The Castaway presenta Eccomi: "Il presente è un tempo che abbiamo dimenticato"

Musica
Fabrizio Basso

Fabrizio Basso

Credit Sofia Bucci

Il cantautore romano racconta il momento della vita dove smetti di chiederti dove stai andando e inizi a sottolineare che esisti e che anche se sei un naufrago del mondo resti inclusivo. L'INTERVISTA

A dieci anni esatti dall’esordio The Castaway (all'anagrafe Luca Frugoni) torna col brano Eccomi che diventa anche un gesto simbolico, un modo per chiudere un cerchio e allo stesso tempo aprirne uno nuovo. C’è un momento preciso nella vita in cui smetti di chiederti se stai andando nella direzione giusta e inizi semplicemente a dichiarare la tua presenza. È da questo punto di consapevolezza che nasce Eccomi. Il brano si muove su un terreno sonoro che intreccia energia punk rock, inflessioni alternative rock e una scrittura fortemente cantautorale. Chitarre elettriche dirette, ritmo serrato e una tensione emotiva costante accompagnano un testo che racconta il percorso di chi attraversa domande, errori e smarrimenti per arrivare, infine, a riconoscersi.

Luca partiamo dalla storia del progetto The Castaway: quando è nato e perché lo hai ribattezzato Castaway?
Era un momento in cui ero in balia delle onde, era il 2016 esattamente dieci anni fa. Le mie canzoni facevano leva su questo e i testi erano in inglese. Era tutto molto introspettivo, il primo pensiero di scrittura è stato quello del naufrago per approdare su una isola musicale. Ognuno è un naufrago a suo modo quindi questa immagine mi rappresenta ma è anche inclusiva.

Ti senti più Chuck Noland o Robinson Crusoe?
Forse più Robinson Crusoe.
 

Eccomi è un brano declinato al presente, è l’hic et nunc: ricondurre l’umanità alla quotidianità è la grande sfida di questa epoca?
Sì perché il presente è un tempo che abbiamo dimenticato. Eccomi è il primo capitolo di Ricordati di Respirare: vivere il presente è evitare le trappole del passato e l’ambizione del futuro. Ho avuto una pausa lunga nel progetto, ho fatto i conti con me e con lo specchio ed Eccomi non è solo ritrovarsi ma cercare di vivere il presente.
 

“Volti che riguarderò e che adesso spariscono” trasmette un senso di inquietudine: che rapporto hai con la memoria? Cerchi di conservare tutti i ricordi o selezioni?
So selezionare, ma ho capito quali sono i ricordi che fanno bene e male, anche quelli dolorosi. Dietro c’è un lavoro psicologico sulla persona, se ci sono gli strumenti per vivere il dolore c’è il sorriso ed è la maniera sana per evitare di incappare in melanconie malsane legate al passato. Lo ho scritto sullo spartiacque dei trent’anni quando anche cose solide, amicizie comprese, iniziano a sfaldarsi. Il massaggio è ci ricontreremo in qualche modo ma ora non è il momento.

“Per ogni volta che mi sono perso e ritrovato più grande”: quando è l’ultima volta che come un’araba fenice sei rinato dalle tue ceneri?
Per la vita che ho fatto e che ora conduco ricca di sfide quotidiane succede spesso. In maniera più macro il post covid è stata la sfida più grande perché c’è stata una perdita di me, della mia persona e anche della razionalità. Li ho fatto i conti con me stesso da tutti i punti di vista, compreso quello musicale.

In Uomo di Pietra dici “mi sono dato il permesso di piangere mi sono dato il permesso di stare male”: ritieni che oggi sia più facile mostrare le proprie fragilità e trasformarle in forza?
Oggi ci sono cose di facciata e altre più vere. Affronto alcune sfumature legate ala salute mentale, il brano scardina la mascolinità tossica, c’è chi affronta delle battaglie ma c’è pure chi si affida a un reel di 30 secondi e non è una normalizzazione anzi rischiamo di ripetere gli stessi errori: se non si approfondisce in maniera sana e giusta rischiamo di tornare al tempo del nascondersi, al maschio alfa al quale mi oppongo.

Quali sono i tuoi segni del tempo che ti rendono bello?
In primis i capelli bianchi. Li ho dovuti accettare in un tempo brevissimo, in un anno di stress. Segni interni che ci rendono belli sono le ferite che cicatrizziamo in modo sano, senza la paura di dire sono stato male, sono questo o quello: occorre raccontare il proprio bagaglio senza la paura di un giudizio non tanto esterno ma in primis intimo e personale.

Siamo parte di una umanità composta più architetti di prigioni per noi stessi o costruttori di sogni?
Più architetti di prigioni. Costruiamo nelle prigioni costruite per noi stessi ed è la cosa peggiore. C’è un abbassamento dell’ambizione sana ed è cresciuta quella malata. Giravo il video di Uomo di Pietra e ho trovato due comparse di 23 anni, uno era un ballerino che vuole lasciare l’arte perché punta ai soldi e questo ragionamento mi ha messo tristezza.

Non credi che la generazione del sogno di cui parli nell’omonima canzone in sia in contraddizione con quella che fa del non far niente il suo imperativo?
La generazione del sogno chiede poco rispetto a quello che si può immaginare. Nello special finale dico che il sogno è la fama, è mettersi sul piedistallo, pensando ai millennial. Noi abbiamo un bisogno più legato alla serenità e all’amore che esula dalla fama. Io continuo a sognare di poter vivere in studi di registrazione e palchi ma so che la realtà più profonda e intima è quando torni a casa e hai bisogno di quell’amore che nelle giovani generazioni si è appiattito.

Infine che accadrà nelle prossime settimane della tua vita artistica?
Il 18 giugno esce Uomo di Pietra col video e dopo avere fatto il regista divento il montatore: prima i miei video li avevo sceneggiati ma mai girati dunque è una sfida con me stesso. E’ un video ironico, il protagonista ha la maschera da scimmia. Poi rilascerò una versione in acustico con session live. A settembre pubblicherò La Generazione del Sogno e a ottobre il disco Ricordati di Respirare.

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