confondono con la quotidianità.

Toni Servillo  e un cast straordinario

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Qui Rido io, la trama, il cast e del film in concorso a Venezia 78

 

Tra compagne, amanti, colleghi, amici, nemici, figli legittimi e illegittimi, la vita di Eduardo Scarpetta è un’epifania di volti. Insomma, una famiglia molto più che allargata, anzi una vera e propria tribù. E va riconosciuto a Martone di aver azzeccato tutti gli interpreti: dai protagonisti principali ai camei. Ça va sans dire Toni Servillo è sempre una certezza. L’attore ci offre tutte le sfumature di un personaggio carismatico ed egotico, perennemente sospeso tra luci e ombre. Da applausi tutte le performance femminili: da Maria Nazionale (Rosa De Filippo Scarpetta) a Cristiana Dell’Anna (Luisa De Filippo) sino ad Antonia Truppo (Adelina De Renzis). Notevoli pure le partecipazioni di Roberto De Francesco (Salvatore Di Giacomo) e Lino Musella (Benedetto Croce). Indimenticabile il Gabriele D’Annunzio di Paolo Pierobon, sovente afflitto da una cefalea ostinatissima e accompagnato da spettrali muse dagli occhi bistrati.

Mario Martone e il potere della risata

Dal verso dannunziano” La fiamma è bella tramutata” in “La fava è bella” al classico scongiuro “Aglio, fravaglio, fattura ca nun quaglio, corna, bicorna, capa r'alice e capa r'aglio”. Qui rido io gioca con gli stilemi della tradizione napoletana. E in fondo il film è un invito a ridere del tempo che passa. Le fasi della vita di Scarpetta son scandite dal personaggio di Peppiniello di Miseria e Nobiltà, interpretato in ordine di tempo da Titina, Eduardo e Peppino De Filippo. E la celebre battuta “Vincenzo m’e padre a me”, è la giusta epigrafe per il romanzo di un uomo come Eduardo Scarpetta che fu soprattutto un grande. In fondo tutti recitiamo una parte e sarà una risata che ci seppellirà.

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Agli inizi del ‘900, nella Napoli della Belle Époque, splendono i teatri e il cinematografo. Il grande attore comico Eduardo Scarpetta è il re del botteghino. Il successo lo ha reso un uomo ricchissimo: di umili origini si è affermato grazie alle sue commedie e alla maschera di Felice Sciosciammocca che nel cuore del pubblico napoletano ha soppiantato Pulcinella. Il teatro è la sua vita e attorno al teatro gravita anche tutto il suo complesso nucleo familiare, composto da mogli, compagne, amanti, figli legittimi e illegittimi tra cui Titina, Eduardo e Peppino De Filippo. Al culmine del successo Scarpetta si concede quello che si rivelerà un pericoloso azzardo. Decide di realizzare la parodia de La figlia di Iorio, tragedia del più grande poeta italiano del tempo, Gabriele D’Annunzio. La sera del debutto in teatro si scatena un putiferio: la commedia viene interrotta tra urla, fischi e improperi sollevati dai poeti e drammaturghi della nuova generazione che gridano allo scandalo e Scarpetta finisce con l’essere denunciato per plagio dallo stesso D’Annunzio. Inizia, così, la prima storica causa sul diritto d’autore in Italia. Gli anni del processo saranno logoranti per lui e per tutta la famiglia tanto che il delicato equilibrio che la teneva insieme pare sul punto di dissolversi. Tutto nella vita di Scarpetta sembra andare in frantumi, ma con un numero da grande attore saprà sfidare il destino che lo voleva perduto e vincerà.

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