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Chi è Matteo Messina Denaro, boss della mafia latitante da 25 anni

5' di lettura

Nato a Castelvetrano nel ‘62, è irreperibile dal ‘93. L’ultima volta è stato visto in vacanza a Forte dei Marmi. Poi di lui, ritenuto responsabile di un numero imprecisato di esecuzioni e tra gli organizzatori del sequestro del piccolo Di Matteo, si sono perse le tracce

Diabolik, U siccu (il secco). Oppure Alessio, come si firmava nei pizzini ritrovati dagli investigatori nel covo di Binnu Provenzano, a Montagna dei Cavalli. Sono questi alcuni dei soprannomi con cui è conosciuto Matteo Messina Denaro, 56 anni compiuti lo scorso 26 aprile, figlio del patriarca mafioso Ciccio, tra i latitanti più ricercati del mondo. E, secondo gli investigatori, uomo di punta di cosa nostra. Nell’ennesimo blitz, il 5 giugno, la polizia ha dato un ulteriore colpo alla sua rete di fiancheggiatori per cercare di fargli terra bruciata intorno e stringere il cerchio. Ma la latitanza del boss, nonostante gli arresti e le perquisizioni, dura da 26 anni. "È come un pesce cane, gli stiamo togliendo tutta l’acqua e i pesci, anche i migliori, senza l’acqua non possono campare", ha detto il 24 novembre Giuseppe Governale, capo della Direzione investigativa antimafia, commentando il sequestro del patrimonio dell'imprenditore Carmelo Patti.

È nato a Castelvetrano nel 1962

Matteo Messina Denaro è ritenuto responsabile di un numero imprecisato di esecuzioni e tra gli organizzatori del sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo - rapito per costringere il padre Santino a ritrattare le rivelazioni sulla strage di Capaci e poi strangolato e sciolto nell'acido dopo 779 giorni di prigionia. È nato nel 1962 a Castelvetrano, in provincia di Trapani. Il papà Francesco, don Ciccio, era il capo mandamento della zona. Da lui Messina Denaro ha imparato anche i segreti della latitanza: dopo anni di ricerche, l’uomo fu trovato solo nel 1998 - morto stroncato da un infarto - nelle campagne vicino al paese. Da allora ha comandato Matteo. Prima nella provincia di Trapani, poi in Sicilia. Fedelissimo di Totò Riina, dopo l'arresto del boss si è messo agli ordini di Provenzano, padrino con cui scambiava pizzini pieni di rispetto e di affetto, ma che in realtà seguiva solo in parte. Perché Messina Denaro preferiva l’azione. Poi, quando i boss sopra di lui sono caduti a uno a uno, Diabolik ha iniziato a contare sempre di più. Ed è diventato tra gli uomini più ricercati al mondo.

La latitanza iniziata nell’estate 1993

La sua latitanza è iniziata nell’estate del 1993. L’ultima volta è stato visto in vacanza a Forte dei Marmi insieme con i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Poi nei suoi confronti è stato emesso un mandato di cattura per associazione mafiosa, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materiale esplosivo, furto e altri reati minori. E da allora Messina Denaro è irreperibile. Nessuna traccia. C’è chi assicura che vivrebbe in Sicilia, spostandosi di continuo. Chi parla di interventi chirurgici al viso e ai polpastrelli. Chi dice che è protetto dalla 'ndrangheta. Chi di volta in volta lo colloca sulle tribune di uno stadio o in una spiaggia all’estero.

Le ricerche

Polizia e carabinieri più volte sono stati a un passo dalla cattura, ma finora è riuscito a farla franca, potendo contare su una fitta rete di protezione in Sicilia e nel Nord Italia. Non solo picciotti, ma anche gente che conta. Si sospetta che abbia legami persino con personaggi vicini ai servizi segreti, con i quali - come emerso da alcune indagini - avrebbe rapporti. Attorno al boss mafioso, ritenuto il più pericoloso in circolazione, polizia, carabinieri e guardia di finanza stanno facendo terra bruciata. In carcere, negli anni, sono finiti decine di fiancheggiatori e uomini d'onore che ne hanno garantito la latitanza, ma anche suoi familiari (come la sorella). Di lui, però, non c'è traccia. Il suo volto è immortalato in vecchie fotografie e identikit realizzati dagli investigatori immaginando i cambiamenti col trascorrere degli anni.

Ama il lusso

Difficile, comunque, distinguere il vero e il falso, la realtà e le leggende, in quello che di lui dicono informatori e pentiti. Boss della new generation, di Matteo Messina Denaro si racconta che ama il lusso, le donne, i viaggi, le auto, i vestiti. E i soldi, montagne di soldi che gli hanno permesso di fare il salto da Castelvetrano ai salotti che contano. Insomma, Matteo U siccu sarebbe lontano anni luce dallo stereotipo del capomafia semi-analfabeta, che mangia pane e cicoria, che si nasconde in tuguri sotterranei in chissà quale rudere sperduto di campagna.

Il tesoro del boss

Quel che sorprende più di tutto gli inquirenti è l'immenso tesoro accumulato dal boss. Miliardi di euro, frutto di attività illecite in ogni campo, che hanno fatto di Matteo Messina Denaro uno tra i mafiosi più abili nella gestione dei proventi criminali. Negli ultimi anni, gli investigatori hanno sequestrato centinaia di beni mobili e immobili riconducibili al latitante. I suoi interessi spaziavano e spaziano dalle grande distribuzione organizzata all'edilizia. Persino un grande parco eolico è finito coi sigilli. Nelle mani di Messina Denaro sarebbe finito persino un risarcimento di 2 milioni di euro a vittime di mafia. Le tante inchieste sul boss di Castelvetrano hanno permesso allo Stato di acquisire palazzi, ville, appartamenti, terreni, magazzini, autovetture e decine di conti correnti bancari e polizze assicurative: tutti beni, per milioni di euro, a lui riconducibili.

Data ultima modifica 24 novembre 2018 ore 09:19

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