Funivia Mottarone-Stresa, il caposervizio Tadini al gip: "Messo forchettone altre volte"

Piemonte

“Non sono un delinquente. Non avrei mai fatto salire le persone se avessi pensato che la fune si spezzasse", ha aggiunto il caposervizio della funivia secondo cui i responsabili del servizio erano al corrente della situazione. Il direttore di esercizio della funivia nega: "Non sapevo dei forchettoni"

Ha ammesso di aver messo il ceppo blocca freno, e di averlo fatto altre volte e che i responsabili del servizio lo sapevano, Gabriele Tadini, il caposervizio della funivia del Mottarone, interrogato questa mattina nel carcere di Verbania dal gip Donatella Banci Buonamici. Difeso dall'avvocato Marcello Perillo, l'uomo ha spiegato che le anomalie manifestate dall'impianto non erano collegabili alla fune ed ha escluso collegamenti tra i problemi ai freni e quelli alla fune. “Non sono un delinquente. Non avrei mai fatto salire le persone se avessi pensato che la fune si spezzasse", ha aggiunto Tadini. Il direttore dell'esercizio, Enrico Perocchio, ha negato però davanti al gip di esserne stato al corrente. I due insieme a Luigi Nerini, proprietario di Ferrovie del Mottarone, sono considerati, a vario titolo, dalla Procura responsabili del tragico schianto che domenica è costato la vita a 14 persone. (FOTO - LE VITTIME - I PRECEDENTI)

Tadini: "Sono distrutto perché sono morte persone innocenti"

"Porterò questo peso per tutta la vita, sono distrutto perché sono morte vittime innocenti", avrebbe detto Tadini. "Sono quattro giorni che non mangia e non dorme", ha aggiunto il difensore il quale ha poi fatto sapere di aver chiesto gli arresti domiciliari per il suo assistito, che, secondo la difesa, bastano per contenere le esigenze cautelari.

La difesa ha fatto presente di aver contestato l'accusa di falso, imputata a Tadini assieme all'omissione dolosa aggravata dal disastro e all'omicidio e alle lesioni colpose, perché "lui non è pubblico ufficiale". Il falso riguarda la compilazione con "esito positivo dei controlli" nel "registro giornale" anche il giorno stesso della tragedia, malgrado sentisse dei "rumori". 

Il legale infine ha precisato che Tadini ha risposto "in maniera compiuta" all'interrogatorio approfondito del gip, ma il difensore non ha voluto parlare delle eventuali chiamate "in correità" che potrebbe aver fatto il tecnico. 

L'avvocato Marcello Perillo alla Procura di Verbania, 28 maggio 2021. La Procura di Verbania, chiedendo il carcere per Gabriele Tadini, il responsabile del servizio della funivia del Mottarone, ha contestato tutte e tre le esigenze cautelari, ossia il pericolo di fuga, di inquinamento probatorio e di reiterazione del reato, ha riferito il legale.  ANSA/TINO ROMANO
L'avvocato Marcello Perillo, difensore di Gabriele Tadini - ©Ansa

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Tadini già nel primo verbale davanti ai pm martedì sera ha reso le prime ammissioni spiegando che la scelta di mettere i forchettoni ai freni, che andava avanti da tempo per il problema che si stava manifestando da oltre un mese, era stata avallata da Nerini e Perocchio. I forchettoni sulle ganasce hanno disattivato il sistema frenante d'emergenza, che non è scattato quando il cavo traente si è spezzato. Quando la fune si è tranciata, così, la cabina numero 3 non è rimasta agganciata al cavo portante ed è volata via. Il legale ha riferito che Tadini davanti al gip ha sì ammesso l'uso dei blocchi alle ganasce del sistema frenante, ma si è "difeso sull'attività da lui svolta", soprattutto sul punto che non poteva sapere che la fune si sarebbe spezzata. Il problema "manifestato dalla centralina della pompa frenante" che bloccava la funivia, ha detto Tadini, "non è collegato assolutamente a quello della fune".

Per il procuratore Olimpia Bossi e il pm Laura Carrara (presenti agli interrogatori), che hanno chiesto per tutti la convalida del fermo e di custodia in carcere, la scelta di Tadini, come da lui stesso chiarito, sarebbe stata avallata per motivi economici dal gestore Luigi Nerini (avvocato Pasquale Pantano) e dal direttore di esercizio Enrico Perocchio (legale Andrea Da Prato). 

Direttore esercizio funivia nega: "Non sapevo dei forchettoni"

Davanti al gip però il direttore di esercizio della funivia, Enrico Perocchio, secondo quanto riferito dal suo legale, avvocato Andrea Da Prato, ha negato quanto sostenuto da Gabriele Tadini: "Non sapevo dell'uso dei forchettoni, non ne ero consapevole", ha detto Perocchio al gip del tribunale di Verbania. "Non salirei mai su una funivia con ganasce, quella di usare i forchettoni è stata una scelta scellerata di Tadini", ha aggiunto nel corso dell'interrogatorio.

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Intanto Luigi Nerini, gestore della Ferrovie del Mottarone srl, secondo quanto riferito dal suo legale, l'avvocato Pasquale Pantano, davanti al gip ha respinto le accuse. "La sicurezza non è affare dell'esercente", ha detto, riporta il legale, al gip di Verbania. "Per legge erano Tadini e Perocchi a doversene occupare", ha aggiunto Nerini spiegando che lui si deve occupare degli "affari della società" e che "non aveva nessun interesse a non riparare la funivia". "Non potevo fermare io la funivia", ha aggiunto. Il potere di "chiudere la ferrovia non era suo, lui poteva fermarla solo se mancava il direttore di esercizio". Ossia per legge, ha ribadito al gip, Tadini e Perocchio dovevano occuparsi di sicurezza, non lui. Il gestore ha spiegato al gip che sapevano che c'erano problemi al sistema frenante e che era stata "chiamata per due volte una ditta", ma non che venissero usati i forchettoni per disattivarlo. "Smettetela di dire che ha risparmiato sulla sicurezza", conclude il suo avvocato sottolineando che Nerini ha "dato indicazioni importanti su chi doveva fare cosa", su chi "doveva occuparsi della sicurezza dei viaggatori e chi degli affari della società". 

L’inchiesta

Intanto anche ieri il lavoro degli inquirenti è proseguito senza sosta. Per tutto il pomeriggio i carabinieri hanno sentito i dipendenti della società di gestione. Il procuratore Bossi lo ha ripetuto in più occasioni: se è vero che le famose 'forchette', i dispositivi che bloccano l'entrata in funzione dei freni di emergenza, sono state utilizzate ripetutamente dalla fine di aprile per bypassare un malfunzionamento della cabina, tanti tra gli operatori che si sono alternati a far funzionare la funivia avrebbero potuto sapere. E all'accertamento delle altre eventuali responsabilità si lavora negli uffici della Procura. Parallelamente si stanno approfondendo gli aspetti tecnici, per rispondere ad una ulteriore domanda cruciale per capire perché il cavo trainante si è spezzato. Su questo la Procura si aspetta risposte dal perito, il professor Giorgio Chiandussi del Politecnico di Torino, al lavoro sul campo da 48 ore. 

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