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Josh Safdie, ritratto di un regista in corsa: da Good Time a Marty Supreme

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Da Good Time e Diamanti grezzi, realizzati insieme al fratello Benny, fino a Marty Supreme, il primo film diretto in solitaria, Josh Safdie ha costruito uno dei percorsi più radicali del cinema americano contemporaneo. Un regista che lavora sull’urgenza, sull’ossessione e sul tempo che sfugge. Con Marty Supreme, candidato a nove Oscar 2026 e interpretato da Timothée Chalamet, Josh firma la sua opera più ambiziosa: un’epopea febbrile sul sogno americano, pensata come una corsa senza consolazioni

Josh Safdie, il cinema come stato di agitazione permanente

Regista, sceneggiatore e produttore statunitense, Josh Safdie è una delle voci più radicali emerse dal cinema indipendente americano degli anni Dieci. Nato a New York nel 1984 e formatosi alla Boston University, Safdie si è imposto all’attenzione internazionale insieme al fratello Benny grazie a un cinema nervoso, fisico, immersivo, capace di trasformare il tempo in una forza ostile e i personaggi in corpi costantemente sotto pressione.

Il cinema di Josh Safdie non cammina mai: corre, inciampa, accelera ancora. È un cinema che vive nello spazio tra un respiro corto e una decisione sbagliata, tra il desiderio di farcela e la paura di non arrivare mai. Fin dagli esordi, Safdie ha raccontato personaggi che abitano il tempo come una trappola: uomini e donne che non sanno aspettare, che non riescono a stare fermi, che trasformano ogni minuto in una scommessa.

Cresciuto artisticamente a New York e immerso fin da giovanissimo in un’idea artigianale e totale del fare cinema, Safdie ha costruito insieme al fratello Benny uno dei percorsi più riconoscibili del cinema indipendente americano degli ultimi quindici anni. Un cinema fatto di corpi sotto pressione, di ambienti ostili, di storie che sembrano sempre sul punto di esplodere.

I fratelli Safdie: un laboratorio a due teste

Per oltre un decennio, Josh e Benny Safdie hanno lavorato come un organismo unico. Scrivevano, dirigevano, montavano, spesso recitavano nei propri film. Il loro cinema nasceva dal caos controllato, da set vissuti come cantieri, da una prossimità quasi fisica con gli attori e con la città.

Film come Heaven Knows What e il documentario Lenny Cooke mostrano già una poetica precisa: realtà e finzione che si contaminano, personaggi ai margini, un’ossessione per il tempo che scorre e per la percezione alterata della realtà. Ma è con Good Time che i Safdie entrano definitivamente nel radar del grande cinema internazionale.

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Good Time: la notte come condanna

Ambientato in una New York sporca, claustrofobica e indifferente, Good Time è un thriller che vive interamente in apnea. Robert Pattinson interpreta un personaggio incapace di fermarsi, che trascina chiunque incontri dentro la propria spirale di errori. Il film è una corsa notturna, una discesa morale senza appigli, dove ogni scelta peggiora la situazione.

Qui si definisce con chiarezza lo stile Safdie: macchina da presa incollata ai corpi, montaggio nervoso, suono come elemento di pressione costante. Il tempo non è mai neutro: è un nemico che incombe, una forza che schiaccia.

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Diamanti grezzi: l’ossessione come sistema

Con Diamanti grezzi, Josh e Benny Safdie portano la loro poetica a un livello superiore. Il personaggio interpretato da Adam Sandler è l’archetipo definitivo dell’uomo safdiano: brillante, detestabile, irresistibile, completamente incapace di smettere.

Il film è un esperimento di tensione pura, costruito su accumulo, ripetizione, rumore. Ogni scena sembra spingere lo spettatore un po’ più in là, fino a un finale che rifiuta qualsiasi forma di consolazione. Diamanti grezzi è anche il film che consacra i Safdie presso il grande pubblico, senza mai addomesticare il loro sguardo.

