Chiaré, l'album Sei: "La mia musica evolve ma io resto autentica"

Musica
Fabrizio Basso

Fabrizio Basso

La cantautrice e contrabbassista salernitana ha vinto l’ultima edizione del Premio Gianmaria Testa col brano Ago e Filo, contenuto in un disco che ha le radici piantate nel futuro. L'INTERVISTA

Sei è il nuovo album della cantautrice e contrabbassista salernitana Chiara Ianniciello, in arte ChiaréSei come il numero delle tracce contenute e come i giorni impiegati in studio per realizzarlo. Ma sei anche come seconda persona singolare del verbo essere, esistere, senza necessità di spiegare altro. Il disco fonde ancora una volta tradizione e innovazione, radici e sguardo verso il futuro. Grazie alla visione avanguardista del produttore musicale Pasquale Strizzi, gli arrangiamenti presentano elementi di musica elettronica, popolare e jazz fusion. Ci sono storie che raccontano non solo la Campania, terra d’origine della cantautrice, ma anche la sua città di adozione, Roma. Luoghi, storie d’amore, condizione femminile, desiderio di speranza e cambiamento sono le parole chiave di questo disco. 

 

Chiara partiamo dalla storia di Sei: come lo hai pensato e come ci hai lavorato?
Nasce perché in primis avevo dei brani poi è uscito bando di concorso per Nuova Imaie, come sai fare un disco da indipendente non è facile e proprio perché non ci speravo è andata bene col bando; avevo i brani ma non gli arrangiamenti e poi in studio ogni giorno abbiamo completato un brano il tutto in sei giorni ed è nato il titolo dell’album.

Hai scelto come titolo Sei perché ha più significati, tu hai indicato i giorni in studio e il tempo verbale ovvero sei è come essere. Ma nella Smorfia è chi guarda a terra dunque è persona concreta. Ma soprattutto in mitologia è equilibrio, armonia, completezza e dualità: ti ci riconosci?
Chi guarda a terra non è una buona ma una che prova vergogna. Invece nella diesamina mitologica mi ci ritrovo. Dico sempre, per descrivere la mia musica, che parlo di una musica sempre in evoluzione ma io resto autentica.

Cosa resta oggi di quella Chiara di Zanzare e di quell’amore “come fanno le zanzare
a pizzicarti e poi andare, senza doversi affezionare? Oggi ti senti una giovane donna più disincantata o resti quella che vuole “solo far l’amore e passeggiare che si sta tanto bene, tanto bene anche senza parlare” come canti in Barocco?

Essendo più giovane ero più disincantata, oggi sono più centrata e cerco di evitare amori tossici. Ma a volte è utile passarci attraverso perché aiuta a scrivere canzoni. Sei è un disco meno autobiografico nel senso che non è il io sono ma è il tu sei. Sono anche io più evoluta.

Un altro verso di Zanzare dice “come viene accussì se ne va”: hai avvisato Sal Da Vinci che accussì in una canzone lo hai usato prima di lui?
Non lo ho fatto e poi non lo conosco.

In Ago e Filo ci sono “piacevoli silenzi” che io ho ricollegato al “senza parlare” di Barocco: la solitudine, quella cercata e non subita ovviamente, e i silenzi quanto sono importanti per te?
Dal punto di vista umano non mi piace parlare tanto di cose inutili, amo chi parla poco e di cose profonde, non so fare discorsi di circostanza anche se in alcuni casi sarebbero utili. In generale piace il silenzio.

“Ricucirò tutte le ferite con ago, filo e dolcezze infinite” mi ha ricordato Se Ti Tagliassero a Pezzetti di Fabrizio De André: ci hai pensato? E’ una canzone di cura, tu che offri riparo dalle tempeste e nascondi la paura: è la grande latitante nelle relazioni la cura?
Assolutamente sì, la cura è latitante di questa epoca. Non ho pensato a Fabrizio De André, quella che citi è una canzone della vecchia Chiara, la ho scritta anni fa e poi ripresa per il disco. Fa parte di un periodo di relazioni un po’ tossiche, di rapporti a intermittenza però all’epoca volevo ricucire le ferite, giustificavo i comportamenti tossici, poi ho cambiato la prospettiva.

