Scream 7, recensione. L'horror tra Neve Campbell, nostalgia anni '90 e deepfake assassini
CinemaScream 7 riporta Sidney Prescott al centro della saga e riflette sull’horror nell’epoca della sua riproducibilità tecnica: nostalgia anni Novanta, quiz metacinematografici, deepfake e fandom ossessivo. Nato tra cambi di regia, sciopero SAG-AFTRA e le uscite di Melissa Barrera e Jenna Ortega, il film diretto da Kevin Williamson non si limita a proseguire la saga: la mette in discussione, tra memoria trasformata in merchandising, industria in crisi e sadismo spettacolare
L’horror nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.
Se Walter Benjamin avesse amato gli slasher, probabilmente sarebbe partito da qui.
Perché Scream 7 è questo: un film che concede ancora qualche brivido — jump scare calibrati, serial killer svalvolati che a volte ritornano — ma che soprattutto riflette su un’epoca in cui tutto può tornare. Sequel, prequel, requel, reboot. Gli anni Novanta sembrano non finire mai sul grande e piccolo schermo. Sono un perpetuo black hole che risucchia film e serie tra un poster dei Duran Duran in stile pop art e una t-shirt con la faccina triste e la scritta The World Is a Vampire. Sì, gli Smashing Pumpkins. Li ricordate?
La nostalgia oggi non è sentimento. È carburante.
Si succhia il sangue della memoria, si torna a “qual è il tuo horror preferito?”, al quiz mortifero che spalanca i cancelli del cielo e quelli della memoria come un Apriti Sesamo pop. E Scream 7 lo sa benissimo.
Il quiz, il culto, il luna park postmoderno
Questa volta le domande non si fermano ai fondamentali. Si entra nel dettaglio: primo Nightmare, La casa nera, l’età in cui Jason è morto annegato in Venerdì 13. Se sbagli, perdi la ghirba. Ma occhio al quesito trabocchetto.
Siamo dentro un luna park postmoderno — per citare Lunar Park — dove l’omaggio a Wes Craven convive con il fan service più spudorato. Un dedalo di citazioni dove, se non hai ripassato almeno il primo capitolo e l’ultimo con la trasferta newyorkese di Ghostface, rischi di perderti.
Non è solo nostalgia. È mitologia seriale.
Il ritorno a Woodsboro: memoria come merchandising
Il prologo nella casa di Stu Macher — trasformata in B&B tematico ribattezzato “Macher House Experience” — è un’epifania di macabri ricordi. Il trauma è diventato esperienza turistica. L’orrore è pacchetto weekend.
Ed è proprio per questo che la sequenza funziona: perché quando la memoria diventa decorazione, è pronta a essere profanata di nuovo.
Kevin Williamson, al suo primo film della saga da regista, sembra voler dimostrare che si può ancora fare paura con la grammatica classica dello slasher. Meno discorsi su cosa sia un requel, più tensione costruita con spazio, luce e silenzio.
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Quando il passato chiama di nuovo
Sidney Prescott ha costruito una nuova vita nella cittadina di Pine Wood, lontano da Woodsboro. È proprietaria di una caffetteria, ha sposato il capo della polizia, si è fatta una famiglia: insomma, ha trovato una normalità fragile ma conquistata con fatica.
Ma quando un nuovo Ghostface prende di mira sua figlia Tatum, il passato non ritorna solo sotto forma di lama.
Ritorna come immagine.
Come volto manipolato.
Come memoria riscritta.
Il killer utilizza la tecnologia per riportare in vita i fantasmi della saga, trasformando l’eredità dell’orrore in un’arma narrativa e affettiva. Non è soltanto una caccia all’uomo. È un confronto genealogico.
Sidney non deve più solo sopravvivere.
Deve capire cosa ha trasmesso.
E cosa, forse, non è mai davvero finito.
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Sidney, il passaggio di testimone
Il cuore del film resta però Sidney.
Neve Campbell non è più soltanto la final girl. È una madre. E la paura cambia forma: non è più sopravvivere, ma proteggere.
