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Sanremo 2019, chi vince e chi perde: le nostre pagelle sulla 69esima edizione

11' di lettura

Le nostre pagelle sulla 69esima edizione del Festival di Sanremo. Mahmood non è stata l'unica sorpresa offerta dalla kermesse

L’italo egiziano Mahmood ha vinto l’edizione numero 69 del Festival di Sanremo, definita tante volte in questi giorni il “Festival degli italiani”.  Ecco le pagelle di 30 tra vincitori, vinti, protagonisti e comprimari.  

ANNA TATANGELO:  4

La canzone non c’è (2). Lei sì, ed è di bell’aspetto (7), anche se, di ritocchino in ritocchino (-1 punto), tra un po’ non la riconosceremo più. In finale sta per commuoversi ma trattiene la lacrima e recupera un punto. Altrimenti ci scappava un 3.

FEDERICA CARTA E SHADE: 4

Il Festival si può vedere anche da casa, senza stress e il rischio di fare figuracce. Loro hanno sentito l’esigenza di venire a cantare “Senza farlo apposta”, melodiola elementare e noiosa, con rime da scuola dell’obbligo. Gli idoli dei quattordicenni hanno sbagliato ad esserci. E dire che Shade prometteva bene.

EINAR: 4

Non basta vestirsi come Irama per essere Irama. È tra i più giovani, ma la sua canzone è inesorabilmente sanremese. Magari andrà meglio l’anno prossimo. Tanto, ci sarà di sicuro.

I MECCANISMI DI VOTO: 5

Il baglionellum prevede quatto turni di voto, tre diverse ‘’Camere’’ votanti (non si voleva abolire il Senato?) e percentuali, riporti, radici quadrate…  Ok, la credibilità del risultato è importante, ma se per raggiungerla si crea una specie di versione sanremese e del Mattarellum elettorale, o peggio del Porcellum, qualche domanda bisogna farsela. Altrimenti poi in teatro fischiano. 

IL GIURATO BASTIANICH: 2

Era in prima fila come giurato d’onore, ieri sera alla finalissima, quando direttamente dall’Ariston ha sparato via Twitter un invito a sostenere i Negrita. Figuraccia. Chissà se tra sé e sé avrà commentato con un ‘’muoro’’. Tifoso.

EX-OTAGO: 5

Diciamo la verità, chi si è accorto che c’erano? 

PATTY PRAVO (CON BRIGA): 5

Cara vecchia Patty, icona del nostro immaginario, mattatrice di tanti Festival, perché venire all’Ariston se non ti senti in forma? Ok che con te c’era un giovane di belle speranze, e poi il dialogo intergenerazionale, bla e bla. E va bene anche l’accenno di bacio saffico dietro il palco con la “vecchia” amica Ornella (Vanoni) che ha conquistato i social. Ed è vero: la sera della finale hai ritrovato sprazzi della tua classe. Ma che fretta c’era di venire proprio al Festival dell’armonia? Hai 70 anni, non 90 e tante vite da vivere ancora. No, fretta non c’era. Maledetta primavera.

GHEMON: 5,5

Chi è il suo lookologo? In tre interpretazioni di “Rose viola” passa dal cappotto cammello al giaccone ‘’Est Europa” multicolore con il risvoltone.  Curiosamente, tra tanti colori il grande assente è proprio il viola. Però la canzone c’è. Sufficienza sfiorata.

NEGRITA: 5,5

A Sanremo, o ci vieni o non ci vieni. No che vieni però non sei convinto e canti seduto, in tutti i sensi. Diciamolo: sono stati mosci. Da ventesimo posto, appunto. La canzone mica era male. Ma se la canti così… Quando li ha affiancati Enrico Ruggeri è stata un’altra musica. Sarebbero da 6 ma mezzo punto glielo sottraiamo perché dai cavalli di razza ci si aspetta di più.

FRANCESCO RENGA: 6

È bravo, si sa. Ma la canzone è di quelle da ‘’lato b’’ di un vecchio 45 giri. Non lascia il segno, anche se in finale ci prova. Si vede che il tour dei sold out con Nek e Max Pezzali non gli ha lasciato il tempo di fare le cose come al solito.

NEK: 6

Lo dicevamo ieri: è in forma, e sul palco ci sa stare.  Ma se non avesse fatto il cantante, di certo non avrebbe insegnato all’università o guidato dibattiti al circolo dei letterati. Semmai sarebbe stato un pilota di moto, bagnino, o il simpatico gestore di un bar. Allora perché fargli cantare Borges? Fortuna che anche per lui c’è stato il tour con i sodali Renga e Pezzali.

ZEN CIRCUS: 6

Hanno cose da dire e l’urgenza di farsi ascoltare. Ma un debole per le messe in scena – tra sbandieratori in nero e minacciosi tamburini in elmetto e mimetica – che distraggono invece di aggiungere.  Peccato. La loro “L’amore è una dittatura” aveva “il messaggio”. 

