Coronavirus Bergamo, mancata zona rossa ad Alzano e Nembro: Conte dai pm il 12 giugno

Lombardia
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Oltre al premier verranno ascoltati il ministro della Salute, Roberto Speranza, e quello degli Interni, Luciana Lamorgese. Sulla sua convocazione Conte ha dichiarato: "Non sono preoccupato, riferirò quello che so". Nel pomeriggio è stato ascoltato il presidente dell'Istituto Superiore di Sanità, Silvio Brusaferro. I parenti delle vittime, invece, oggi hanno depositato in procura le prime 50 denunce con lo scopo di ottenere “verità e giustizia”

I pm di Bergamo sentiranno, come persone informate sui fatti, il premier Giuseppe Conte, il ministro della Salute, Roberto Speranza, e quello degli Interni, Luciana Lamorgese. A quanto si apprende l'audizione, che potrebbe anche svolgersi a Roma, verterà sulla mancata istituzione della zona rossa nei comuni di Nembro e Alzano Lombardo. Nel pomeriggio Conte ha dichiarato che sarà sentito dai pm il 12 giugno e di non essere "affatto preoccupato".
Nel frattempo, come annunciato nei giorni scorsi, questa mattina i parenti delle vittime da Coronavirus, riuniti nel comitato “Noi denunceremo”, si sono presentati davanti alla procura di Bergamo per consegnare ai magistrati le prime 50 denunce con lo scopo di ottenere “verità e giustizia” per i loro cari e chiarezza su quanto accaduto in Lombardia, e non solo, durante la pandemia (TUTTI GLI AGGIORNAMENTI - LO SPECIALE - LA SITUAZIONE IN LOMBARDIA).

Conte: "Con il procuratore ci confronteremo in piena serenità"

"Riferirò doverosamente tutti i fatti di mia conoscenza - ha dichiarato il premier Conte -. Non sono affatto preoccupato, non è arroganza, non è sicumera. Non commento le parole del procuratore: ci confronteremo venerdì, in piena serenità". Così il premier ha risposto ai cronisti che gli chiedevano di commentare le parole del procuratore di Bergamo secondo cui, "da quel che ci risulta", spettava al Governo istituire la zona rossa.

Oggi i pm hanno ascoltato il presidente dell'Iss Brusaferro

Questo pomeriggio il presidente dell'Istituto Superiore di Sanità, Silvio Brusaferro, ha incontrato a Roma, nella sede di Viale Regina Margherita, i magistrati della Procura di Bergamo, che lo hanno ascoltato in qualità di persona informata dei fatti.

La vicenda

L'audizione di Conte, Speranza e Lamorgese, come testimoni, era già stata ipotizzata dopo la deposizione dello scorso 29 maggio davanti ai pm bergamaschi che indagano sul caso dell'ospedale di Alzano, sui morti nelle Rsa e sulla mancata istituzione della zona rossa, del presidente della Lombardia Attilio Fontana e il giorno precedente dell'assessore al Welfare Giulio Gallera. Il governatore aveva affermato che era "pacifico" che, nel pieno della pandemia, nella prima settimana di marzo, spettava a Roma decidere di isolare i comuni di Nembro e Alzano Lombardo, cosa che poi non è avvenuta in quanto il governo ha trasformato tutta la Lombardia in zona arancione. Sulla stessa linea la testimonianza di Gallera. Il procuratore di Bergamo facente funzione, Maria Cristina Rota, aveva detto pubblicamente che l'istituzione della zona rossa nella Bergamasca avrebbe dovuto essere "una decisione governativa". Almeno per l'audizione di Conte i pm dovrebbero recarsi nella capitale. 

La mancata zona rossa

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La maggior parte degli esposti, ricevuti nell’aula dell'ex Corte d’assise allestita appositamente per ragioni di sicurezza visto l’alto numero di persone, fanno riferimento alla mancata applicazione della zona rossa nella Valseriana e alla chiusura e rapida riapertura del pronto soccorso di Alzano Lombardo, su cui la Procura orobica sta già indagando. I rappresentanti del comitato hanno inoltre annunciato che sono già in preparzione altre 200 denunce.

Il comitato: “Ci sono responsabilità politiche”

Scopo del “Denuncia Day” - così è stata ribattezzata la giornata odierna - è quello di “ottenere giustizia e identificare i possibili responsabili”, spiega il presidente e fondatore del movimento, Luca Fusco, anch’egli presentatosi puntale in Procura. Secondo Fusco, ci sarebbero delle responsabilità politiche, su tutte il “non aver chiuso la Valseriana quando doveva essere chiusa, cioè il 23 febbraio, lasciando trascorrere 15 criminali giorni fino all'8 marzo, quando la Regione Lombardia è diventata zona arancione. Per 15 giorni - ha affermato - noi bergamaschi abbiamo viaggiato, lavorato, bevuto il caffè e fatto gli aperitivi e a quel punto il virus ha circolato senza problemi”. 

“Sono anche convinto - ha poi aggiunto - che se ci fosse stata la chiusura tempestiva della zona rossa nella provincia di Bergamo forse non avremmo dovuto chiudere tutta la Lombardia. E probabilmente avremmo evitato il lockdown italiano. Noi non puntiamo il dito contro nessuno - ha concluso Fusco - le denunce sono contro ignoti: ci penserà la Procura, con un indagine che si profila lunga e difficile a individuare le responsabilità”.

"Su zona rossa ci fu inerzia"

"Quindici giorni di assoluta inerzia che hanno permesso al focolaio della media Valle Seriana di espandersi liberamente e in modo incontrollato, diventando un incendio di proporzioni devastanti". È questo uno degli argomenti più ricorrenti nelle denunce dei parenti delle vittime di coronavirus depositate in procura a Bergamo.
"Nei giorni tra il 3 e il 7 marzo la Valle Seriana si aspetta che venga creata la "Zona Rossa" nei comuni focolaio, ogni giorno scrivono, ogni sera sembra quella buona - è scritto in numerose denunce -. ci sono già i militari pronti al limitare della provincia, i carabinieri hanno già predisposto come organizzare le attività di presidio dei varchi. Ma quella zona rossa non arriverà mai". Nelle denunce si sottolinea come, in base alle norme, "117 zone rosse vennero istituite dal Governo e dalle Regioni".
"È evidente, è incontestabile, è un obbligo morale e giuridico stabilire - scrivono i parenti delle vittime - quali responsabilità vi siano state in una gestione della pandemia che ha provocato una strage, che ha provocato migliaia di morti che reclamano verità e giustizia e prima ancora chiarezza".

I parenti delle vittime all'esterno della Procura
I parenti delle vittime all'esterno della Procura - ©Fotogramma

La testimonianza di due fratelli

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Al “Denuncia Day” si sono presentati anche Pietro e Diego, due fratelli bergamaschi che nel giro di quattro giorni hanno perso il padre e la madre, entrambi positivi al coronavirus. “Non ha funzionato niente, dalla comunicazione con gli ospedali alle cure. Nostro papà - hanno raccontato - è salito sull'ambulanza con le proprie gambe, nel giro di due giorni ci hanno detto: 'è migliorato', 'è peggiorato', 'è morto'". 

"Con nostra madre - hanno poi ricordato - è stata la stessa cosa. Ci hanno detto: 'Stiamo cominciando a darle la morfina'. La state accompagnando a morire? 'No, la aiutiamo a non soffrire', ci hanno risposto e in poco tempo non c'era più. Ora siamo qui per dare loro giustizia e fare in modo che queste cose non accadano ad altri". Poi, hanno concluso: "Nessuno ci ha ancora fatto il tampone”.

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