La nuova iniziativa di boicottaggio culturale pubblicata dal gruppo Film Workers for Palestine contrasta le istituzioni considerate complici "nell’insabbiamento”, nella “giustificazione del genocidio e dell’apartheid” o nella “collaborazione con il governo che li commette". Tuttavia, secondo la Israeli Producers Association, i firmatari avrebbero preso di mira "le persone sbagliate"
Centinaia di figure del mondo del cinema hanno firmato un impegno, pubblicato dal gruppo Film Workers for Palestine, a non collaborare con le istituzioni cinematografiche israeliane che, come si legge, sarebbero “coinvolte nel genocidio e nell’apartheid contro il popolo palestinese”. Come riporta in esclusiva The Guardian, il documento spiega che “come registi, attori, lavoratori dell’industria cinematografica, e istituzioni, riconosciamo il potere del cinema di plasmare le percezioni. In questo urgente momento di crisi, in cui molti dei nostri governi stanno rendendo possibile la carneficina a Gaza, dobbiamo fare tutto il possibile per affrontare la complicità in questo orrore incessante”. Tra gli oltre 1300 firmatari compaiono registi come Yorgos Lanthimos e Ava DuVernay, attori come Olivia Colman, Mark Ruffalo, Tilda Swinton, Javier Bardem, Ayo Edebiri, Riz Ahmed, Josh O’Connor, Cynthia Nixon, Susan Sarandon e Ken Loach. L’impegno richiede di non proiettare film, di apparire o di collaborare con istituzioni come festival, cinema, emittenti televisive e società di produzione considerati complici nell’“insabbiamento”, nella “giustificazione del genocidio e dell’apartheid” o nella “collaborazione con il governo che li commette”. Inoltre, “rispondiamo all’appello dei registi palestinesi, che hanno esortato l’industria cinematografica internazionale a rifiutare il silenzio, il razzismo e la disumanizzazione, nonché a “fare tutto ciò che è umanamente possibile” per porre fine alla complicità nella loro oppressione”.
ISPIRAZIONE DAL BOICOTTAGGIO CULTURALE CONTRO L'APARTHEID IN SUDAFRICA
L’impegno trae ispirazione dall’iniziativa di boicottaggio culturale Filmmakers United Against Apartheid, nata nel 1987 da registi come Martin Scorsese che avevano rifiutato di proiettare i loro film nel Sudafrica dell’apartheid. Per l’iniziativa di Film Workers for Palestine, invece, lo sceneggiatore e firmatario David Farr ha dichiarato: “Come discendente di sopravvissuti all’Olocausto, sono angosciato e infuriato per le azioni dello Stato israeliano, che per decenni ha imposto un sistema di apartheid al popolo palestinese, di cui ha preso possesso della terra, e che ora sta perpetuando il genocidio e la pulizia etnica a Gaza. In questo contesto non posso sostenere che il mio lavoro venga pubblicato o rappresentato in Israele. Il boicottaggio culturale è stato significativo in Sudafrica. Sarà significativo anche questa volta e, a mio avviso, dovrebbe essere sostenuto da tutti gli artisti consapevoli”. Nella sezione “Frequently Asked Questions” dell'iniziativa, si legge inoltre che “la stragrande maggioranza delle società di produzione e distribuzione cinematografica israeliane, degli agenti di vendita, dei cinema e di altre istituzioni cinematografiche non hanno mai sostenuto i diritti pienamente riconosciuti a livello internazionale del popolo palestinese”. In ogni caso, l’impegno non mira a impedire ai lavoratori dell’industria cinematografica di collaborare con i cittadini israeliani. “L’appello è rivolto ai professionisti del cinema affinché si rifiutino di collaborare con istituzioni israeliane complici delle violazioni dei diritti umani commesse da Israele contro il popolo palestinese. Questo rifiuto prende di mira la complicità internazionale, non l’identità”.
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LA REPLICA DELLA ISRAELI PRODUCERS ASSOCIATION: "ATTO MIOPE, NOI ARTISTI PRINCIPALI VOCI SU COMPLESSITÀ DEL CONFLITTO"
L’impegno rappresenta una delle più importanti iniziative di boicottaggio culturale contro Israele dall’inizio degli attacchi a Gaza. “I firmatari di questa petizione stanno prendendo di mira le persone sbagliate”, ha risposto la Israeli Producers Association. “Per decenni, noi artisti, narratori e creatori israeliani siamo stati le principali voci che hanno permesso al pubblico di ascoltare e di testimoniare la complessità del conflitto, comprese le narrazioni palestinesi e le critiche alle politiche dello Stato israeliano. Collaboriamo con i creatori palestinesi, raccontando le nostre storie comuni e promuovendo la pace e la fine della violenza attraverso migliaia di film, di serie tv e di documentari”. Pertanto, “questo appello al boicottaggio è profondamente fuorviante. Prendendo di mira noi, i creatori che danno voce a narrazioni diverse e promuovono il dialogo, questi firmatari stanno minando la loro stessa causa e tentando di metterci a tacere. Questo atto miope mira proprio a eliminare gli sforzi collaborativi che lavorano per porre fine alla violenza e raggiungere la pace. Non lo permetteremo e ci sforzeremo di porre fine alla violenza e portare una pace giusta nella nostra regione a beneficio di tutti”.
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LE ALTRE INIZIATIVE, DALLA LETTERA DI CONDANNA DEGLI ARTISTI ALLA DENUNCIA DEL FILM THE VOICE OF HIND RAJAB
All’inizio dell’estate, centinaia di attori e registi come Joaquin Phoenix, Pedro Pascal, Ralph Fiennes e Guillermo del Toro avevano condannato in una lettera aperta il silenzio dell’industria cinematografica sulle azioni di Israele contro Gaza. La scorsa settimana, durante l’82esima edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia (LO SPECIALE), il film The Voice of Hind Rajab della regista tunisina Kaouther Ben Hania, che racconta la storia di una bambina di cinque anni uccisa dalle forze israeliane a Gaza, ha ricevuto una standing ovation di 24 minuti e ha vinto il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria.