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Strage di Bologna, 39 anni fa la bomba che causò 85 morti. I mandanti restano ignoti

8' di lettura

Alle 10:25 del 2 agosto 1980 una valigia piena di tritolo squarcia la stazione causando 85 vittime e 200 feriti. In via definitiva vengono condannati Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e  Luigi Ciavardini

Il 2 agosto 1980 è un caldo sabato di esodo estivo. Le code in autostrada sarebbero, come da copione, l'argomento del giorno per quotidiani e telegiornali. Alle ore 10:25, invece, un'esplosione alla stazione centrale di Bologna spezza la routine del rito delle vacanze, e l'Italia torna nell'incubo del terrorismo: 85 morti e 200 feriti il bilancio finale della strage più sanguinosa nella storia italiana. L'ora della tragedia rimarrà impressa, come ricordo indelebile, nelle lancette ferme del grande orologio che si affaccia sul piazzale della stazione (LE FOTO DELLA STRAGE). Per la strage sono stati condannati in via definitiva, come esecutori materiali, gli ex militanti 'neri' dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar) Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini. Ma dopo 39 anni dai fatti è ancora mistero sui mandanti.

Il boato alle 10:25

Alle 10:25 un boato squarcia l'ala sinistra dell'edificio: la sala d'aspetto di seconda classe, il ristorante, gli uffici del primo piano si trasformano in un cumulo di macerie e polvere. Rimane colpito anche il treno Adria Express 13534 Ancona-Basilea, fermo sul primo binario. Nel ristorante-bar self service perdono la vita sei lavoratrici. La polvere ricopre totalmente i passeggeri. Comincia un'opera interminabile per i tantissimi soccorritori, si forma una catena spontanea di aiuti. Inizia anche la conta della vittime: la più piccola è Angela Fresu, appena tre anni, poi Luca Mauri di sei, Sonia Burri di sette, e via via fino a Maria Idria Avati, di 80 anni, e Antonio Montanari, di 86. Interviene anche l'esercito, mentre il silenzio irreale nel centro città è squarciato dalle sirene di ambulanze, vigili del fuoco, forze dell'ordine.

Il bus 37, simbolo dei soccorsi

Un bus Atc della linea 37 diventa simbolo di quel 2 agosto perché si trasforma in un improvvisato carro funebre che fa la spola con l'obitorio di via Irnerio, a poca distanza, per trasportare le salme. Le ambulanze servono invece per i feriti che vengono smistati in tutti gli ospedali, dove rientrano in servizio medici e infermieri. L'autobus 37 è sempre più protagonista delle commemorazioni: nel 2017 è stato riportato in piazza Medaglie d'Oro, e sia nel 2018 che nel 2019 'guida' il tradizionale corteo per le celebrazioni del 39esimo anniversario.

La commozione di Pertini e i funerali

In stazione dopo l'esplosione arriva il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, commosso e angosciato, mentre tutt'intorno una catena umana continua a spostare detriti nella speranza di trovare qualcuno ancora in vita. Quella stessa sera piazza Maggiore si riempie per una manifestazione, la prima risposta di mobilitazione politica per chiedere giustizia e verità, mentre all'obitorio si continua a tentare di dare un nome alle salme. Un'identità a cui si risale a volte solo grazie a brandelli di indumenti o di documenti, a un anello, ai resti di una catenina. Il giorno dei funerali, il sindaco Renato Zangheri ricorda come lo stesso copione fosse stato già vissuto sei anni prima, il 4 agosto 1974, sull'Italicus a San Benedetto Val di Sambro, con 12 morti e 44 feriti. Le prime ipotesi investigative parlano dello scoppio di una caldaia, ma nel punto dell'esplosione non ci sono caldaie. La fuga di gas viene presto scartata per lasciare spazio alla vera causa della strage: una bomba ad alto potenziale.

Le condanne degli esecutori

Quasi 40 anni dopo, la memoria della strage è tenuta viva dalla cittadinanza, e dalle Associazioni dei familiari delle vittime, che chiedono di conoscere tutta la verità sulla strage, soprattutto sui suoi mandanti. Alla fine di un lunga serie di processi, sono definitive dal 1995 le condanne all'ergastolo, come esecutori della strage, di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, dei Nar, gruppo terroristico di estrema destra attivo tra fine anni '70 e primi '80. Nel 2007 la Cassazione ha confermato la condanna a 30 anni anche per un altro ex Nar, Luigi Ciavardini, minorenne all'epoca. Sempre la Cassazione, nel novembre 1995, ha confermato le condanne per Licio Gelli (10 anni), Francesco Pazienza (10) e degli ex ufficiali del Sismi Pietro Musumeci (8 e 5 mesi) e Giuseppe Belmonte (7 e 11 mesi) per i depistaggi alle indagini.   