Il testimone della Scream Queen passa di madre in figlia. Perché la mela non cada mai lontana dall’albero. E in questo passaggio c’è forse l’aspetto più interessante del film: l’idea che l’orrore non si erediti solo come trauma, ma come identità. E quell’ Hello, Sidney!”, continua a riecheggiare.
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Vecchie conoscenze e volti nuovi: chimica, funzioni e (dis)equilibri del cast
Il cast di Scream 7 lavora come un sistema di specchi: da una parte le presenze storiche che reggono il peso emotivo della saga, dall’altra i volti nuovi chiamati non solo a “rinfrescare” il franchise, ma a dimostrare che la paura può ancora passare di corpo in corpo, di generazione in generazione.
Neve Campbell resta il baricentro. Non gioca la carta della nostalgia: interpreta una Sidney più trattenuta, più stanca, ma anche più pericolosa, perché adesso il coraggio non è un riflesso di sopravvivenza bensì un istinto materno. La sua forza è tutta nella misura: lo sguardo che calcola, la voce che non alza mai il volume quando dovrebbe urlare, quel modo di attraversare le scene come se avesse già visto l’abisso e sapesse dove cade il pavimento.
Accanto a lei Courteney Cox riporta Gale su un registro che funziona quando resta ambiguo: l’ironia come difesa, la prontezza come maschera, e sotto una forma di lealtà che non ha bisogno di dichiarazioni. La chimica tra le due non vive più del vecchio “love-hate” giovanile, ma di una complicità adulta: è meno frizzante, più ruvida, e proprio per questo credibile.
Il passaggio generazionale si gioca soprattutto su Isabel May: la sua Tatum non è una semplice “final girl in training”, ma un personaggio che alterna spavalderia e risentimento, come se la figlia percepisse il trauma della madre non come storia, ma come clima. Quando il film riesce davvero nel tema madre-figlia, è perché May evita il cliché dell’adolescente “solo ribelle”: le basta una pausa, un mezzo sorriso fuori posto, per suggerire che la ferita è già eredità.
Tra gioventù e sopravvissuti
Il gruppo dei giovani funziona a tratti proprio perché sembra composto da persone che conoscono l’horror: non solo i personaggi, ma gli attori stessi, che portano addosso l’energia da fandom contemporaneo. Mckenna Grace è la più efficace in questo senso: dà al suo personaggio una vibrazione nervosa, da presenza “troppo viva” per essere al sicuro, e incarna bene quella qualità tipica di Scream in cui la simpatia diventa pericolo.
Sul lato “sopravvissuti” recenti, Jasmin Savoy Brown e Mason Gooding continuano a funzionare come termometro metanarrativo (lei) e come fisicità da slasher (lui): quando il film accelera e smette di spiegare, entrambi guadagnano. Quando invece si appesantisce di dialoghi esplicativi, restano un po’ intrappolati nella funzione.
Tra i volti adulti “nuovi”, Anna Camp è interessante perché gioca sul doppio registro che Scream chiede sempre: presenza solare e potenziale ombra. Joel McHale porta un carisma che sposta l’asse verso l’ironia senza trasformare tutto in parodia; Mark Consuelos lavora più sul dettaglio, sul non detto. Il risultato complessivo è un ensemble che regge quando si muove “a scene” (set-piece, suspense, inseguimenti) e perde un po’ di mordente quando deve fare ingegneria narrativa.
In sintesi: il casting non è solo una parata di nomi, ma un dispositivo tematico. Scream 7 ti dice chi sei anche attraverso chi riconosci, chi ti sembra nuovo e chi ti manca. E nel modo in cui questi corpi si passano la paura — o la trattengono — il film trova una parte della sua verità.
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Un film nato nel caos: produzione, uscite eccellenti e ricomposizioni
Scream 7 non nasce in un clima sereno. Anzi. Il film è figlio di uno dei periodi produttivi più turbolenti della saga. Dopo l’uscita dei registi Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, il progetto è passato di mano, ha subito una sospensione durante lo sciopero SAG-AFTRA e soprattutto ha affrontato una frattura narrativa importante con l’allontanamento di Melissa Barrera e l’uscita dal cast di Jenna Ortega. Due figure centrali nei capitoli precedenti, che avevano di fatto ridefinito l’asse generazionale della saga.
