Tim Burton compie 63 anni: 10 curiosità sul regista di Burbank

Cinema

Gabriele Lippi

Dagli esordi come disegnatore Disney al successo commerciale con la sua visione gotica e grottesca del cinema. Ecco come un ragazzo emarginato della periferia di Los Angeles si è trasformato in un cineasta che piace alle major

Il 25 agosto del 1958, in un sobborgo di Los Angeles che sarebbe del tutto insignificante non fosse la “Media Capital of the World”, nasceva Tim Burton. Il regista che ha contribuito a costruire l’immaginario dark-gotico di almeno un paio di generazioni di giovani cresciuti tra gli anni ’80 e i ’90 compie 63 anni. Autore di capolavori come Edward Mani di Forbice e Nightmare Before Christmas, demiurgo del Batman cinematografico, autore di piccole personalissime gemme come Ed Wood e Mars Attacks, Burton ha saputo cavalcare l’onda del suo gusto per il grottesco arrivando ai vertici dell’industria cinematografica. Un caso più unico che raro di autore fuori dagli schemi che da questi schemi viene inglobato, ha avuto una produzione artistica prolifica e a tratti controversa. Ecco 10 fatti che lo riguardano che possono aiutare a capirne il genio.

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Timothy Walter Burton nasce e cresce a Burbank, a cavallo tra gli anni ’50 e i ’60. E quella periferia losangelina così tranquillamente borghese diventa presto una prigione per lui, che già da giovane matura la convinzione di essere un freak, un emarginato della società. Tutte quelle villette a schiera, quei giardini ordinati, quei volti sorridenti di chi esce la mattina per andare al lavoro e torna a casa la sera sono semplicemente insostenibili per lui, che cerca rifugio nell’unica cosa che glielo dà: il cinema. Anche perché a Burbank il cinema è di casa con gli uffici delle major di Hollywood.

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Il piccolo Tim ama il cinema ma anche in questo ambito i suoi gusti si dimostrano presto tutt’altro che convenzionali. Divora le pellicole horror di serie B della Hammer e sviluppa una natura simpatia per i mostri, da Dracula a Frankenstein, con cui sente di avere profonde affinità elettive. Emarginati come lui, rifiutati dalla società, ribelli, portatori di una bellezza e una emotività anti-convenzionale, i mostri sono il lato migliore del mondo laddove l’inferno è la vita “normale” di tutti i giorni. Sono elementi e considerazioni che Burton si porterà appresso nella sua produzione cinematografica, arrivando persino a ribaltare completamente i piani semantici tradizionali tra vita e morte in opere come Beetlejuice, Nightmare Before Christmas, La Sposa Cadavere.

L’INCONTRO CON LA STOP MOTION

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Tra i film più amati del piccolo Tim, un posto speciale è occupato da Gli Argonauti, pellicola mitologica diretta nel 1963 da Don Chaffey. Burton non se ne perde un passaggio in televisione ed è grazie a questa che comincia ad amare la tecnica dell’animazione in stop motion (o passo uno). In stop motion sarà il suo primo cortometraggio, Vincent, così come i due lungometraggi animati che realizzerà, Nightmare Before Christmas e La Sposa Cadavere. Nonostante gli avanzamenti della tecnologia, Burton ha mantenuto sempre il suo romanticismo per una tecnica di animazione piuttosto artigianale e dai tempi di lavorazione decisamente lunghi.

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Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Lisa Marie, Michael Keaton, Winona Ryder, Eva Green, Danny DeVito. Tutti hanno in comune l’aver recitato più volte diretti da Tim Burton (dagli otto film di Depp ai tre di Michael Keaton, Winona Ryder ed Eva Green), un paio di loro (Lisa Marie ed Helena Bonham Carter) hanno persino finito per sposarlo. Non c’è dubbio sul fatto che a Burton piaccia circondarsi sul set di attori con cui il confine del rapporto professionale viene scavalcato in virtù di sentimenti di amicizia e amore. Ed è probabile che l’imprinting, in questo senso, gli sia stato dato ancora una volta durante il periodo dell’infanzia, quando guardava rapito i film della Hammer con protagonista Vincent Price, suo primo feticcio, ispirazione e voce narrante del suo primo corto Vincent, attore in carne e ossa in Edward Mani di Forbice. Senza Price, probabilmente, non ci sarebbe stato Burton.

GLI INIZI COME DISEGNATORE ALLA DISNEY

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Per un bambino che scambia gli incubi coi sogni, non c’è niente di peggio che iniziare a lavorare come disegnatore alla Disney. La carriera di Burton inizia così, disegnando adorabili volpi dagli occhioni dolci per Red e Toby nemiciamici. Una prigione per il giovane Tim: “Lavoravo con un grande animatore, Glenn Kean. Era simpatico e buono con me, è un bravissimo animatore e mi ha aiutato. Ma in un certo senso mi ha anche torturato perché ero costretto a disegnare tutte quelle scene di volpi carine e non ci riuscivo, non riuscivo nemmeno a imitare lo stile Disney. È stata come la tortura della goccia cinese”. Burton ha conservato anche negli anni a venire un rapporto piuttosto conflittuale con la Disney, pur tornando a lavorarci, “vogliono che tu sia un artista ma allo stesso tempo che sia un operaio di fabbrica zombi senza alcuna personalità”, eppure è stato proprio il lavoro svolto in Disney (e rimasto a lungo sommerso) a lanciarlo nella sua carriera di autore cinematografico.

