Guerra Iran, dubbi sul petroldollaro e timori di recessione Usa: cosa dicono gli esperti
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Prosegue la guerra in Iran: i messaggi contrastanti che arrivano da Washington e Teheran stanno alimentando l'incertezza sui prossimi sviluppi del conflitto sviluppatosi nel Golfo. E la tensione si riflette non solo sul campo di battaglia e sui mercati energetici, ma anche sul ruolo del dollaro come valuta di riferimento per il commercio globale di petrolio. Lo spettro che aleggia sulla guerra, come conseguenza a lungo termine di quanto sta avvenendo, è quello di un maggiore uso dello yuan cinese a danno del biglietto verde.
Quello che devi sapere
Il ruolo mondiale del ‘petroldollaro’
Secondo Mallika Sachdeva, strategist di Deutsche Bank, la guerra in Iran "potrebbe essere il catalizzatore per l'erosione del dominio del petrodollaro e l'inizio della nascita del petroyuan". A fianco di questa previsione, aleggia anche la minaccia di una potenziale recessione negli Stati Uniti spinta sia dal conflitto sia dagli alti prezzi del greggio: secondo Moody's Analytics infatti la possibilità che questo avvenga è del 48,6% nei prossimi 12 mesi, mentre per Goldman Sachs è al 30%.
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Lo spettro di una recessione
E ancora, secondo Wilmington Trust le chance di una recessione sono al 45%, mentre per EY Parthenon sarebbero al 40%: una percentuale che potrebbe "aumentare rapidamente nel caso di un severo e prolungato conflitto in Medio Oriente". In tempi normali, secondo quanto riportato da Cnbc, il rischio di una recessione in 12 mesi è del 20%. "I rischi sono elevati e in aumento. La minaccia di una recessione è reale", ha detto Mark Zandi, capo economista di Moody's Analytics.
Il nodo dello Stretto di Hormuz
La situazione è in evoluzione, anche perché negli Usa è "improbabile che i produttori statunitensi di petrolio e gas aumentino a breve la propria produzione, nonostante l'impennata dei prezzi", ha detto Mike Sommers, il numero uno dell'American Petroleum Institute (Api), la più grande associazione a stelle e strisce del settore. Rispetto alle precedenti crisi petrolifere, i produttori americani non hanno incrementato la produzione, in parte perché molti temono che gli attuali prezzi siano troppo volatili, ha aggiunto Sommers. Che ha sollecitato Washington ad assicurare l'apertura di Hormuz, da cui transita circa il 20% della produzione mondiale di greggio: non è più un'ipotesi quella di lasciare Teheran "in una posizione tale da consentirgli di controllare lo Stretto con un qualsiasi drone lanciato nel canale in un giorno qualunque".
L’importanza del dollaro
L’importanza di quanto sta avvenendo del Golfo affonda le radici negli scorsi decenni, in particolare a partire dagli anni '70. Da quel periodo infatti le relazioni tra gli Stati Uniti e i Paesi che affacciano su quel tratto di mare si sono basate su un'intesa implicita: la protezione di Washington per l'accesso alle fonti di energia dell'area, la quotazione del petrolio in dollari e il reinvestimento di centinaia di miliardi di proventi nell'acquisto di armi, tecnologie, azioni e bond americani. Un insieme di fattori che nel corso del tempo ha contribuito a spingere il dollaro a cementare il suo ruolo di valuta di riserva mondiale. A sottolineare ulteriormente questa importanza, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman e Bahrein hanno le loro valute ancorate al dollaro, con riserve di sostegno in 800 miliardi.
Che cosa sta cambiando
La guerra in Iran non è comunque l’unico fattore a far pensare a un potenziale cambiamento: secondo Sachdeva di Deutsche Bank, infatti, il ruolo del "petrodollaro" era già sotto pressione prima del conflitto, poiché gran parte del greggio proveniente dal Medio Oriente era diretto in Asia. Invece il petrolio della Russia e quello dell’Iran, entrambi soggetti a sanzioni, sono già scambiati in valute diverse dal dollaro. E l'Arabia Saudita ha localizzato la sua industria della difesa e sperimentato pagamenti del petrolio in valute diverse dal dollaro. Inoltre l’Iran adesso starebbe consentendo il passaggio delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz a condizione che i pagamenti per il petrolio siano in yuan. La Cina, oltre a essere partner storico, è soprattutto il principale cliente petrolifero dell'Iran, importando a sconto il 90% della produzione di Teheran.
Che cosa potrebbe succedere
È in questo contesto che la trattativa per la pace sembra essere iniziata: da una parte ci sarebbe un piano degli Stati Uniti in quindici punti che prevede lo smantellamento del nucleare iraniano, lo sblocco di Hormuz e come contropartita la revoca delle sanzioni. La proposta però sarebbe stata giudicata "eccessiva" dal governo in Iran, che a sua volta ha messo sul piatto le sue cinque condizioni, tenendo il punto sul controllo dello Stretto. Nel frattempo i mediatori regionali stanno lavorando per organizzare un incontro ad alto livello già nel fine settimana, con il Pakistan come sede privilegiata.
La posizione dell’Iran e di Israele
In ogni caso è comunque da segnalare il timore degli iraniani sul fatto il presidente degli Stati Uniti stia fingendo di negoziare: una paura che nascerebbe dalle notizie di un crescente dispiegamento americano nella regione. I media Usa hanno parlato di circa 7mila unità di rinforzo, inclusi tra i mille e i duemila paracadutisti che opererebbero in sinergia con i marines per due possibili obiettivi di ampio respiro: prendere il controllo dell'isola di Kharg, centro nevralgico del petrolio iraniano, o bonificare Hormuz eliminando le postazioni missilistiche nemiche lungo la costa. Agli sviluppi diplomatici intanto guarda anche Israele: secondo il The New York Times, le forze armate avrebbero ricevuto ordini per compiere ogni sforzo nelle prossime 48 ore per distruggere il più possibile dell'industria bellica iraniana, prima dell'eventuale apertura di un tavolo di pace.
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