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Dall'Italsider all'addio di ArcelorMittal: le tappe dell'ex Ilva dal 1960 a oggi

Caso Ilva, tutti i possibili scenari

5' di lettura

Fondata a Taranto, acquistata nel 1995 dalla famiglia Riva, l'azienda colosso della siderurgia italiana finisce sotto inchiesta nel 2012 per disastro ambientale. Poi il commissariamento, l’assegnazione ad ArcelorMittal e l'addio di questa nel novembre 2019

La convivenza tra la città di Taranto e l’Ilva, il colosso siderurgico dell'acciaio più grande d'Europa, è segnata dal dualismo tra tutela dell'ambiente e salvaguardia dei posti di lavoro.

Dall'Italsider alla nascita dell’Ilva a Taranto

L’Italsider di Taranto di proprietà pubblica nasce nel luglio del 1960. Lo stabilimento viene costruito nel quartiere Tamburi, per una superficie complessiva di oltre 15 milioni di metri quadrati. Segnata da una grave crisi negli anni Ottanta, l’acciaieria viene acquisita nel maggio del 1995 dal gruppo Riva, fondato nel 1954 da Emilio con il fratello Adriano e assume il nome attuale di Ilva (dal nome latino dell'isola d'Elba, dove veniva estratto il ferro che alimentava gli altiforni soprattutto a inizio Ottocento). La privatizzazione dell'Italsider inizia con il governo Dini e viene perfezionata dal primo governo Prodi, provocando non poche polemiche per il prezzo pagato dai Riva: la vendita dell'Ilva Laminati Piani (Ilp) dall'Iri al gruppo di Emilio Riva avviene a un prezzo di 2.500 miliardi di lire, per una valutazione complessiva della società di circa 4.000 miliardi di lire, secondo quanto rende noto l'Iri.

Le inchieste del 2012 e il sequestro dell’impianto

I Riva sono chiamati a rilanciare l’azienda, ma emergono i primi problemi seri di inquinamento della città collegati alla sua area industriale e il numero dei decessi per tumore registrati nella zona comincia a destare sospetti. Nel 2012 la magistratura tarantina dispone il sequestro dell’acciaieria per gravi violazioni ambientali. Vengono disposte le misure cautelari per alcuni indagati nell’inchiesta per disastro ambientale a carico dei vertici aziendali: tra questi anche Emilio Riva, presidente dell’Ilva Spa fino al maggio 2010 e il figlio e suo successore Nicola Riva. Il gip scrive che l’impianto è stato causa - e continua a esserlo - di "malattia e morte" perché "chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza". Per sbloccare dai sequestri gli impianti sottoposti a lavori di risanamento e garantire così la tutela dei posti di lavoro degli operai, il governo Monti emana un decreto che autorizza la prosecuzione della produzione dell’azienda.

Al via i commissariamenti

A maggio 2013 il gip Patrizia Todisco dispone un maxi-sequestro da 8 miliardi di euro sui beni e sui conti del gruppo Riva. Alla fine dello stesso anno il maxi-sequestro viene annullato dalla Corte di Cassazione su ricorso dei Riva, ma già pochi giorni dopo il provvedimento del gip, i Riva lasciano il consiglio di amministrazione dell’azienda. Ai primi di giugno interviene il governo e, con un decreto, commissaria l’Ilva: arriva Enrico Bondi, poi affiancato da Edo Ronchi. Un anno dopo i due vengono sostituiti da Piero Gnudi e Corrado Carrubba. A gennaio 2015 l’azienda, con un’altra legge, passa in amministrazione straordinaria e i commissari diventano tre: a Gnudi e Carrubba si affianca Enrico Laghi.

Il bando e l’assegnazione ad ArcelorMittal

Nel gennaio 2016 viene pubblicato il bando di gara con l'invito a manifestare interesse per Ilva. Il termine ultimo è fissato in 30 giorni a partire dal 10 gennaio. I Commissari straordinari scelgono la cordata ArcelorMittal - Marcegalia riunita nella joint-venture AmInvetCo. Nel Piano di Arcelor sono chiesti 6mila esuberi a fine piano. I sindacati alzano le barricate. Il 5 giugno 2017 l’allora ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda firma il decreto di assegnazione ad ArcelorMittal (nel frattempo si è sfilato il gruppo Marcegaglia) (LE TAPPE DELLA GARA).

Le richieste del governo Conte ad Anac e Avvocatura

A luglio 2018 il ministro dello Sviluppo Economico del neonato governo Conte 1 Luigi Di Maio chiede all’Autorità nazionale anti-corruzione di indagare sulle regolarità della procedura di gara. L’autorità guidata da Raffaele Cantone risponde che esistono criticità nell'iter della gara per la cessione dell'Ilva ma che uno stop della procedura può essere valutato solo dal Ministero dello Sviluppo nel caso in cui, come prevede la legge, esista un interesse pubblico specifico all'annullamento. Il governo richiede un parere anche all’Avvocatura dello Stato. Di Maio parla di gara "viziata", ma non annullabile perché "è in corso di verifica la questione dell'interesse pubblico" (I POSSIBILI COSTI DEL CASO ILVA). Il 15 settembre scade il termine del commissariamento dell'Ilva. 

L'addio di ArcelorMittal

A inizio novembre 2019 ArcelorMittal, dopo lungo tira e molla con il governo - nel frattempo diventato Conte 2, con Di Maio passato agli Esteri e sostituito allo Sviluppo economico dal ministor Stefano Patuanelli -  annuncia in una lettera la volontà di lasciare lo stabilimento e resistuirlo allo Stato italiano: tra le ragioni della decisione pesano soprattutto il ritiro dello scudo penale (COS'E') e le decisioni dei giudici tarantini che, secondo l'azienda, "renderebbe impossibile attuare il suo piano industriale". 

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