Il risultato è stato un ripensamento radicale dell’impianto narrativo. L’ipotesi di proseguire l’arco delle sorelle Carpenter è evaporata e il film ha dovuto reinventarsi, tornando al personaggio simbolo: Sidney Prescott.
È in questo contesto che l’arrivo alla regia di Kevin Williamson assume un valore quasi programmatico. Non solo lo sceneggiatore che torna, ma il creatore che riassume il controllo. Una scelta che ha avuto il sapore della rifondazione.
Questa genesi travagliata si avverte a tratti nella struttura: alcune linee narrative sembrano ricalibrate in corsa, alcuni equilibri emotivi risentono del cambio di rotta. Ma, paradossalmente, proprio questa instabilità rende il film coerente con il suo discorso centrale: Scream parla da sempre di un’industria che si rigenera divorando se stessa.
Anche fuori dallo schermo.
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Il sadismo beffardo (e la birra che smentisce il proverbio)
Tra le cose più riuscite del film ci sono alcuni decessi, invero assai spettacolari e dal beffardo sadismo.
In special modo un efferato omicidio che dimostra quanto sia falso il proverbio secondo cui chi beve birra campa cento anni.
Perché qui un ragazzo viene infilzato con la leva per spillare la birra. Il metallo gli attraversa il corpo e dalla bocca gli esce un fiotto di luppolo misto a sangue. Schiuma e rosso. Una caricatura macabra del brindisi.
È una morte che funziona perché è insieme grottesca e crudele. È quasi una vignetta splatter. Ed è uno di quei momenti in cui il pubblico sobbalza e poi ride nervosamente.
Lo slasher è anche questo: un sadismo coreografico che diventa rito collettivo.
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Funziona davvero?
A patto di non aspettarsi il miglior e più terrificante horror della stagione, Scream 7 si lascia godere.
Concede brividi. Concede memoria. Concede una riflessione metacinematografica meno gridata ma più sotterranea. Patisce qualche squilibrio produttivo, qualche assenza pesante nel cast, qualche dialogo didascalico di troppo.
Ma resta un film consapevole del proprio tempo.
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Autopsia della nostalgia
Se Scream 7 fosse un drink — e lo è — sarebbe un Old Fashioned preparato con il bourbon del 1996. Il ghiaccio è perfetto, tagliato a macchina. La scorza d’arancia è bruciata al punto giusto. Ma nel fondo del bicchiere c’è una goccia di veleno digitale. Invisibile. Inevitable.
Non è il capitolo più rivoluzionario della saga.
Non è il più compatto.
Non è quello che ridefinisce lo slasher.
È quello che lo mette sotto vetro.
Scream 7 accetta la ripetizione e la trasforma in discorso. Parla di sequel mentre è un sequel. Parla di deepfake mentre resuscita fantasmi. Parla di nostalgia mentre la usa come carburante. Non finge di poter tornare al 1996. Mostra che il 1996 è diventato un filtro, un algoritmo, un format.
Lo dimostra anche un dettaglio solo in apparenza marginale: il nome della figlia di Sidney, Tatum. Un omaggio diretto al personaggio interpretato da Rose McGowan nel film del 1996. La memoria non è più solo trauma. È citazione incorporata. È genealogia pop.
La vera paura non è il coltello.
È la possibilità che nulla muoia davvero.
Che ogni trauma diventi merchandising.
Che ogni icona venga rigenerata.
Che ogni morte sia solo una pausa.
In questo senso, Scream 7 non rilancia la saga. La autopsia. E nel farlo, le restituisce una lucidità che mancava.
Non è un film necessario.
È un film inevitabile.
E forse è proprio questa la sua verità più disturbante: nell’epoca della riproducibilità infinita, l’horror non deve più inventare nuovi mostri. Deve solo guardare in faccia il modo in cui continuiamo a resuscitarli.