Nomadland, la recensione: un film composto, lucido ed emozionante

Cinema

Giuseppe Pastore

Il film di Chloé Zhao con Frances McDormand racconta la vita ai margini di un gruppo di "houseless" in giro per gli Stati Uniti: un western contemporaneo che descrive una fetta nascosta di società americana senza cercare la lacrima facile. E qualcuno lo vede tra i papabili al Leone d'Oro

Fern non ama definirsi "homeless", semmai "houseless": conduce una vita errabonda spostandosi in giro per gli stati centrali degli USA a bordo di un van. La sua vita è stata segnata dalla morte del marito e dalla perdita del lavoro: in cerca di un nuovo posto nel mondo, pensa di trovarlo in una comunità di nomadi. (LO SPECIALE FESTIVAL DI VENEZIA - I VIDEO).

approfondimento

Venezia 2020, il bilancio a metà strada: è il Festival della sorpresa

Chloé Zhao, nata a Pechino ma cresciuta tra l'Inghilterra e gli Stati Uniti, adatta per il cinema il romanzo di Jessica Bruder Surviving America in The Twenty-First Century e lo trasforma in un western contemporaneo che riprende i classici stilemi del genere, a cominciare dalla città fantasma: Empire, Nevada, una company town da cui nel 2011 è sparito anche il codice postale dopo la dismissione della fabbrica di cartongesso che era l'unica ragione di residenza dei suoi abitanti. Inizia un viaggio in the middle of nowhere, un middle che è anche geografico dacché gran parte delle riprese sono state effettuate nel South Dakota, al centro del nulla degli Stati Uniti, uno di quegli Stati dalle linee di confine troppo dritte per essere naturali. E Chloé Zhao cattura esistenze nel bel mezzo del viaggio: hanno tutti un trauma da assorbire, un lutto da elaborare, un motivo di disperazione che però è già successo, c'è già stato ed è stato sostituito da una lucida serenità e dall'accettazione che così è la vita. Un western "del dopo", popolato da reduci forse sconfitti ma non ancora arresi, a cui la regista dà dignità anche uno per uno, individualmente, e non solo come collettivo in cammino. Quasi tutti i personaggi portano il nome di battesimo dei rispettivi attori e qualcuno come per esempio Bob Wells, l'ideatore del "Rubber Tramp Rendezvous", esiste davvero: anche la misuratissima Frances McDormand, qui anche produttrice e molto lontana dalle asprezze dei suoi film precedenti, sembra portare il vero cognome (in una scena iniziale suggerisce all'impiegata le iniziali MCD). Al suo penultimo giorno Venezia trova un serio candidato al Leone d'Oro: un film lucido, composto, che non ricatta lo spettatore costringendolo a soffrire ma lo accompagna naturalmente all'emozione. Nomadland sembra in grado di accontentare sia le istanze politiche che quelle artistiche.

 

Le altre recensioni
Lacci
Mila
Amants
Quo Vadis, Aida?
The Human Voice

Padrenostro
The Duke

The Man Who Sold His Skin
Miss Marx
The World to Come
Cari compagni

One Night in Miami

Narciso em Fèrias

Notturno

Hopper-Welles

Le sorelle Macaluso

La verità sulla Dolce Vita
Nuevo Orden

Spettacolo: Per te