Guerra Iran, colloqui in Pakistan fra i ministri di Arabia Saudita, Turchia ed Egitto
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La diplomazia è al lavoro per cercare di mettere fine al conflitto, iniziato ormai un mese fa con i raid congiunti di Stati Uniti e Israele e di cui non si intravede al momento una fine. Teheran ha ringraziato Islamabad per i suoi sforzi di mediazione, ammettendo così implicitamente l'esistenza di trattative per chiudere la guerra. Un primo appuntamento è in calendario lunedì, quando i ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Turchia ed Egitto saranno a Islamabad per parlare del conflitto e gettare possibilmente le basi per un dialogo. "Ci saranno incontri in settimana", ha detto un fiducioso Steve Witkoff, il negoziatore americano.
Quello che devi sapere
Faisal bin Farhan Al Saud, Hakan Fidan e Badr Abdelatty
Ad annunciare i colloqui, previsti per le prossime ore, è stato il ministero degli Esteri pakistano, mentre il premier Shehbaz Sharif ha avuto un colloquio telefonico - di "oltre un'ora", come ha puntualizzato lui stesso - con il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, considerato un "fratello". A Islamabad ci saranno il saudita Faisal bin Farhan Al Saud, il turco Hakan Fidan e l'egiziano Badr Abdelatty per "colloqui approfonditi" su "una serie" di dossier, anche sugli "sforzi per ridurre le tensioni nella regione", hanno fatto sapere dal Pakistan. Mentre da Il Cairo precisano che i Paesi coinvolti nei colloqui puntano a "coordinare le loro posizioni" confermando di voler "sostenere soluzioni politiche" alle crisi. E Islamabad ha confermato l'impegno nel lavoro diplomatico di Sharif, del ministro degli Esteri Ishaq Dar (che fra gli altri ha sentito il capo della diplomazia cinese, Wang Yi), del numero uno dell'Esercito, il feldmaresciallo Asim Munir che - come ha scritto anche la stampa britannica - è noto per essere "il feldmaresciallo preferito di Donald Trump".
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La posizione del Pakistan
Intanto il New York Times ricorda gli interessi del Pakistan nel mezzo della crisi nella regione, a partire dall'energia, come Islamabad abbia intensificato in questi giorni il lavoro diplomatico, la "shuttle diplomacy", e come i leader pakistani - "vicini sia a Donald Trump che a Pezehskian" - abbiano passato messaggi tra i due Paesi. Il Pakistan dipende dal Golfo per le importazioni di petrolio e gas. E Islamabad, che con l'Iran - patria dello sciismo - condivide un confine di circa 900 chilometri, teme tra l'altro che il caos arrivi fino al Baluchistan, nel sudovest del Pakistan, dove le forze governative continuano la battaglia contro gli insorti. Con l'Arabia Saudita, eterna rivale dell'Iran nell'area, culla dell'Islam sunnita, Islamabad ha dallo scorso settembre un patto di difesa. E il governo di Islamabad deve destreggiarsi, sintetizza il Nyt, tra le diverse priorità fra i partner in Medio Oriente, monarchia del Golfo davanti a tutti. "Sostenendo la de-escalation e facendo da tramite, il Pakistan ha indicato di non voler essere trascinato in un conflitto più ampio", ha commentato Farhan Hanif Siddiqi, docente di relazioni internazionali all'Institute of Business Administration di Karachi citato dal Nyt. E punta tutto sui colloqui.
Il dispiegamento di truppe Usa
Mentre si cerca faticosamente un'intesa, i combattimenti però proseguono. Il conflitto finirà "nel giro di settimane, non di mesi", ha assicurato il segretario di Stato Marco Rubio, secondo il quale gli obiettivi americani in Iran possono essere raggiunti anche senza il dispiegamento di truppe a terra. Parole che al momento sembrano contraddette dai fatti. Gli Stati Uniti di Donald Trump continuano infatti a rafforzare la presenza militare nell'area. Circa 2.500 marines della Uss Tripoli sono arrivati in Medio Oriente e, secondo indiscrezioni, anche la portaerei George H. W. Bush è diretta nella regione. Il Pentagono sta valutando anche il dispiegamento di altri 10.000 soldati nell'area con i quali il numero di truppe americane potrebbe balzare a 17.000, non abbastanza per un'invasione, ma un numero sufficiente per il sequestro di parte del territorio, mettere al sicuro l'uranio iraniano e prendere il controllo di una delle isole di Teheran. Lo schieramento imponente di forze offre a Trump un'ampia serie di opzioni qualora i negoziati non dovessero portare i risultati sperati. Il commander-in-chief ha messo chiaramente i suoi paletti: no all'uranio arricchito e un no assoluto all'arma nucleare per l'Iran.
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Trump ancora contro la Nato
In attesa di capire se Teheran è pronta a concedere tutto quello che gli Stati Uniti chiedono, il presidente affila le armi contro la Nato. Deluso e frustrato dall'alleanza, il numero 1 della Casa Bianca sta valutando come "punire" gli alleati della Nato per avere respinto il suo invito a unirsi alla guerra in difesa dello Stretto di Hormuz. Fra le ipotesi in considerazione ci sarebbe il ritiro delle truppe americane dalla Germania, idea che caldeggia da quando è rientrato alla Casa Bianca e che forse rilancia proprio per l'accusa del cancelliere Friedrich Merz di una "massiccia escalation" del conflitto in Medio Oriente. L'altra ritorsione sarebbe quella di escludere dal processo decisionale della Nato - anche nel caso del ricorso all'Articolo 5 - i Paesi membri che non hanno centrato l'obiettivo di spesa del 5%.
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