Lightyear - La vera storia di Buzz, la recensione del film Disney Pixar

Cinema

Paolo Nizza

Arriva al cinema dal 15 giugno il 26º lungometraggio prodotto dalla Pixar Animation Studio. Una divertente e inclusiva Space Opera che racconta le avventure del film che ha ispirato la linea di giocattoli dell'omonimo personaggio nell'universo di Toy Story. Con le voci italiane Alberto Malanchino (Buzz Lightyear), Ludovico Tersigni (Sox), Esther Elisha (Alisha Hawthorne), Linda Raimondo

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“Verso l'infinito... e oltre!” («To infinity and beyond!»). Parola di Buzz Lightyear. A volte basta una frase per entrare nella Storia. Soprattutto nella Storia del cinema. E questo motto, che in fondo risulta un paradosso (cosa mai ci potrà essere dopo l’infinito? È per questo si chiama infinito) sintetizza il carattere del personaggio nato nel 1995 come spalla del cowboy Woody nel primo Toy Story e ora diventato protagonista di un film che porta il suo nome; Lightyear - La vera storia di Buzz, nelle sale cinematografiche da 15 giugno. E probabilmente la prima volta che Tim Allen (doppiatore di Buzz in tutti i 4 Toy Story che però questa volta ha ceduto il passo a Chris Evans) pronunciò quella battuta, nessuno alla Pixar immaginava che quello Space Ranger, che all’inizio doveva chiamarsi Lunar Larry o peggio Tempus di Morph, sarebbe diventato un’icona pop.

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Boris Pasternak scriveva: “Imparentati a tutto ciò che esiste, convincendosi e frequentando il futuro nella vita di ogni giorno, non si può non incorrere alla fine, come in un’eresia, in un’incredibile semplicità”. 

Sicché Lightyear - La vera storia di Buzz parte da un’idea semplice, ovvero, mostrarci il film che ha reso lo Space Ranger popolare tra il pubblico e che ha trasformato quella action figure accessoriata nel giocattolo preferito di Andy Davis, il protagonista della saga Pixar.

Certo, il passaggio da bambolotto a essere umano può risultare complesso e rischioso. Ma qui risiede la forza del film. Tra una citazione di Star Wars, un tributo a I predatori dell’Arca perduta, l’opera rende omaggio ai morbidi anni Ottanta/Novanta con una grafica accattivante ed empatica, Con ricchezza frugale, la pellicola ci mostra quello che i più volevano sapere: come sono i capelli di Buzz? Liberata da quella cuffietta viola, che quelli à la page chiamano "Snood," la chioma dello Space Ranger si presenta libera e bella. E lo Space Ranger diventa una sorta di mix tra John Glenn e Han Solo.

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Lightyear - La vera storia di Buzz ci presenta il protagonista del film con una scena che rimanda alla prima sequenza datata 1995 in cui lo space ranger si è manifestato, ossia, una panoramica dall’alto al basso. Tuttavia, questa volta l’eroe somiglia al giocattolo raccontato dalla saga di Toy Story, ma è un altro Buzz. È un eroe con una dimensione emotiva, un uomo che affronta una realtà per quanto possa essere fantascientifica. Con quell’uniforme che rimanda alle uniformi della NASA, al netto di quel via col mento, di quel torace espanso e di quella vita stretta da muscle Boy, questa volta l’eroe sbaglia. Ma la vittoria, a volte, abita nel fallimento. Perché come insegna il grande cinema americano dai tempi di Humphrey Bogart: “Solo chi cade può risorgere”

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Al netto, della valenza del bacio gay tra Alisha Hawthorn (Uzo Aduba) e la sua compagna, assolutamente determinante in un’ottica inclusiva delle tematiche i LGBTQI+, Lightyear - La vera storia di Buzz ci insegna quanto sia importante vivere nel presente e imparare a evolversi, perché come cantava L’orda d’oro guidata da Tamerlano: “È nel movimento la vittoria”. Perduti su un pianeta immobile, lontanissimo dalla Terra, i personaggi di questo ultimo film griffato Disney Pixar ci ricordano quanto il tempo sia relativo nella misura in cui è l’attimo a determinare le nostre vite. Alla fine, contano l’hic et Nunc, il qui e l’ora. Nessuno può cambiare il passato, tanto meno prevedere il futuro. E la dilatazione del tempo che deve affrontare Buzz, con lo dovute proporzioni e la stessa che vivono i  filmmaker  di casa Pixar, come afferma il regista Angus Mac Lane: “Ogni volta che realizzi un film passano almeno quattro anni. Poi ritorni in superficie e scopri che il mondo è andato avanti senza di te”. Insomma, nel cinema d’animazione e pure nella vita, bisogna imparare a vivere appieno ogni istante. E certo condividere poco più di un’ora e 40 minuti,  con lo Space Ranger Buzz, la comandante Alicia Alisha Hawthorne, l'irresistibile gatto robot da compagnia Sox  e la squadra di cadetti volontari formata dall’entusasta Izzy Hawthorne, il tentennante Maurice “MO” Morrison (in originale doppiato da Taika Waititi) e la brusca Darby Steel è  davvero un modo divertente di impiegare il proprio tempo, anche per lo spettatore poco avvezzo al cinema d’animazione.

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Lo Space Ranger Buzz Lightyear, la sua comandante Alisha Hawthorne e un equipaggio composto da più di mille scienziati e tecnici si dirigono verso casa dopo la loro ultima missione. A circa 4,2 milioni di anni luce di distanza dalla Terra, un sensore segnala che si trovano in prossimità di un pianeta inesplorato ma potenzialmente ricco di risorse. Buzz decide di modificare la rotta della loro nave da esplorazione sperando di raggiungere T’Kani Primo, un pianeta paludoso con aggressive piante rampicanti e insetti giganti. Il gruppo tenta di fuggire velocemente ma le cose vanno molto male, culminando in uno schianto che distrugge la loro cella a combustibile: ora, Buzz, Alisha e il loro equipaggio sono bloccati su questo pianeta tutt'altro che accogliente. Nessuno si muoverà dal pianeta fino a che gli scienziati del gruppo non riusciranno a creare un nuovo cristallo per l’ipervelocità che sia in grado di resistere a un volo sperimentale. Ma ci vorranno moltissimi anni di esperimenti ed errori prima di raggiungere il risultato. Intrappolato su questo pianeta decisamente ostile, l'equipaggio si prepara a una lunghissima permanenza. 

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