G8 di Genova, il giudice Settembre: la verità processuale è rimasta monca

Cronaca

Diletta Giuffrida

©Ansa

"I processi sui fatti del G8 di Genova non sono mai arrivati a una vera verità processuale". A vent'anni di distanza, l'estensore della sentenza d'Appello sulle violenze di Bolzaneto traccia un bilancio impietoso, e racconta di quel vuoto tuttora rimasto tra la verità storica e quella scritta dalle tante sentenze che si sono susseguite negli anni

Incontro il giudice Roberto Settembre che è in pensione ormai da diversi anni. Ne sono passati 20 dal G8 di Genova (IL RACCONTO) e 11 da quando, giudice della Corte d'Appello di Genova, fu estensore della sentenza di secondo grado per i fatti avvenuti nella caserma di Bolzaneto. Quello che resta è lo sconforto, racconta mentre ripercorre non tanto gli anni dei processi, ma tutto quello che è accaduto, o meglio che non è accaduto, negli anni successivi (LO SPECIALE - IL LONGFORMUNA GIUSTIZIA INCOMPIUTA).

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"I processi sui fatti del G8 di Genova non arrivano a una vera verità processuale perché si concludono, pur attraverso una dichiarazione analitica delle testimonianze, con una dichiarazione, per la maggior parte dei reati, di estinzione per intervenuta prescrizione e come tale quindi la verità processuale è monca". Ecco la causa dello sconforto di uomo di giustizia, spiega il giudice. "La giustizia è tale se arriva a una conclusione vera" aggiunge. "Le sentenze che protendono ad arrivare a fare giustizia devono avere come obiettivo quello della pacificazione del rapporto tra i cittadini tra loro e tra i cittadini e lo Stato qualora siano entrati in conflitto. Se le vittime di quegli eventi avessero avuto, o avessero adesso, la percezione che lo Stato avesse fatto qualcosa affinché fatti del genere non accadessero più, allora sì si sarebbe aperta la strada alla pacificazione".

Mai identificati

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Nella storia processuale dei fatti di Genova ci sono anche molti assenti. Tutti coloro che si macchiarono di reati, sia tra i black bloc (non ne fu identificato praticamente nessuno) sia soprattutto tra le forze dell'ordine. In quest'ultimo caso il motivo è semplice, spiega Settembre: "Perché mancava allora e mancano tuttora i codici identificativi sui caschi e sulle divise di chi ha il monopolio della violenza, il che ha una doppia funzione sia quella di accertare le responsabilità sia quella di liberare dal sospetto tutti coloro che credono nel loro mestiere di difesa dello Stato". Ma non fu solo questo il motivo per cui la gran parte dei responsabili delle violenze alla Diaz e a Bolzaneto non sono mai stati identificati. "Il punto è che non ci fu nessuna collaborazione da parte delle forze di polizia con la magistratura, e su questo l'Italia fu condannata per ben due volte. Le procure chiedevano informazioni, ma non arrivavano o arrivavano con estrema lentezza e molto lacunose".

Il reato di tortura

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A nessuno degli imputati per le violenze alla Diaz e a Bolzaneto venne contestato il reato di tortura, semplicemente perché in quegli anni questo reato non era presente nell'ordinamento italiano. "Credo che la legge sulla tortura avrebbe consentito per prima cosa di non far cadere in prescrizione i reati, perché la prescrizione di questo reato è estremamente più estesa rispetto a quella degli altri di minore gravità che vennero contestati agli imputati". La legge verrà finalmente introdotta nel 2017, dopo una serie di traversie, ma è una legge che tuttora convince poco l'ex giudice di Bolzaneto. "Quella del 2017 è una legge di difficile applicazione e interpretazione, e di fatto non ha riempito quel vuoto legislativo, tanto che finora c'è stata solo una sentenza del 2019 che ha cercato di qualificare il reato".

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Vent'anni dopo il bilancio del giudice ormai in pensione è impietoso. "Io vorrei che lo Stato chiedesse in modo esplicito alle forze dell'ordine chiarezza sul punto, vorrei che lo Stato dicesse 'Guardate sono accadute cose terribili ed è stata in parte colpa nostra'". Ma c'è una questione più profonda nel discorso del giudice Settembre che ha a che fare con la nostra storia e con una cultura che, dice, "non siamo riusciti ancora a estirpare". "C'è una colpa storica più grande ed è legata al fatto che l'Italia non ha mai davvero fatto i conti con un'epoca nella quale il potere era violenza pura nei confronti di chi non la pensava così. Allora io oggi dico è necessario che lo Stato si faccia carico di questo, cioè deve essere fatta un'operazione di ricostruzione culturale basata sui principi per i quali noi Occidente dichiariamo di esistere".

 

"Quello che si era concretizzato nei reati commessi dagli imputati del nostro processo, con l'arroganza e la prepotenza del potere ingiustificato, poteva essere definito solo col nome che li riassumeva: tortura. Era l'unica parola che davvero li comprendeva" (testo tratto da 'Gridavano e piangevano' di Roberto Settembre, Einaudi editore)

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