Marty Supreme, recensione: Timothée Chalamet e il sogno americano come febbre che consuma
CinemaAmbientato nella New York degli anni Cinquanta, Marty Supreme è il film più ambizioso di Josh Safdie: un ritratto febbrile dell’ossessione per il successo e della solitudine che ne deriva. Timothée Chalamet interpreta Marty Mauser, talento del tennistavolo che trasforma l’ambizione in una corsa senza tregua. Tra una regia in costante accelerazione, la musica di Daniel Lopatin e figure simboliche come Gwyneth Paltrow e Abel Ferrara, il film riflette sul prezzo umano dell’American Dream. Al cinema dal 22 gennaio
Marty Supreme, recensione: il sogno americano come febbre e solitudine
Un film sull’urgenza di esistere
Marty Supreme attraversa il cinema americano come una scarica elettrica. Ambientato nella New York del 1952, il nuovo film diretto da Josh Safdie prende le mosse dal mondo marginale del ping pong per raccontare qualcosa di molto più vasto e doloroso: l’urgenza di esistere prima che il tempo chiuda le possibilità.
Safdie costruisce un racconto febbrile, fisico, spesso spietato, che trasforma l’ambizione individuale in un campo di tensione continua. Il talento, qui, non è una benedizione: è una pressione costante, una richiesta che non concede tregua. Marty Supreme è cinema che corre, inciampa, si rialza, e continua a correre anche quando sarebbe il momento di fermarsi.
La trama: una corsa in avanti che non ammette soste
Marty Mauser è un giovane talento del tennistavolo convinto di essere destinato alla grandezza in uno sport che nessuno, tranne lui, prende davvero sul serio. Lavora come commesso nel negozio di scarpe dello zio nel Lower East Side, ma guarda già oltre: prima il British Open, poi i Mondiali di Tokyo, infine una fama che legittimi il suo talento.
Per finanziare questo percorso, Marty trasforma ogni relazione in una possibile scorciatoia: l’amica d’infanzia Rachel, la diva decaduta Kay Stone, affaristi senza scrupoli, gangster di quartiere. Il film segue questa traiettoria irregolare muovendosi tra New York, Londra, Parigi e il Giappone, accumulando errori, truffe, seduzioni e fughe. La parabola sportiva si dilata fino a diventare un racconto sull’ambizione che si scontra con il corpo, il tempo e le responsabilità rimandate.
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Timothée Chalamet: un corpo elettrico in continua combustione
Quella di Timothée Chalamet è una delle prove più radicali della sua carriera. Marty Mauser non viene “interpretato”: viene abitato come una forza instabile. Chalamet costruisce il personaggio attraverso il corpo prima ancora che attraverso la psicologia: movimenti rapidi, voce sempre in anticipo sul pensiero, uno sguardo che sembra non riuscire mai a fermarsi.
Safdie e il direttore della fotografia Darius Khondji lo filmano spesso come una creatura sotto osservazione, un organismo nervoso che occupa lo spazio con un’energia eccessiva. Marty è arrogante, egoista, spesso insopportabile, eppure magnetico. Il film non cerca di renderlo simpatico: lo rende inevitabile. È questa tensione a tenere lo spettatore costantemente agganciato.
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Josh Safdie: la regia come immersione e rischio
Con Marty Supreme, Safdie realizza il suo film più ambizioso senza rinunciare alla furia che ha definito il suo cinema. La New York anni Cinquanta non viene mai trattata come cartolina o ricostruzione museale: è un organismo vivo, affollato, rumoroso, spesso soffocante.
La macchina da presa insegue i personaggi, li tallona, li spinge dentro spazi saturi di volti e corpi. I dialoghi si sovrappongono, le scene sembrano sempre sul punto di deragliare. È un cinema che rifiuta la compostezza e preferisce il rischio, costruendo un senso di urgenza continua che riflette perfettamente lo stato mentale del protagonista.