Core Fujente rimanda a Pino Daniele e al cartone animato Opopomoz: quanto Pino è stato importante nella tua formazione e da bambini avevi una favola speciale?
Non è quantificabile quanto sia stato importante, è così impresso nella mia cultura che fa parte di me, è una essenza. Da bambina la favola era Anastasia, forse perché si rifaceva a una storia vera.

Opopomoz è la parola magica di Rocco per entrare nel presepe. In quel film ci sono il sacro della Natività e il profano dei diavoletti tentatori: quale è il tuo rapporto con la Fede?
Ho una mia spiritualità ma non sono cattolica. Per via della tradizione del mio paese seguo i riti mariani che sono collegati alle tammuriate campane. Mi piace partecipare a queste feste ma la spiritualità mia è altra, credo che dopo la morteci sia altro.

Jesce Sole è lo sguardo fiducioso sul futuro. Quando canti “jesce sole int’a ’sta stanza damme ‘nu poco ’e speranza” è il tuo modo di raccontare il cielo in una sostanza è un soffitto che non ha più pareti?
Mai vista nella prospettiva che mi indichi ma può ci può stare anche se, ripeto, non la ho considerata così. In quel periodo non trovavo calma, ero depressa, è una invocazione alle belle giornate, alla luce, a qualcosa di positivo in momento buio.

Eduardo diceva che due persone su una panchina sono già una sceneggiatura: quella frase mi ha riportato alla tua Metro A: la suora, le borseggiatrici, le cicatrici sul volto del signore e l’amore a tempo determinato di due estranei. Quanto la curiosità e l’osservazione sono importanti nell’arte e quale è il tuo rapporto con la musica popolare romana quella che, come hai detto tu, “mi canta la città”?
In queste immagini ho cercato la musica, non c’era alcun sottofondo, le persone che descrivo sono protagoniste di quello che vivono nel quotidiano, dai suoni della metropolitana e alle voci delle persone: è una canzone cantata dalla città. Poi ti dico che sono poco informata sulla musica popolare romana anche se ho tanti amici cantautori romani.

Ninna nanna nenné ha un titolo fresco e allegro ma una storia tragica. Tu racconti il patriarcato dal punto di vista del cattivo. Seconde te la musica fa abbastanza per scardinare i retaggi del passato, per spiegare che “si nun sarraje mia, nun sarraje 'e nisciuno” è una forma di violenza già solo pensarlo?
La musica trasmette la speranza di aggiustare la situazione, ci sono tante artiste che affrontano questi tempi e si spera che le cose cambino per quanto la sensazione sia di non fare mai abbastanza. Nel paesino ci sta che certe cose accadano ma poi l trovi  in ambienti più colti o in grandi città come Roma e Milano; ho conosciuto persone colte che lo attuano, non è ignoranza, è una matrice culturale. Io ho provato a trovare, nel mio racconto, una modalità diversa, anche più cruda. Mi sono ricordata di parole di mia nonna che mi ripeteva a fin di bene di non uscire la sera, di non fare tardi, di non parlare: per lei erano consigli utili ma nascondevano un retaggio patriarcale. Nella canzone mi sono identificata in un uomo che dice queste cose alla cose alla sua amata.


Infine che accadrà nella tua estate artistica?

Tante cose belle. Suoneremo al Raduno Jazz Manouche di Procida, poi a luglio, il 13 il parteciperemo e suoneremo in occasione della presentazione del documentario su Pino Daniele a Villa Arconati; il 25 luglio saremo in apertura a Niccolò Fabi a Bra e, facendo un passo indietro, il 19giugno suoneremo a Moncalieri in piazza che per me ha un valore speciale poiché è dove ho vinto il premio Giamaria Testa. Altri appuntamenti sono in via di definizione

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