Padrenostro, la recensione: la fantasia di un bambino, il coraggio di un regista

Cinema

Giuseppe Pastore

Il film di Claudio Noce con Pierfrancesco Favino mette da parte la cronaca e la ricostruzione storica e preferisce adottare il punto di vista di un ragazzo di 10 anni

Roma, 1976: l'attentato dei NAP al vicequestore di Roma Alfonso Le Rose dal punto di vista del figlio Valerio, 10 anni, provvisto di una fervida immaginazione.

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"Gli uccellini nel vento non si fanno mai male", dice il poeta, e forse dobbiamo rivolgerci anche noi al grande cantautorato italiano per tentare di decifrare questo film ambizioso e irregolare, molto conturbante, che all'inizio sembra ingannare gli spettatori - anche quelli più illustri, sospettiamo - con il classico passo da fiction "in costume", gli arredi e i vestiti d'epoca, i baffi e le basette... L'uccellino esposto al vento è il piccolo Valerio, interpretazione complicatissima e mirabile del piccolo Mattia Garaci che un giorno potrà raccontare agli amici di aver rubato la scena a Pierfrancesco Favino. Iniziamo da ciò che il film non è: non è una ricostruzione dell'attentato dei NAP (Nuclei Armati Proletari) ad Alfonso Noce, padre del regista, avvenuto il 14 dicembre 1976; non è un film sugli anni di piombo, non è un film autobiografico (Claudio Noce, classe 1977, all'epoca aveva solo un anno e mezzo) e non è il classico drammone familiare a cui il cinema italiano ci ha abituato da decenni. E' un film che si alimenta di inganni di sceneggiatura troppo evidenti per essere involontari, di bruschi passaggi dalla realtà all'immaginazione che ci negano un minimo orientamento. La cronaca compare solo in qualche giornale radio o bollettino, per esempio quello dell'8 giugno 1976 quando perde la vita il magistrato Francesco Coco ucciso dalle Brigate Rosse (lo interpreta in un cammeo Antonio Gerardi, che nella serie tv Sky 1994 sempre per Noce aveva dato corpo a un altro illustre togato, Antonio Di Pietro). Ma forse è proprio questo il modo giusto per raccontare il disagio e la fantasia sfrenata dei dieci-undici anni, quando non ci si sente più bambini ma non si è ancora adolescenti, quando si parla da soli, si gioca da soli e si soffre da soli; o anche la soggezione verso un padre che tutti chiamano eroe, ma che sembra una roccia troppo grande da scalare (il fisico massiccio di Favino, come sempre campione del trasformismo, è degno delle montagne calabresi).

 

Padrenostro è un film che può disorientare per il suo ostentato rifiuto della forma narrativa pianeggiante che siamo abituati da tempo a vedere in questi racconti storici del passato italiano. Ma tante volte abbiamo chiesto coraggio al cinema italiano: ecco finalmente una prova di coraggio, una montagna russa di discese ardite e risalite che ricorda lo splendido "Jojo Rabbit" (il paragone è impegnativo, lo sappiamo) e assicura lunghi minuti di riflessioni all'apparire dei titoli di coda, com'è giusto fare ogni tanto quando si va al cinema. E rimane agli atti almeno una scena memorabile, proprio al centro del film, sulle note di Buonanotte Fiorellino di Francesco De Gregori.

 

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