Cavallini imputato per concorso

Alla fine del 2017, davanti alla corte di Assise di Bologna, ha preso il via un nuovo processo sull'attentato per accertare le responsabilità di un eventuale 'quarto uomo'. Si tratta di Gilberto Cavallini, 66 anni, ex Nar, ergastolano in semilibertà, che è imputato di concorso nella strage. L'accusa è di aver aiutato e supportato Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini: Cavallini li avrebbe alloggiati in Veneto, fornendo documenti falsi e poi anche la vettura per il viaggio da Padova a Bologna. A questa imputazione la Procura bolognese è arrivata sulla base di una rilettura aggiornata degli atti e su impulso degli esposti dell'Associazione dei familiari delle vittime che da tempo chiede alla magistratura di approfondire tanti aspetti della strage rimasti oscuri.

Trovata la levetta che potrebbe essere l'interruttore della bomba

Nell'ambito del processo a Gilberto Cavallini, una perizia chimico-esplosivistica ha rinvenuto tra le macerie della strage una levetta che potrebbe essere il dispositivo che ha fatto esplodere l'ordigno. Nello specifico, secondo il geominerario esplosivista Danilo Coppe e il tenente colonnello Adolfo Gregori del Ris di Roma, si tratterebbe di una levetta simile a quelle usate nell'industria automobilistica. L'oggetto, per Coppe, è paragonabile a quello trovato nell'ordigno destinato a Tina Anselmi, allora presidente della commissione P2, e a quello trasportato da Margot Christa Frohlich quando venne arrestata a Fiumicino nel 1982. Quest’ultima è la terrorista tedesca che era stata coinvolta in un'indagine poi archiviata insieme a Thomas Kram nella cosiddetta "pista palestinese", ipotesi alternativa a quella accertata. Inoltre, secondo il geominerario esplosivista, considerato uno dei massimi esperti nel settore, un oggetto del genere non aveva ragione di essere presente nella sala d'aspetto di una stazione. Ciononostante, ha dichiarato Coppi a Repubblica, "la certezza assoluta che sia l'interruttore che ha innescato la bomba non può essere data". "Normalmente – ha spiegato nell’intervista – uno strumento del genere non dovrebbe stare in una stazione, ma potrebbe essere stato usato sull’impianto elettrico per una riparazione temporanea o di fortuna in qualche ufficio, da parte del personale delle ferrovie. Sarebbe strano, ma non è impossibile". Se dovesse essere accertato l'utilizzo della levetta per far detonare l’ordigno, "la sua deformità – si legge nella perizia – fa ritenere l'interruttore molto vicino all'esplosione". Inoltre, il documento non esclude, in via ipotetica, "che l'interruttore di trasporto fosse difettoso o danneggiato tanto da determinare un'esplosione prematura-accidentale dell'ordigno".

L'inchiesta sui mandanti

Il livello superiore, cioè quello dei mandanti, invece è rimasto avvolto nel mistero e la Procura ordinaria, dopo anni di indagini, aveva chiesto l'archiviazione. Il fascicolo è sempre rimasto contro ignoti. La Procura generale però, nell'ottobre 2017, ha avocato a sé il fascicolo e ora, pur nella difficoltà di svolgere accertamenti a 39 anni dai fatti, sta conducendo l'inchiesta. All'indagine lavorano carabinieri del Ros, Digos e Guardia di Finanza. A opporsi all'archiviazione era stata l'associazione dei familiari delle vittime dell'attentato, fin da subito molto critica con la scelta dei pm, che ha accolto positivamente la notizia dell'avocazione: "È la conferma della validità delle motivazioni che abbiamo esposto contro la richiesta di archiviazione". Dal 2017, gli inquirenti hanno sentito alcune persone e inoltrato rogatorie in Svizzera su conti correnti anche riconducibili al venerabile maestro della loggia massonica P2, Licio Gelli, morto nel dicembre 2015.

Le accuse a carico della 'Primula nera'

Sugli sviluppi della stessa inchiesta, con l'ipotesi di concorso nella strage, è stato recentemente indagato anche Paolo Bellini, ex militante di Avanguardia Nazionale. L’ex 'Primula nera' era già finito nelle indagini negli anni precedenti ma il tribunale di Bologna nell'aprile 1992 si era pronunciato con una sentenza di non doversi procedere, che è stata revocata dal gip lo scorso maggio. Fondamentale per il nuovo pronunciamento è stato un fotogramma, estrapolato da un filmato amatoriale, in cui si vede vicino ad un binario il volto di un uomo negli attimi successivi allo scoppio. Secondo la Procura generale potrebbe trattarsi proprio di Bellini. Inoltre secondo l'accusa, in un'intercettazione ambientale del 1996, è emerso che Carlo Maria Maggi, ex capo di Ordine Nuovo, condannato per la Strage di Brescia e morto nel 2018, parlando con un familiare ha detto di essere a conoscenza della riconducibilità della Strage di Bologna alla banda Fioravanti e che all'evento ha partecipato un "aviere". Per la Procura generale bolognese è un altro collegamento con Bellini, conosciuto nell'ambiente della destra per la passione per il volo tanto da aver conseguito il brevetto da pilota.

Data ultima modifica 31 luglio 2019 ore 14:21

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