Delitto Garlasco, l'ex capitano dei Ris Marino vuole parlare al processo: cosa sappiamo
CronacaIntroduzione
Nel 2007, quando Chiara Poggi fu uccisa nella villetta di via Giovanni Pascoli, Alberto Marino era capitano della sezione biologia del Ris di Parma e consulente tecnico della pm di Vigevano. Il 10 settembre 2026 è stato ascoltato negli uffici del Comando provinciale dei carabinieri di Milano come persona informata sui fatti, ma qual è il suo ruolo nella ricostruzione dei fatti della Procura di Pavia?
Quello che devi sapere
Alberto Marino vorrebbe "parlare in aula"
Attualmente Alberto Marino è ancora al comando della sezione biologia del Ris di Parma, ora con il grado di il tenente colonnello, e intervistato nel programma Lo Stato delle Cose ha detto: "Mi piacerebbe molto poter parlare in aula. Ai pm ho detto tutto quello che dovevo dire".
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Perché Marino è stato ascoltato
La nuova inchiesta dei carabinieri del Nucleo investigativo negli ultimi mesi ha affrontato anche il capitolo di un presunto depistaggio ai danni di Alberto Stasi, condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi, ascoltando ex investigatori del Ris, tra cui l'allora generale Luciano Garofano, Giorgio Portera - genetista con un passato nel Reparto investigazioni scientifiche di Parma - e, appunto, Alberto Marino, che si sarebbe occupato materialmente degli accertamenti relativi al delitto di Garlasco. Marino è stato ascoltato come teste nei nuovi accertamenti della Procura sui due dati negativi sul Dna sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi rilevati il 20 settembre di 19 anni fa, dopo un primo match con il profilo genetico di Chiara Poggi il giorno precedente. Dati che, però, non sono stati depositati nel fascicolo a carico dell’allora studente.
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La versione di Alberto Marino
Sentito lo scorso 10 settembre, ai pm di Pavia che gli hanno chiesto "perché il 20 settembre" 2007 avesse effettuato nuovamente "le analisi sullo stesso campione", dati "i chiari doppi risultati del 19 settembre", Marino ha risposto: "Per voler ulteriormente approfondire". E ancora: "Dopo il risultato nullo che cosa ha fatto?". Marino: "Non ho nessun ricordo specifico. Se non c'è nessun dato, ci siamo fermati. Non posso escludere di aver fatto vedere anche a Fabbri o Avato (consulenti all'epoca della difesa Stasi, ndr) le due corse negative". E ha risposto "presumo di sì" alla domanda se ne avesse parlato con l'allora generale del Ris Luciano Garofano. Inizialmente Marino aveva detto che poteva essere "sbagliata la data" di quelle analisi e aveva parlato di un "bug" a un "sequenziatore", ma i pm gli hanno fatto notare che tecnicamente era una spiegazione impossibile e il colonnello ha dato loro ragione, confermando quelle due contro-analisi del 20 settembre.
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Cosa disse Marino alla pm Muscio nel 2007
Dai documenti acquisiti dalla Procura di Pavia nella nuova inchiesta sul caso Garlasco emerge che, in una relazione del 24 settembre 2007, Marino spiegò all'allora pm di Vigevano Rosa Muscio come, dopo aver ottenuto il profilo genetico di Chiara Poggi da un campione di Dna, i pedali della bici di Alberto Stasi siano "stati smontati e ispezionati nel dettaglio allo stereo-microscopio" e sono emerse "almeno tre tracce estremamente esigue" su entrambi i pedali. Tracce che sono state "testate" con il Combur test "per saggiarne la natura ematica", che ha fornito esito "positivo". Mentre l'Obti test, esame più specifico per la ricerca di sangue, non è stato effettuato perché "le tracce in questione risultavano troppo esigue" e i kit non erano "sufficientemente sensibili per le analisi in questione". Ogni traccia "utile a confermare il risultato" del 19 settembre 2007 "è stata pertanto preservata per l'analisi del Dna". Marino spiegava in conclusione che, data la "qualità" del profilo ottenuto, ossia quel match con il Dna della vittima, e anche la "successiva ispezione sui pedali" che aveva rilevato quelle tracce "rossastre positive al Combur test", "appare più che ragionevole ritenere che il profilo ottenuto dal campione 'bu_p', possa ricondursi soltanto a tracce biologiche di natura ematica".
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L’appunto sull’Obti test negativo
Ma a inizio ottobre 2026 emerge un appunto datato 20 settembre 2007, il giorno in cui Marino ottiene i due tracciati negativi sui pedali della bici Umberto Dei di Alberto Stasi, in totale contraddizione con il risultato del giorno prima. Nella nota, riferibile a Marino, si sosterrebbe il contrario di quanto da lui riferito alla pm, ovvero che un Obti test fu poi fatto e risultò negativo. Una circostanza che, però, non risulta agli atti del processo che ha condannato Alberto Stasi. "Smontati i pedali bici uomo. Quello con vite destrorsa - recitano le 10 righe dell’appunto - reca almeno 2 traccette brune comb. (+) nella parte terminale ex (vds foto)". Dunque il combur test, l'esame preliminare per le tracce di sangue, è positivo. "Quello con vite sinistrorsa - prosegue il testo - reca almeno una traccia bruna su un tacchetto della zigrinatura (vds foto) comb. (+)". Ma è l’ultima frase a sollevare i dubbi: "Quest'ultimo viene prelevato per OBTI (-)". L'Obti test, quello specifico per la presenza di materiale ematico è negativo, ovvero non c’è sangue, come dimostrerebbe il trattino cerchiato sull’appunto.