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Le donne di Marty Supreme: desiderio, sopravvivenza, memoria
Il film trova una delle sue forze più sorprendenti nella costruzione dei personaggi femminili. Odessa A'zion interpreta Rachel con una miscela di vulnerabilità e determinazione che evita qualsiasi cliché. Rachel non è un freno alla corsa di Marty: è una presenza che chiede realtà, responsabilità, corpo. Proprio per questo rappresenta una minaccia per il suo narcisismo.
Gwyneth Paltrow, nel ruolo di Kay Stone, incarna invece il tempo che è già passato. Ex diva hollywoodiana, moglie di un potente uomo d’affari, Kay è un corpo che porta i segni della rinuncia. Paltrow lavora per sottrazione, lasciando emergere una malinconia trattenuta che rende il personaggio centrale nella riflessione del film sul desiderio e sulla visibilità.
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Capitalismo e umiliazione: il volto del potere
Nel personaggio di Milton Rockwell, interpretato da Kevin O'Leary, il film concentra una riflessione feroce sul potere economico. Rockwell non è soltanto un antagonista narrativo, ma l’incarnazione di un sistema che trasforma il talento in merce e l’umiliazione in spettacolo contrattuale.
La celebre scena della punizione pubblica non cerca lo shock fine a se stesso: mostra come il successo, in questa America, passi attraverso un rituale di sottomissione. Per essere accettato, Marty deve piegarsi. Safdie filma il capitalismo come una coreografia sadica travestita da opportunità.
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Abel Ferrara, il futuro di Marty
La presenza di Abel Ferrara, nel ruolo del gangster Ezra Mishkin, agisce come una fenditura simbolica nel racconto. Ferrara non entra nel film come semplice attore, ma come corpo carico di memoria. Il suo Ezra è violento, imprevedibile, eppure attraversato da una fragilità inattesa, che emerge nel rapporto con il cane.
In poche scene, Ferrara diventa una possibile immagine futura di Marty: un uomo che ha vissuto senza misura e ne porta i segni sul volto. Ogni gesto sembra sedimentato, ogni silenzio pesa. Mishkin non giudica Marty, lo osserva da una distanza che ha il sapore dell’esperienza già pagata. È come se il film, per un attimo, guardasse se stesso dall’esterno
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Fran Drescher e Tyler, the Creator: origine e complicità
Nel disegno corale di Marty Supreme, i personaggi interpretati da Fran Drescher e Tyler, the Creator funzionano come due poli opposti e complementari della vita di Marty. Drescher è una madre ipocondriaca, invadente, affettivamente asfissiante: una presenza che non smette mai di ricordare al figlio da dove viene e cosa dovrebbe essere. Safdie utilizza la sua fisicità e la sua voce iconica per trasformare il materno in una pressione costante, mai caricaturale, fatta di ansia, paura del fallimento, bisogno di controllo. Tyler, al contrario, interpreta Wally come una figura di complicità pura, un amico che non chiede spiegazioni e non offre giudizi. La sua recitazione, istintiva e sorprendentemente naturale, porta nel film un’energia laterale, quasi adolescenziale, che accompagna Marty nelle sue fughe in avanti senza pretendere redenzioni. Se la madre rappresenta il legame che trattiene, Wally incarna il movimento che trascina: insieme disegnano il campo emotivo entro cui Marty continua a oscillare, incapace di fermarsi davvero.
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I costumi: vestire l’ambizione, non l’epoca
Il lavoro sui costumi firmato da Miyako Bellizzi è una delle chiavi silenziose di Marty Supreme. Non si limita a restituire un’epoca, ma traduce visivamente l’ossessione del film per il movimento, l’ascesa, lo scarto. Gli abiti di Marty non cercano mai l’eleganza: sono troppo strutturati, troppo rigidi, troppo grandi, come se il protagonista indossasse già il ruolo che sogna di occupare. I completi boxy, ispirati alle zoot suit e al mondo dei piccoli hustler di quartiere, raccontano un corpo che vuole imporsi prima ancora di essere legittimato. Al contrario, il guardaroba di Kay Stone lavora per sottrazione: pellicce, linee classiche, colori trattenuti che la collocano in una temporalità già chiusa, quasi museale. Bellizzi usa il costume come una mappa emotiva: ogni personaggio è vestito secondo la propria relazione con il tempo, con il desiderio, con la possibilità di cambiare. In un film dove tutti corrono, i vestiti non decorano: resistono, costringono, spingono.