ARISA: 6,5

A noi la sua verve da “tutto va bene signora la marchesa” non ha convinto. E l’ultima sera non deve aver convinto neanche lei, viste le incertezze nell’interpretazione. Ma ormai le vogliamo bene. Anche il pubblico: l’ottavo posto è generoso.

ENRICO NIGIOTTI: 7

L’ex terzo classificato di X Factor 2017 ne ha fatta di strada in poco più di un anno. Anche all’Ariston è credibile, intonato, mai sopra le righe. Anche se per il look alla Bradley Cooper di “A star is born” sembra un pochino presto. Crescita lenta. Ma inesorabile.

MOTTA: 7

In “Dov’è l’Italia” si carica sulle spalle il tema più difficile, il dramma dei migranti, che divide il paese. Lo fa con sensibilità e misura. Con Nada, vince di venerdì sera il premio per il duetto migliore.  La classifica non lo premia: 14mo.

NINO D’ANGELO E LIVIO CORI: 7

Nino era assente da un po’, e non lo abbiamo ritrovato ringiovanito, diciamo. Ma ormai è un artista di spessore, e ha saputo mettersi al servizio del giovane Cori (per alcuni è lui il misterioso Liberato che fa cantare mezza Napoli) in una bella canzone, originale, intensa. La lingua napoletana ci si stende sopra che è un piacere.  L’ultimo posto in classifica non fa testo.

SIMONE CRISTICCHI: 7

Bravo, ma non bravissimo come altre volte. La sua “Abbi cura di me” è interessante ma in fondo non sfonda, forse per via del retrogusto da preghiera sanremese in stile ‘’Minchia signor tenente”. La sera della finale sembra accorgersene anche lui. E canta peggio. Quinto. Artista di spessore. 

ULTIMO: 7

È molto più giovane della sua canzone, tra le più sanremesi di questo ‘’festival dell’armonia’’. Ha talento, ma preferisce giocare sul sicuro, tanto ha il faccino giusto, da bravo ragazzo sveglio e appena maledetto che piace alle mamme e alle liceali. Però ella seconda parte dell’esibizione di ieri sfodera una grinta, una energia e una voglia di farcela che meritano rispetto. E danno accenni pelle d’oca. Non gli bastano per vincere.

DANIELE SILVESTRI E RANCORE: 7,5

“Argento vivo” è drammatica, moderna e impegnata, e lui ci sta dentro con convinzione, crescendo ogni sera. Lo preferiamo nella sua chiave ironico-swing, ma ha aggiunto spessore al “festival dell’armonia”.  Infatti porta a casa tre premi della critica. E non è la prima volta.

IL VOLO: 7,5

Hanno talento, ma non si applicano, preferendo rifugiarsi all’ombra del Bel Canto e dei virtuosismi a uso di nonne e nipotine e del bell’aspetto da ragazzi puliti. Canzone medio debole. Ma sul palco ci sanno stare. Pochi giorni fa a Panama ne hanno calcato uno per il Papa, davanti a 500 mila persone. Infatti sfiorano il colpaccio: terzi.

PAOLA TURCI: 7,5

È diventata un classico. Elegante, misurata, matura. Supplisce con l’interpretazione e lo charme a qualche incertezza vocale, cantando una bella canzone con quella voce a tratti rauca ormai inconfondibile.

BOOMDABASH: 7,5

Chissà perché non hanno fatto notizia. La loro “Per un milione” è una esplosione di energia allegramente orecchiabile. Mica è un caso. Il leader è quel Mr Ketra che col sodale Takagi ha arrangiato quasi tutti i successi estivi italiani degli ultimi anni, compresi ‘’Amore e capoeira’’ e ‘’Da zero a cento’’. Funzioneranno in radio.

I COMICI: 8 meno meno

È la media tra la strepitosa perfomance di Pio e Amedeo la seconda sera (9,5), la simpatia cialtrona del Mago Forest nella finale (8,5) e la mezza delusione di Paolo Cevoli nella terza (5). Ma nel complesso, le loro gag hanno aggiunto. Senza sovrastare le canzoni.

IRAMA: 8

Lui che sembra il fratellino di Achille Lauro, il palco dell’Ariston l’ha conquistato pian piano, sera dopo sera. Fino alla intensa e sincera interpretazione di ieri. E’ un esponente di punta della nuova musica, e alla fine è riuscito a dimostrarlo, con la bella ’La ragazza dal cuore di latta”. Ha confessato che in certi giorni ha ‘’paura’’. E tra i suoi maestri include De Andrè. Durerà. 

