Bossi, da "Roma ladrona" a "La Lega ce l'ha duro". Frasi celebri e linguaggio del Senatùr

Politica
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Introduzione

Sia i partiti a lui vicini che quelli di opposizione ricordano Umberto Bossi, fondatore della Lega Nord scomparso il 19 marzo all’età di 84 anni, per la sua influenza nella storia politica degli ultimi decenni. Il suo lascito va anche oltre i programmi elettorali in sé: con lui cambiò il linguaggio istituzionale, sottolineano in molti. Meno retorica, più slogan. Non si limitò a guidare il suo movimento, nato per spingere il federalismo, ma inventò una grammatica tutta nuova, tra dialetto, provocazione e scurrilità, superando di gran lunga quello che ai tempi era considerato accettabile.

Quello che devi sapere

Umberto Bossi, lo slogan “Roma ladrona”

È con il Senatùr che nacque ad esempio “Roma ladrona”. In questo caso fu più di uno slogan: diventò una formula magica per conquistare l'opinione dell’elettorato dell'Italia settentrionale, o meglio della zona della "Padania", altro termine che da geografico nel suo linguaggio ha assunto carattere quasi metaforico, fondamenta di un intero impianto ideologico. 

 

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"La Lega non perdona"

A “Roma ladrona”, Bossi accompagnava spesso “La Lega non perdona”. Poche parole messe insieme per restituire l’idea di un Nord produttivo e industriale, in contrapposizione a un Centro-Sud Italia rappresentato come parassitario.

 

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“La Lega ce l’ha duro”

Lo slogan coniato da Bossi che più di tutti ha fatto discutere è però un altro, “la Lega ce l’ha duro”, passaggio a uno stile di comunicazione ancora più violento. Non si tratta più solo politica, ma di identità e virilità, di appartenenza fisica. È un linguaggio che nel rifiuto del decoro trova la sua stessa forza e il suo appeal per la cittadinanza: una dichiarazione di guerra a un’élite percepita come troppo distante, sofisticata, ipocrita.

 

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La piazza prima della televisione

Molto si è discusso in queste ultime settimane di campagna referendaria della politica come militanza, a tratti estrema. Bossi ne è stato forse il più grande fautore, con comizi lontani dalle tradizionali conferenze stampa e vicini a riti collettivi fatti di urla, applausi e gesti teatrali. Si allontanava dalla televisione come mezzo principale per raccogliere proseliti, privilegiando la piazza e il contatto diretto, specie sul pratone di Pontida, dove ancora oggi una volta all’anno si riunisce quella che è diventata la nuova Lega. 

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Il Và pensiero invece dell’inno di Mameli

Del Senatùr si ricorda anche l’uso provocatorio di simboli della cultura popolare, in primis degli inni. Il ricorso ossessivo al coro del Và pensiero - tratto dall'opera lirica Nabucco di Giuseppe Verdi - a scapito dell'inno nazionale, Il Canto degli Italiani di Goffredo Mameli, non fu una scelta di stile ma un gesto politico: all’Unità nazionale si preferiva ricordare l’esilio e la nostalgia. La “Padania” diventava così prima di tutto un luogo fatto di gente oppressa. 

Al di là del politicamente corretto, nel terreno dell'offesa personale

Molto spesso, Bossi calcava sui limiti del politicamente corretto per i suoi comizi. Non si è risparmiato offese personali: tutti ricordano il celebre “Monti vaffa…” rivolto al presidente del Consiglio e senatore a vita Mario Monti. Durissime poi le invettive contro l'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (bollato come un “terùn") e le provocazioni sul Tricolore che era soltanto “buono per pulirsi…”. 

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Grezzo, ma memorabile: un linguaggio fatto per essere urlato

Gli avversari politici di Bossi hanno tentato di ridurlo a una caricatura, ma il suo essere grezzo era calcolato. Il linguaggio “povero” che usava era in realtà estremamente efficace: accessibile e replicabile, di certo rimaneva impresso nella mente degli elettori, senza alcun bisogno di mediazione o interpretazione. Era fatto per essere ripetuto, scritto sui muri, urlato nelle piazze, come fece notare negli anni '90 il linguista Gian Carlo Oli, il celebre padre del Vocabolario della lingua italiana pubblicato da Le Monnier.

 

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