Mario Draghi, l'uomo che ama scrivere le regole

Cronaca

di Andrea Bonini

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Da Maastricht al "Whatever it takes", dall'Europa alla guida dell'Italia: ecco il ritratto dell'attuale presidente del Consiglio, padrone di casa del G20 di Roma del 30 e 31 ottobre

C'è un momento in cui si capisce che sta per far succedere qualcosa. È proprio quell'istante in cui alza gli occhi dagli appunti che stringe tra le mani, si ferma qualche secondo ad osservare chi ha di fronte, abbandona il copione e sgancia una frase che chiude ogni discussione. La cifra di Mario Draghi passa da qui. Dal filo rosso che lega quel sorriso di apparente e perenne calma e tranquillità - un misto tra Joker ed un vecchio zio - alla battuta che può cambiare le sorti, ad esempio, dell'Euro. È successo con l'ormai mitologico "Whatever it takes", si ripete ad ogni riunione in cui la sintesi sembra impossibile, accade in quelle conferenze stampa in cui il messaggio da lanciare deve essere inequivocabile. Non è "tranchant" nel senso più comune del termine, ma è tagliente perché quando mette il punto ad una decisione presa, nessuno è più in grado di ribattere.

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Ribattere a Draghi è oggettivamente difficile anche per i più preparati. La formazione gesuita gli ha insegnato ad ascoltare tutti, la durezza di una vita che lo ha reso orfano a 16 anni lo ha portato a non mollare mai, gli studi a Boston e la contaminazione con Caffè, Modigliani ed altri docenti da premio Nobel gli hanno trasmesso la passione nel definire e scrivere le regole del gioco. Studio, disciplina, conoscenza maniacale dei numeri per non farsi mai trovare in difficoltà, ma soprattutto per aver quel guizzo unico, capace di portare tutti dalla propria parte nel momento in cui la quadra sembra non esserci. Ed è sempre stato così. Da Bankitalia, alla BCE, sino ad oggi che guida il Paese ed un governo che sulla carta appare innaturale e impossibile pure da immaginare. Eppure lui c'è riuscito, creando una alchimia tanto improbabile quanto sorprendente. Mixando tecnici e politici, abbassando bandiere in nome della necessità, scegliendo un generale per tenere la campagna vaccinale lontana dagli "amici degli amici". Proprio lui che di nemici sembra non averne ma che non si fida quasi di nessuno. A Palazzo Chigi, quando fanno il conto dei suoi uomini, scherzano, dicendo: "Più di uno, meno di due, incluso egli stesso". Perché la prudenza non è mai troppa, così come la riservatezza.

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Mai una parola in più. Chiacchierare non aiuta. Annunciare progetti e ambizioni espone a rischi e delusioni. Bisogna fare ed elaborare risposte. A quel punto tutti si accoderanno. Considera il silenzio un credito da esigere. Perché di una cosa è assolutamente certo: il potere non si conquista ma si costruisce. Motivo per cui non bisogna mai ancorarsi ad una teoria inespugnabile. Tutto fluttua, esattamente come la vita. Bisogna essere concreti. Gestire il momento, assumersi responsabilità, calcolare danni ed effetti collaterali. Un pragmatismo totalitario che rappresenta l'unica vera ossessione di Draghi, a tal punto da farne anche un economista pronto a rivedere sé stesso. Basti pensare che la sua tesi di laurea classificava la moneta unica come "una follia da non compiere". Cambiare idea per Draghi non significa rinnegare qualcosa, ma semplicemente evolvere. 

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Apparire non gli interessa, ma esserci sì, con il primo stato che sarà conseguenza del secondo. Esattamente come era a Maastricht nel 1992: consigliere di Andreotti che gettava le basi dell'Euro di cui si farà anche garante in una successiva fase della storia. Perché l'importante - e si ritorna sempre al punto di partenza - è scrivere le regole. E saperle leggerle. Prima o poi torneranno utili. Berlusconi lo raccomandò tanto per Bankitalia quanto per la BCE. Ma nella lettera riservata del 2011 con cui la Banca Centrale Europea segnò la fine politica del Cavaliere aprendo la stagione dell'austerità c'era la firma di Mario Draghi. Tutto fluttua. E in quel momento andava così, sempre sulla scia di quell'onnipresente pragmatismo cinico ed anaffettivo che - dieci anni dopo - lo conduce ad una nuova trasformazione, invocando un cambiamento dei vincoli di bilancio: "Oggi non è il momento di prendere soldi ai cittadini ma di darli". Un modo anche per zittire populismi e populisti, i cui fallimenti lo hanno di fatto messo alla guida dell'Italia con in mano 200 miliardi da spendere. Conta di farlo bene e subito. Perché il momento è adesso. E domani - comunque vadano le cose - sarà già un'altra storia.

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