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La separazione e il salto nel vuoto

Dopo Diamanti grezzi, Josh Safdie attraversa una fase di esaurimento creativo che coincide con una scelta naturale: proseguire da solo. Non una frattura, ma una biforcazione. Anche Benny Safdie intraprende un percorso autonomo, dirigendo The Smashing Machine, (LA RECENSIONE)  biopic sportivo con Dwayne Johnson nei panni del lottatore Mark Kerr. Due traiettorie parallele, diverse per scala e immaginario, ma nate dalla stessa urgenza: misurarsi con il cinema senza rete di protezione.

Per Josh Safdie, Marty Supreme nasce proprio da questo vuoto. Dalla sensazione di aver sacrificato tutto a un sogno e dalla necessità di capire cosa resta quando quel sogno, finalmente, prende forma.

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Marty Supreme: l’ossessione diventa epopea

 

Con Marty Supreme, Josh Safdie firma il film più ambizioso e personale della sua carriera, non solo sul piano tematico ma anche produttivo. È il suo primo lungometraggio diretto senza il fratello Benny e il progetto che segna il passaggio definitivo da un cinema indipendente a basso budget a una produzione di scala più ampia, pur senza rinunciare al controllo autoriale.

Ambientato negli anni Cinquanta, il film racconta l’ascesa di Marty Mauser, talento del ping pong ossessionato dalla grandezza. Ma lo sport è solo il pretesto: ciò che interessa a Safdie è il meccanismo del sogno americano, la sua capacità di sedurre e distruggere allo stesso tempo. In questo senso, Marty Supreme può essere letto come un film-mondo, pensato fin dall’origine per superare i confini claustrofobici dei lavori precedenti.

Interpretato da Timothée Chalamet, Marty è un personaggio larger than life, febbrile, magnetico. Non un eroe, ma un corpo in costante combustione. Safdie espande qui il suo cinema: più spazio, più tempo, più mondo. Dalla New York del Lower East Side all’Europa e all’Asia, Marty Supreme attraversa geografie e immaginari, trasformando la corsa individuale in un’epopea moderna.

Il ritmo resta quello safdiano, ma si fa più stratificato. La corsa non è solo fisica: è esistenziale, storica, quasi metafisica.

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Un film evento che consacra un autore

Il successo di Marty Supreme non è solo il trionfo di un titolo, ma il punto di arrivo di un percorso autoriale preciso. Distribuito in Italia da I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection in 370 sale, il film debutta al primo posto del box office, portando in sala oltre 25.000 spettatori e incassando 183.000 euro nel solo giorno di uscita. Negli Stati Uniti ha superato gli 80 milioni di dollari, diventando il maggiore successo di sempre per A24 sul mercato americano. Ma è soprattutto il riconoscimento industriale e artistico a segnare una svolta per Josh Safdie: Marty Supreme ottiene nove nomination agli Oscar 2026, tra cui Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Sceneggiatura Originale, firmata dallo stesso Safdie insieme a Ronald Bronstein. Dopo anni di cinema radicale, nervoso, spesso percepito come marginale, Safdie viene riconosciuto come uno degli autori centrali del panorama americano contemporaneo, capace di coniugare visione personale e impatto sul pubblico senza snaturare la propria poetica.

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Un cinema che non chiede perdono

Josh Safdie non cerca mai l’empatia facile. I suoi personaggi sono spesso sgradevoli, egoisti, manipolatori. Ma sono vivi. E il suo cinema non chiede allo spettatore di amarli, solo di seguirli.

Con Marty Supreme, Safdie dimostra che la sua poetica può sopravvivere anche fuori dal sodalizio fraterno, trasformandosi senza perdere urgenza. È il ritratto di un autore che continua a interrogarsi sul costo dei sogni, sul tempo che si consuma, sulla solitudine che accompagna ogni vera ambizione.

Un cinema che vibra, stanca, affascina. E che, come i suoi protagonisti, non ha alcuna intenzione di fermarsi.

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