UN ESORDIO UN PO’ PARTICOLARE

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Il primo lungometraggio di Tim Burton ha decisamente poco di Tim Burton. Dopo l’apprezzatissimo corto Vincent e il mitologico mediometraggio di 30 minuti Frankenweenie (pubblicato solo tardivamente da Disney perché ritenuto troppo cupo ma diventato già in quegli anni una specie di oggetto di culto misterioso tra addetti ai lavori), Burton viene chiamato dalla Warner per dirigere il primo film di un noto personaggio televisivo, Pee-wee Herman. Pee-wee’s Big Adventure è un film surreale, grottesco, a tratti demenziale, che racconta la storia di un bizzarro uomo adulto che si comporta da bambino e parla coi suoi giocattoli, costretto a girare per gli Stati Uniti nel tentativo di recuperare l’amata bicicletta rossa che gli hanno rubato. È ovviamente un film tagliato più sul protagonista che sulle esigenze autoriali del regista, che comunque riesce a spargere per i 91 minuti del film alcuni degli elementi che saranno più espliciti nelle sue opere successive. Il film è un discreto successo commerciale ma viene demolito dalla critica, che lo definisce “una delle commedie peggiori dell’anno”.

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Quando esce Pee-wee Burton ha 27 anni e si ritrova a camminare per un po’ sul filo che separa il successo personale dall’immediata caduta in disgrazia. La svolta arriva qualche anno dopo, quando tra le mani gli si presenta il soggetto per una nuova pellicola, stavolta decisamente più vicina al suo gusto. Beetlejuice è la storia di come una coppia appena morta non voglia lasciare la casa in cui ha vissuto e cerchi in ogni modo di liberarsi dei nuovi inquilini respiranti, trovandosi a dover imparare in fretta e furia i trucchi del mestiere di fantasma e affidandosi a una sorta di bioesorcista semiciarlatano, Betelgeuse. Per la prima volta è evidente come Burton decida di schierarsi dalla parte dei freak, dei non vivi, dei mostri e dei fantasmi, mentre i vivi appaiono ritratti come personaggi meschini e aridi, con l’eccezione di Lydia, giovane figlia della coppia di nuovi inquilini della casa con tendenze gothic e una considerevole fascinazione per la morte. Il flim è un successo commerciale e di critica e gli apre le porte verso i suoi primi blockbuster veri e propri: Batman Batman - Il Ritorno.

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Se c’è un film, uno solo, che dovessimo prendere per rappresentare l’universo cinematografico burtoniano, probabilmente sarebbe probabilmente l’unico che non è stato diretto da lui. Nightmare Before Christmas è un progetto a cui Burton ha cominciato a lavorare durante la sua epoca Disney e che proprio per questo ha fatto fatica a emergere. “Cercavo di capire se fosse loro, e infatti era loro, come qualsiasi cosa. C’è questa cosa che firmi quando lavori lì che afferma che ogni cosa che pensi mentre sei loro dipendente è proprietà della polizia del pensiero”. L’intesa per la produzione del film arriva comunque dopo i successi commerciali di Beetlejuice e Batman. Burton torna a lavorare sul progetto, ne affida la colonna sonora a Danny Elfman (al suo fianco da Pee-wee’s Big Adventure) ma deve cedere la regia perché nel biennio necessario per la realizzazione del lungometraggio in stop motion è impegnato con Batman - Il Ritorno. Il film viene dunque diretto da Henry Selick, maestro della tecnica passo uno e collega di Burton in Disney. Per fugare però ogni dubbio su chi sia l’autore del film, il nome di Burton viene aggiunto al titolo, che diventa Tim Burton’s The Nightmare Before Christmas.

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In tutti i film più ispirati e meglio riusciti di Tim Burton è possibile riconoscere qualcosa della sua vita e del suo modo di pensare. Se tanto Vincent quanto Victor de La Sposa Cadavere sembrano somigliargli, Edward Mani di Forbice, con la sua zazzera nera disordinata e il suo incarnato pallidissimo, ne è praticamente una copia cartacarbone. Persino il villaggio in cui Edward si trova a vivere, integrandosi per poi diventarne capro espiatorio, ha tanto della Burbank in cui il regista è cresciuto. “Non è che mi sono messo l’ a pensare: ‘Adesso disegno uno che mi somiglia’ – ha spiegato raccontando la genesi di Vincent, il corto che racconta di un bambino emarginato e della sua fascinazione per Vincent Price (ricorda qualcosa?) – però i sentimenti su cui è basato sono gli stessi che avevo io”. E il discorso vale un po’ per tutti i suoi film e tutti i suoi eroi così anticonvenzionali.

LE STORIE? SOPRAVVALUTATE

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Un’orgia visiva, così la critica demolì Pee-wee’s Big Adventure nel 1985. Il fatto è che un’orgia visiva è grossomodo quello che il cinema dovrebbe essere nella personalissima visione di Burton. Ed è questa fervidissima immaginazione che gli ha permesso di lasciare una enorme eredità alla Settima Arte (pensate, per esempio, alla sua Gotham City, metro di confronto poi per qualsiasi altro regista si sia misurato con il mito di Batman sul grande schermo). Scenografie, costumi, pettinature, contrasti, colori e personaggi: sono questi gli elementi fondamentali del cinema burtoniano o burtonesco (termine piuttosto azzeccato coniato da alcuni critici da un’unione tra il cognome del regista di Burbank e l’aggettivo grottesco). Le storie? Secondarie, quanto meno nella loro linearità (non nelle idee). “Nei miei film la narrazione è di certo la cosa peggiore che c’è – ha ammesso – E questo non cambia. Non capisco perché la gente se ne preoccupi tanto. Ci sono dei film che amo e che hanno una storia forte. Ma non tutti sono così. Fellini ha mai avuto delle storie forti?”.

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