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La musica di Daniel Lopatin: il tempo che deraglia
La colonna sonora firmata da Daniel Lopatin funziona come un secondo racconto. Sintetizzatori, pulsazioni elettroniche e innesti anacronistici anni ’80 creano una frattura temporale costante.
Il passato viene attraversato da un futuro che preme, rendendo Marty un uomo sempre fuori sincrono. La musica non accompagna le immagini: le spinge, le contraddice, le accelera. È una partitura che rende percepibile la corsa mentale del protagonista, il suo vivere sempre un passo avanti rispetto alle conseguenze.
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Moscot, Gatsby e il mito che ritorna deformato
In Marty Supreme non è casuale che, sullo sfondo di una delle scene newyorkesi, campeggi l’insegna di Moscot, storico marchio di occhiali dell’East Village. Quella vetrina, ricca di poster e insegne stratificate, è entrata nell’immaginario americano ben prima del film: fu proprio osservando la facciata di Moscot che Francis Scott Fitzgerald, durante la stesura de Il Grande Gatsby, concepì l’immagine del manifesto del dottor T. J. Eckleburg, gli occhi giganteschi che vegliano sul sogno americano e sulla sua rovina. Safdie sembra raccogliere quella suggestione e piegarla in avanti: Marty Mauser può essere letto come una versione febbrile e distorta di Jay Gatsby, un suo doppelgänger spinto non dalla nostalgia ma dall’urgenza. Se Gatsby era “una barca controcorrente, risospinta senza posa nel passato”, Marty è l’opposto: una pallina da ping pong impazzita, scagliata verso il futuro senza freni. Non a caso pronuncia una frase che suona come un manifesto esistenziale più che come una dichiarazione di intenti: “I have a purpose. If you think that it’s some kind of blessing, it’s not. It means I have an obligation to see a very specific thing through.” In quel momento, Marty Supreme chiarisce definitivamente la sua natura: non il racconto di un’ascesa, ma di una vocazione che pesa come una condanna.
Marty Supreme come cocktail: il Supreme Afterburn
Se Marty Supreme fosse un cocktail, si chiamerebbe Supreme Afterburn. Un drink da fine corsa, servito quando il battito non si è ancora calmato.
La base è un bourbon americano ruvido, carico di ambizione. A emergere subito dopo è un vermouth scuro, amaro quanto le promesse mancate. Al posto dell’agrume, una scossa sintetica fuori tempo, elettrica, che richiama la musica di Lopatin e l’intrusione degli anni ’80 negli anni ’50. Il ghiaccio è poco e tagliente: non raffredda, incide. Supreme Afterburn non cerca equilibrio, ma combustione. Come il film di Safdie, promette molto e presenta il conto solo dopo.
Quando la corsa finisce
Il finale di Marty Supreme rifiuta ogni trionfalismo. Non offre una redenzione netta, ma una resa dei conti intima. Marty arriva dove voleva arrivare, ma scopre che la vittoria non basta a colmare il vuoto della corsa.
Josh Safdie chiude il film con uno sguardo che non giudica e non assolve. Si limita a osservare cosa resta quando il talento corre più veloce della vita. In questo senso, il personaggio interpretato da Timothée Chalamet richiama il protagonista del romanzo Perché corre Sammy? di Budd Schulberg: la parabola di un giovane ebreo povero e famelico di successo, capace di trasformare l’ascesa sociale in una forma di autodistruzione.
Marty Supreme non chiede di essere amato. È piuttosto un invito al viaggio: perdersi in un’odissea nervosa e adrenalinica, dove ogni conquista ha il sapore di una rinuncia. E quando la corsa si arresta, lascia addosso una sensazione precisa: quella di aver assistito a una combustione abbacinante, capace di scaldare e gelare allo stesso tempo.