G8 di Genova, Covell: "Per i fatti della Diaz non è ancora stata fatta giustizia". VIDEO

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Tiziana Prezzo

L'ex giornalista inglese ricorda il pestaggio subìto davanti alla scuola del capoluogo ligure nella notte del 21 luglio 2001. Per quell'aggressione finì in coma. L'intervista della corrispondente da Londra

LONDRA - Ci vogliono pochi secondi di dialogo con Mark - il tempo di incrociarne lo sguardo, di vedere come ti accoglie nella sua piccola casa di Londra e che ansia ha, vent'anni dopo, di parlarti e di dirti che no, giustizia non è ancora fatta - per capire che il trauma non è stato superato. Ha solo imparato a conviverci. Il suo passato è nei suoi occhi, nelle sue spalle che si abbassano e si stringono appena comincia a raccontare, nel fisico magro, smunto, rimesso assieme col tempo. La vita a Mark Covell, cittadino britannico che nel luglio del 2001 faceva il giornalista a Genova, ha cominciato a restituirgli un po' di normalità solo nel 2012, quando la Cassazione ha confermato la condanna per 25 poliziotti e a diversi alti gradi del Viminale per i fatti avvenuti alla scuola Diaz (LO SPECIALE SUL G8IL LONGFORM)

"Noi uccidiamo i black bloc"

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Ma Mark sa che i responsabili di quella "macelleria messicana", come la definì il vicequestore Michelangelo Fournier, sono molti di più. Forse il numero dei condannati non basta neanche a comprendere tutti quelli che la notte del 21 luglio 2001 l'avevano ridotto a un "pallone di calcio umano" per il solo fatto di essersi trovato nel posto sbagliato nel momento sbagliato: davanti al cancello della scuola Diaz pochi istanti prima dell'assalto. Eppure Mark aveva subito alzato le braccia davanti ai primi agenti in tenuta antisommossa. E si era identificato. "Penso che proprio all'inizio della prima aggressione mi fossi messo a gridare: 'Sono un giornalista! Per favore, non picchiatemi' - ricorda -. E un poliziotto mi ha indicato e mi ha detto: 'Non sei un giornalista, sei un black bloc. E noi li uccidiamo tutti, i black bloc" (G8, LE PAROLE CHIAVE).

Trattato "come un pallone da calcio"

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Gli agenti si sono accaniti per tre volte sul suo corpo già a terra, procurandogli il collasso di un polmone, la rottura di otto costole, la frattura della mano sinistra, una lesione alla colonna vertebrale, la caduta di diversi denti e un trauma cranico. Fino a mandarlo in coma. "Sono stato usato come un pallone da calcio da vari agenti, mentre i loro superiori li guardavano senza mai intervenire per fermarli", il suo ricordo. "La seconda aggressione si è fermata solo perché è arrivato un carabiniere, e ha gridato: 'Basta, basta!'. Ha provato a salvarmi la vita. Quella notte - osserva - sono state infrante molte leggi. Anzi il pm, il dottor Zucca, ha detto che alla Diaz erano stati commessi dei delitti per cui non esistevano nemmeno delle leggi". Un'agonia che è continuata anche all'interno dell'ospedale San Martino, quando la polizia, a più riprese, è venuta per cercare di trasferirlo nella caserma di Bolzaneto e ha desistito solo davanti alla strenua determinazione dei medici. Per cinque giorni Covell non ha potuto comunicare con nessuno, racconta, e neanche vedere un avvocato (VIA TOLEMAIDE, LÀ DOVE TUTTO COMINCIÒ).

Il lavoro per la procura e gli incubi notturni

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Per anni Mark è rimasto attaccato alla vita lavorando al processo, aiutando per quanto possibile la pubblica accusa nel recupero di documenti video, testimonianze utili per la ricostruzione dei fatti. Un lavoro immane per tutelare la sua stessa sanità mentale, darsi uno scopo per gestire il trauma. "Tutto ciò mi ha davvero distrutto psicologicamente. Mi ha procurato incubi, notti insonni una dopo l’altra, non avevo più fame. A volte non volevo andare negli spazi affollati. Altre volte, se vedevo un poliziotto, mi voltavo e andavo nella direzione opposta. Solo negli ultimi anni questa fase si è calmata, e ho avuto una vita più o meno normale, ma ho fatto degli incubi anche di recente", spiega (TRE GIORNI D'INFERNO: IL RACCONTO DI QUEL G8).

"Bisogna ancora indagare"

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In occasione del ventennale, Mark è a Genova, per ricordare, certo, ma anche per dire che non è ancora finita, come ci spiega prima di congedarci. "Non credo che sia stata fatta piena giustizia. Bisogna ancora indagare sulla distruzione delle prove, la corruzione, l'ostruzionismo da parte del ministero degli Interni in quel periodo, che ha distrutto gli archivi della polizia e così via. Tutto questo va approfondito" (STRASBURGO, "INAMMISSIBILI" I RICORSI DEI POLIZIOTTI DELLA DIAZ).

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