VIRGINIA RAFFAELE: 8

Non sarà una diva fatale, ma non è più solo una brava imitatrice. Cresce sera dopo sera: simpatica, arguta, con un bel sorriso intelligente e buono, si prende il centro del palco e gli altri due neanche se ne accorgono. Ieri sera ha salutato così, improvvisando, il suo ‘’direttore’’ Baglioni prima della baraonda finale: “quanti ricordi conserverò! Tu e Venditti con i pianoforti bianco e nero in tinta con i capelli...”.  È nata una nuova soubrette.

CLAUDIO BISIO: 8,5

È un mattatore e lo dimostra già la seconda sera. Ha la capacità di giocare su più registri: tradizione, comicità d’autore, battuta grassa, autoironia. Di recitare monologhi e subito dopo mandare uno scherzoso ‘’saluto al mio parrucchiere”. Completo. L’unica cosa imperdonabile è la giacca damascata del debutto, da gitano che ce l’ha fatta. Lui commenta così: “Il mio stilista lavora per i Casamonica”.

ACHILLE LAURO: 8,5

È l’unico – con la Bertè – ad arrivare all’Ariston senza rinunciare a un grammo di se stesso. È già una rock star e “Rolls Royce” è una esplosione di energia agli antipodi della tradizione del festival. È accusata di parlare di droghe, e forse (ascoltando alcune strofe), non del tutto a torto. Ma lui ci sta dentro muovendosi sul palco come Vasco 40 anni fa in ‘’Vado al massimo’’. Fregandosene delle palate di fango. E risultando tra i migliori.

MAHMOOD: 8,5

Anche lui davvero non fa finta: è come tanti altri ragazzi italo nordafricani che provano a incrociare la cultura del padre con quella della madre (“volevi solo soldi, soldi. Ma è difficile stare al mondo quando perdi l’orgoglio”). La sua trap lo racconta, con swing.  E alla fine raccoglie un clamoroso primo posto. La sua espressione di stupore al momento di entrare nella terzina finale viene superata solo dalla successiva, stupefatta, quando gli dicono che ha vinto (“allucinante!”). In molti twittano: “Come la prenderà il Ministro degli Interni?”. Certo, quei pantaloni indossati venerdì nella sera dei duetti, a metà tra l’antipioggia da scooter e un rodeo ad El Paso, saranno tosti da dimenticare.

LOREDANA BERTÈ: 9

Tre standing ovation, interpretazioni sempre in crescendo di una bella canzone, di cui può essere capace solo chi ha passato 40 anni in altalena tra il paradiso e l’inferno, sul palco e nella vita, come raccontano i capelli blu. È l’unica dell’intera fiera delle vanità sanremese a non far nulla che non farebbe in casa sua. E su quel palco sembra cantare per sé, gridare tra sé e sé, come se il teatro fosse vuoto. Invece è un palco immenso, reale e televisivo. E (ci) conquista tutti. Perché sotto tanto dolore ha mantenuto la stoffa della fuoriclasse. Ritrovata quando in genere gli altri vanno in pensione.  Peccato che non le basti per entrare tra i primi tre. Ingiustizia.

SUPEROSPITI: 9

Stavolta, lo sono stati di nome e di fatto. Tutti o quasi (“Cosa ci faceva lì Alessandra Amoroso?” si sono chiesti in tanti).  Molti i momenti da incorniciare (Giorgia, Marco Mengoni, Venditti, Eros e Luis Fonsi, Elisa), pochi quelli da dimenticare (Ornella Vanoni tanto sopra le righe, Fabio Rovazzi un bel po’ sotto). Su tutti, il Liga Rock park di venerdì con poi il duetto con Baglioni sulle note di ‘’Dio è morto’’, l’ingresso a sorpresa di Anastasio con “Correre” a rappresentare il punto di vista dei figli nel monologo di Bisio sui padri e la performance del duo Raf-Umberto Tozzi giovedì sera, strepitosa per energia e coinvolgimento. Necessari.

CLAUDIO BAGLIONI: 9

Al di là del curioso ciuffo a tettuccio spiovente, sempre più accentuato sera dopo sera, è lui il vero vincitoreha osato (tornando alla guida del Festival dopo il successone del 2018, e restando anche dopo elezioni epocali che hanno spazzolato via quasi tutta la vecchia classe dirigente Rai, lasciandolo solo), ha scommesso (sul festival contemporaneo: giovani che fanno musica che piace ai giovani), ha resistito (a una pioggia di critiche e tensioni che nei giorni prima dell’avvio somigliavano a un diluvio). Ha ceduto giusto un po’ (la sua idea di puntare sulla musica italiana è diventata “il festival sovranista”). E ha cantato, tanto e bene.  Da solo o al servizio dei suoi superospiti. Certo, qualche volta, con quelle tirate sui buoni sentimenti è stato un po’ pesantino. Ma è un fuoriclasse. Persino con lo smoking bianco da direttore di sala (dai social, parafrasando Battisti: “il carretto passava e Baglioni gridava “gelati”). E ha vinto lui. Riconfermato?

 

 

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