One Night in Miami, la recensione: un tornado al posto giusto nel momento giusto

Cinema

Giuseppe Pastore

Il film d'esordio di Regina King ci travolge di parole, pensieri, idee, sogni e paure: cattura benissimo l'urgenza del momento e si prepara a una cascata di nomination agli Oscar. E se fosse stato in concorso...

Il 25 febbraio 1964 Cassius Clay diventa campione del mondo dei pesi massimi dopo il ritiro al settimo round del detentore Sonny Liston. Poche ore dopo, in una modesta stanza d'albergo di Miami, incontra i suoi tre amici: il leader politico Malcolm X, il cantante Sam Cooke e il campione di football Jim Brown.

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Dalla pièce di Kent Powers, trasformata in sceneggiatura dallo stesso Powers, un tornado di parole, pensieri, desideri, aspirazioni, paure, sogni e promesse per la prima regia dell'attrice Regina King (LO SPECIALE FESTIVAL DI VENEZIA - I VIDEO), premio Oscar da non protagonista nel 2019 per "Se la strada potesse parlare". Se esistesse un riconoscimento al tempismo e all'opportunità, "One Night in Miami" lo vincerebbe a mani basse: al posto giusto nel momento giusto, catturando l'urgenza di fare il punto e scacciando la tentazione di dividere le cose in modo manicheo. Il testo di Powers propone quattro neri differenti, diversamente emancipati e inseriti in una società che può tollerarli solo finché hanno successo come cantanti o atleti, e dunque potere: il quarto nato, Malcolm Little prima di rinunciare al proprio cognome imposto ai suoi antenati dagli schiavisti, il potere se l'è preso grazie a una retorica incendiaria che lo ha reso in poco tempo un uomo nel mirino, pedinato dall'FBI e forse tradito dai suoi stessi fratelli. Contrariamente alle aspettative, Cassius Clay è il personaggio più marginale del quartetto: le parti migliori del copione sono riservate ai colpi di sciabola tra Malcolm X e Sam Cooke, che fa brillare di riflesso anche il suo interprete Leslie Odom Jr. 

 

 

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Anche se ovviamente non mancano i momenti prolissi - difetto inevitabile per un film quasi interamente ambientato tra le quattro mura di una camera d'hotel - col passare dei minuti si finisce felicemente prigionieri di quelle mura, fino a dispiacersi quando qualcuno dei personaggi abbandona temporaneamente la stanza. Tante volte il cinema americano ha celebrato il potere della parola e naturalmente non fa eccezione l'angelo custode della regista, quello Spike Lee più volte citato e omaggiato indirettamente all'interno del film; ma per trovare film che sappiano intercettare così bene, e in modo così costruttivo, l'acutissimo disagio sociale che si sta vivendo in America in questi mesi bisogna tornare alla Hollywood della contestazione e della paranoia anni Settanta. Ci aspettiamo una cascata di nomination agli Oscar - vero passepartout per dilagare in tutto il mondo, meritatamente - per un film che per tutta una serie di ragioni, se fosse stato in concorso, sarebbe stato un serissimo candidato al Leone d'Oro. Se possibile, guardatelo in lingua originale.

 

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