Per approfondire: Garlasco, la morte di Chiara Poggi, la condanna di Stasi, l'indagine su Sempio. Le tappe
Il Dna prima parziale e poi non più
Gli accertamenti dei pm di Pavia si sono concentrati anche su un intervallo di "tre ore", dalle 15.34 alle 18.37 del 19 settembre 2007, in cui le analisi sul profilo genetico trovato sui pedali della bici di Alberto Stasi passarono da indicare "un profilo parziale", non attribuibile, a fornire il match con il Dna di Chiara Poggi, poi contrastante, con i due esiti negativi del giorno seguente mai messi a disposizione delle parti. Come si evince dalle domande del 10 settembre dell'aggiunto Stefano Civardi, l'ipotesi è che gli investigatori dell'epoca siano partiti "dal presupposto che sui pedali" ci fosse il Dna di Chiara e che una serie di irregolarità abbiano restituito proprio quel dato. Fra queste presunte irregolarità, lo scambio di provette con il Dna del cucchiaino della colazione della vittima. Poco dopo le 15 del 19 settembre i primi esami sul campione "bu_p" restituirono un "tracciato parziale". Nei commenti del file fu annotato il "termine 'evaporato'" riferito a quel profilo. Marino ha spiegato che quel tracciato, però, "necessitava" di essere "approfondito". Così tre ore dopo arrivò quella che l'aggiunto Civardi chiama "la svolta", che è tutta da chiarire: si ottenne il profilo della vittima che "nessun genetista" avrebbe messo più in dubbio. Quel dato, però, insistono i pm, non venne caricato da Marino, come il precedente, ma dall'operatore con sigla "Port". L’ex capitano ha detto, tra molti "non ricordo", che la "ri-amplificazione" del campione, per "migliorarlo", presumibilmente la fece lui, mentre "il caricamento a questo punto presumo Portera", anche lui ex Ris.
Perché il Dna del cucchiaino?
Ed è in questa fase che, per gli inquirenti, potrebbe esserci stato lo "scambio di campionamento" con il Dna del cucchiaino della colazione di Chiara Poggi, che registrava la "stessa quantificazione in centesimi di nanogrammi per microlitri". Civardi nel verbale ha fatto notare: "È la stessa data. Abbiamo cercato di capire come fosse possibile (...) si aggiunge l'altro dubbio che una volta che lo carica lei viene fuori niente. Eh, insomma ... Seguendo il metodo scientifico del dubbio, forse qualche dubbio viene". Lo scorso 10 settembre i magistrati di Pavia hanno chiesto anche questo a Marino, il perché sia stato utilizzato il cucchiaino ritrovato nella villetta per ricavare il Dna di Chiara Poggi e non sia invece stato usato quello prelevato dal cadavere. In sostanza, Marino aveva già il Dna della vittima. L'ufficiale ha risposto che "forse non ce l'hanno mandato", "non c'era un campione di confronto". Ma in un verbale del 4 settembre 2007, firmato proprio da Marino, si parla di un prelievo del sangue della vittima quale campione. Un’altra contraddizione al vaglio degli inquirenti.
I dubbi degli inquirenti
La figura di Alberto Marino rimane quindi di interesse per chi indaga, per diversi motivi. Fra questi la questione di a chi e quando Marino comunicò il match del profilo sui pedali. "C'è un documento che se non sbaglio è la prima comunicazione che facciamo alla dottoressa Muscio", ha detto l’ex capitano. "Quella è di 5 giorni dopo, è il 24", ha replicato l’aggiunto Civardi. In mezzo, i due esiti negativi mai finiti agli atti. Poi il fatto che "il 25 settembre (mentre Stasi è ancora in carcere in attesa di convalida) Matteo Fabbri, consulente della difesa, chiede a verbale che 'venga effettuata una diagnosi di specie, tipo Obti test, sulle tracce rinvenute sui pedali'. Il capitano Marino (che firma il documento) 'prende atto' ma scrive che non effettuerà quell'analisi procedendo alla ricerca del Dna su una nuova traccia nel frattempo prelevata dai pedali (anche questa sarà negativa al test genetico). Mentre due anni più tardi, quando Stasi è a processo (sarà assolto), sempre Marino 'consiglia' al perito del Tribunale, Carlo Robino, di non procedere con il 'test immunologico', come l'Obti, perché il campione è esiguo'". Fatti o coincidenze che adesso vengono lette con una luce diversa, "specie dopo la conferma che era stato Marino a dare ordine di distruggere i reperti di Garlasco conservati al Ris nel settembre 2016, appena nominato comandante della sezione di Biologia. Il comandante Donghi ha scritto alla procura di Pavia che si trattava di campioni intermedi e che non potevano essere conservati in eterno (i giudici ne ordineranno la distruzione 6 anni dopo). Ma in una relazione interna (trovata ora dai pm), Donghi aveva invece riportato che quell'ordine era arrivato in autonomia da Marino".
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