40 anni fa usciva in Italia Toro Scatenato, il capolavoro di Scorsese con Robert De Niro

Cinema

Paolo Nizza

Il 12 febbraio 1981 arrivava nelle nostre sale il biopic dedicato al pugile Jack La Motta, diretto dal regista italoamericano. Disponile su Sky On Demand, scopriamo i segreti di un film diventato leggenda e premiato con 2 Oscar: miglior attore protagonista e miglior montaggio

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Ci sono film che hanno messo al tappeto la storia del Cinema. Opere vincenti per manifesta superiorità.  Immagini fissate per sempre nella mente degli spettatori, come i segni di un jab sferrato da un campione. Una di queste pellicole è Toro Scatenato. Sono passati 40 anni da quel 12 febbraio 1981, quando il biopic dedicato a Jack La Motta fu proiettato per la prima volta in Italia, tre mesi dopo la première americana che, trattandosi di Martin Scorsese, non poteva che svolgersi a New York. Eppure, al netto delle secche del tempo, l’inizio di Raging Bull con il pugile che danza sul ring, sulle note della "Cavalleria Rusticana" di Mascagni" con l’accappatoio maculato e i guantoni, pare una scena girata oggi. I capolavori, si sa, non hanno età.

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Come spesso accade per i grandi film, la genesi di Toro Scatenato è complessa e travagliata.  Robert De Niro, dopo aver letto l’autobiografia di Jack La Motta, “Raging Bull: My Story”, si innamora del personaggio. Vuole a tutti i costi interpretare il Toro del Bronx. E vuole che a dirigerlo sia Martin Scorsese. Il regista sta girando “Alice non abita più qui” e alla fine non se ne fa più niente. Passano un paio d’anni, Scorsese gira "Taxi Driver", "New York, New York". De Niro continua a insistere, ma Martin non è convinto. Pensa addirittura di trasformare il libro in uno spettacolo teatrale da tradurre in pellicola intitolato Premio Fighter. La sceneggiatura è una sorta di Rashomon, con la vicenda di La Motta raccontata da diversi punta di vista con differenti versioni della stessa scena. Ma alla fine, il regista abbandona l’idea e decide di dedicarsi a "L’Ultimo valzer".

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Scorsese: dalla cocaina al ring

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Solo chi cade può risorgere al cinema come nella vita. Scorsese, in crisi esistenziale è in pessime condizioni di salute a causa dell’abuso di cocaina. Nel settembre del 1978 viene ricoverato in ospedale per un’emorragia, De Niro lo va a trovare e gli domanda: “Vuoi morire?”. I due anni trascorsi nel delirio tossicofilo aiutano il regista a comprendere la vicenda umana di La Motta e il cineasta dice finalmente di sì al progetto. Si decide di partire dallo script rielaborato da Paul Schrader. Lo sceneggiatore di "Taxi Driver" ha la felice intuizione di partire da metà del racconto della vita del pugile. Ma questa volta sia il regista, sia De Niro sentono la necessità di cesellare lo script. Così il cineasta, insieme al suo attore feticcio partono per l’Isola di Saint Martin, nei Caraibi per un’ultima revisione. Alla fine Schrader non sarà felice dei cambiamenti ma manderà un telegramma di auguri a Scorsese e De Niro con queste parole: “Jack l’aveva fatta a modo suo, io a modo mio, voi a modo vostro”.

Un bianco e nero pieno di grigi

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5 curiosità su Robert De Niro

Scorsese è convinto che Toro Scatenato sarà il suo ultimo film. Per questo ci si dedica anima e corpo. Lo stesso fa De Niro che incontra più volte La Motta, vuole sapere addirittura la marca dei sigari che fuma. Arriva addirittura a intervistare la ex moglie del pugile e a dormire sul suo divano. Ma se l’attore sfida la proverbiale gelosia del boxeur, il regista osa addirittura sfidare Hollywood: girare la pellicola in bianco e nero. E’ noto che il black & white è uno spauracchio per gli Studios (basti pensare alla fatica che fece Mel Brooks per non girare "Frankenstein Junior" a colori). Ma la United Artist è troppo impegnata con il film dell’anno: "I cancelli del cielo" di Michael Cimino. Senza contare che i produttori Irvin WInkler e Richard Chartoff, artefici del successo di "Rocky" sono convinti che Raging Bull possa funzionare al box office. Così nell’aprile del 1979 iniziano le riprese.

Da New York a Los Angeles, un film pieno di pugni

Per tutti la storia è una storia in bianco e nero. Il direttore della fotografia Michael Chapman si ispira alle pagine della rivista Life, nello specifico agli scatti di Weegee. E Scorsese sapeva bene che in realtà un film in bianco e nero è ricco di un’infinità di grigi come la vita del pugile italoamericano. Per rispettare i tempi delle riprese, si sceglie di adottare due sistemi di illuminazione. Le sequenze incentrate sulla vita di Jack fuori dal ring sono girate a New York con uno stile documentaristico. 

