Emmanuel Macron, ritratto di un'incognita

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di Renato Coen, corrispondente da Bruxelles

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Chi è veramente il presidente francese? È un arrogante liberista con forti tendenze nazionaliste, o un ambizioso presidente post socialista? Dopo cinque anni di presidenza, i suoi connazionali non sanno ancora rispondere a queste domande o hanno opinioni diametralmente opposte

Chi è veramente Emmanuel Macron? Che cosa pensa? È di destra o di sinistra? È un arrogante liberista con forti tendenze nazionaliste, o un ambizioso presidente post socialista, a favore dell'intervento statale e sensibile ai temi sociali?

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Quando il (primo?) mandato all'Eliseo sta per terminare, dopo quasi cinque anni di presidenza, molti francesi ancora non sanno rispondere a queste domande. Molti altri invece rispondono nettamente, e così facendo danno risposte diametralmente opposte - a dimostrazione del fatto che l'azione di M. le Président si è distinta spesso per varietà e pragmaticità direbbero i sostenitori, incoerenza la definirebbero i detrattori.

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I presidenti della Francia, per i poteri che ricoprono e per il modo in cui la maggior parte di loro ha interpretato il ruolo, sono stati spesso assimilati a dei sovrani repubblicani e Macron non fa eccezione. Non solo. Perché a differenza dei suoi predecessori, De Gaulle a parte, è diventato presidente rompendo lo schema della tradizionale contrapposizione destra-sinistra. Ha formato il suo partito En Marche nel 2016 con l'intento di staccarsi dai socialisti e proporsi come presidente dal tratto più moderato e meno ideologico, e ha conquistato l'Eliseo nel 2017 e la maggioranza dei seggi in parlamento. Facendo questo ha prosciugato il Partito Socialista ormai in crisi di consensi, relegandolo a un ruolo piuttosto marginale.

L'azione economica, tra attenzione alle imprese ed errori "verdi"

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Emmanuel Macron è il presidente che ha riformato il fisco francese abolendo le super tasse per i ricchi capitali messe dal socialista Hollande, e questo gli ha attirato parecchie critiche da sinistra. Ha proseguito la politica a favore delle imprese favorendo l'occupazione prima della pandemia, e ha provocato la rivoluzione dei gilet gialli imponendo la tassa sulle emissioni di Co2 e di fatto facendo pagare ai lavoratori dei trasporti e della Francia rurale il passaggio ad un'economia più verde. Questo, lo ha ammesso lui stesso, è stato un errore. E ha dovuto fare marcia indietro.

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In politica estera, come spesso capita in Francia, c'è un forte differenza tra la narrativa del presidente ed i risultati concretamente ottenuti. Come tutti i suoi più carismatici predecessori, Macron vede ancora la Francia come potenza globale. Si mostra attivo sulla scena internazionale proponendosi come mediatore di crisi lontane e pacificatore di aree instabili. Di fatto però si è visto sfilare da Russia e Turchia il ruolo che la Francia aveva guadagnato nella crisi libica. Ha sostenuto il perdente e malvisto generale Haftar nella sua fallita conquista di Tripoli. Non è riuscito, nonostante i numerosi viaggi a Beirut, ad aiutare il Libano ad uscire da una crisi che lo sta inghiottendo, e sta progressivamente lasciando il campo d'intervento nel Sahel ancora una volta ai russi.

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D'altra parte rivendica da tempo l'importanza di un ruolo autonomo dell'Europa rispetto agli Stati Uniti. L'Ue, dice, deve imparare a curare i propri interessi come fanno le altre potenze. E i fatti gli stanno dando ragione. E come unica potenza nucleare del continente, si guarda proprio a Macron e alla Francia, che sarà presidente dell'Unione nel prossimo semestre, per dare impulso pratico alla vaga ma urgente aspirazione europea ad una difesa comune che renda l'Ue autonoma dall'alleato americano.

Ancora un futuro presidenziale

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Ora sembra, dopo qualche sbandamento, aver preso bene le misure per uscire dalla crisi pandemica. La sua popolarità va e viene, ma non precipita come qualcuno in passato prevedeva. Non solo, ma è uno dei leader più forti in Europa e all'interno del mondo rappresentato dal G20. Nelle prossime presidenziali francesi della primavera 2022 cercherà la riconferma, ed in effetti sembra essere tutt'ora il grande favorito. Come leader internazionale però il voto influenzerà inevitabilmente le sue scelte politiche rischiando di limitare il coraggio delle sue prossime decisioni.

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