Quelle, invece, relative alla boxe, sono realizzate negli studi di Los Angeles. In realtà Scorsese sa poco e niente di boxe, ma quello che non vuole è riprendere gli incontri dal punto di vista dello spettatore, come si fa solitamente nei film sul pugilato. Martin cerca la brutalità, il sangue, la violenza. Vuole far percepire al pubblico ogni singolo pugno. In questo senso la forza delle coreografie delle scene di lotta deve moltissimo al montaggio di Thelma Schoonmaker, che collaborerà con Martin in tutti i suoi successivi film. Con tagli chirurgici, immagini dense, restituisce tutta la forza e il dramma del combattimento. Perché, come sottolineato dallo stesso regista, il tema di Toro Scatenato: “è la  sopravvivenza su un ring (…). Voglio mostrare come un pugile impara a dominare l’odio, come tenta di diventare un essere umano fuori dal ring, come tutto congiura per impedirgli di fermarsi. Ciò non è diverso dagli altri modi di vivere che conosco... È così che mi sono ritrovato in un ultimo valzer. Come si può fermare tutto? Tutto si urta. Si accavalla, si incrocia e finireste per uccidervi".

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Robert De Niro e Joe Pesci, un grande gioco di squadra

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Robert De Niro si allena 18 mesi con Jack La Motta per prepararsi alle scene sul ring. E poi ingrassa di 30 chili per raccontare il declino del campione. Preoccupato per un simile aumento di peso, Scorsese riduce i giorni di lavorazione da 17 a 10 e stralcia alcune scene dalla sceneggiatura. Ma ad ammalarsi è invece, Martin. Tant’è che le scene del matrimonio (le uniche a colori) sono girate da Charles Scorsese, suo padre. Al netto della superba interpretazione di De Niro, premiata con l’Oscar, l’altro punto di forza di Toro Scatenato è Joe Pesci che veste i panni di Joey, il fratello di minore di La Motta. La complicità e l’amicizia tra i due attori consente al regista di improvvisare molte scene. Per esempio durante le riprese della sequenza in cui Jack accusa Joey di essere andato a letto con Vickie, De Niro al posto della parola “moglie” usa la parola “mamma” per ottenere una autentica reazione di sorpresa da parte di Joe Pesci. 

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Cathy Moriarty, un debutto da nomination

Last but not least, la performance di Cathy Moriarty nei panni della moglie di Jack La Motta è sublime. A soli 20 anni e al suo debutto al cinema, Cathy ottiene una nomination come miglior attrice non protagonista. La sua interpretazione trasuda una sensualità abbacinate come gli abiti che indossa, impreziosita da quella voce roca che ti cattura. E grazie al suo talento riesce a non scomparire di fronte a un Titano come De Niro.

Martin Scorsese: un regista nonostante Hollywood

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Come spesso sottolineano i critici d’oltreoceano, Scorsese non è un regista di Hollywood, ma un regista, nonostante Hollywood. Sicché, in realtà, Toro Scatenato è l’ultimo capolavoro del cinema americano degli anni 70 e non il film che segna l’inizio della Hollywood degli anni 80. È noto che quando la pellicola uscì,  alla stampa piacque molto l’interpretazione di Robert De Niro e molto meno tutto il resto. Nello specifico Variety scrisse: “Martin Scorsese fa film su gente che nessuno vorrebbe incontrare”. Altre testate aggiunsero che La Motta era uno dei più ripugnanti e spiacevoli personaggi della storia del cinema. Tant’è che anche questa volta Martin non incontrò il favore dei membri dell’Academy, nonostante le nomination come miglior film e miglior regia. Entrambe le statuette andarono a "Gente Comune" di Robert Redford e il Toro del Bronx si ritrovò al tappeto. Un knock out pesante quanto quello che Sugar Ray Robinson inflisse a Jack La Motta sul ring il 14 febbraio del 1951.

A 40 anni il Toro Scatenato continua la sua danza

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Ma non di solo Oscar vive l’uomo e soprattutto il vero artista. Con la sua via crucis, costellata di lividi, ecchimosi, fallimenti, l’epopea di Jack La Motta si specchia in quella di Scorsese, con quelle corde che grondano sangue come una corona, con zampilli che paiono usciti da una pala medievale, il regista testimonia con assoluta sincerità il calvario affrontato in quegli anni folli, anfetaminici e disperati.  Dal mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo che si nutre, ai perturbamenti sessuali di un pugile dalle mani piccole e femminee, che non sa se “fare a fette o fottere un avversario”, il film è un viaggio al termine della notte di un uomo vittima della sua rabbia.

Perennemente sospeso, tra distruzione e autodistruzione, Jack invidia Laurence Olivier, sogna un cavallo, ma per giocarlo alle corse e si specchia nel Marlon Brando di Fronte del Porto. Ma c’è, infine una redenzione, per La Motta e per Scorsese. L’epifania si palesa nel versetto del Vangelo secondo Giovanni su cui si chiude il film:

Allora i Farisei chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco, e gli dissero: “Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore”. “Se sia un peccatore, non lo so”, questi rispose, “una cosa so, prima ero cieco e ora ci vedo”.

Per cui, il Toro Scatenato continuerà a danzare sul ring del tempo e dello spazio.  E tra altri 40 anni, saremo ancora qui per celebrare uno dei più straordinari film dell’intera storia del cinema.

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