Sentimental Value, recensione del film di Joachim Trier: memoria, case, famiglia e cinema

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Con Sentimental Value Joachim Trier firma il suo film più maturo e silenziosamente devastante: la recensione di un dramma familiare che trasforma la memoria in spazio fisico e il cinema in un gesto imperfetto di avvicinamento. Una casa che osserva, un padre che sa amare solo mettendo in scena, due figlie che hanno imparato a sopravvivere in modi opposti. Con Renate Reinsve, Stellan Skarsgård ed Elle Fanning, il passato non si risolve: resta, respira, chiede di essere attraversato. Al cinema in Italia dal 22 gennaio

Non sono le persone a ricordare, in Sentimental Value.
Sono le stanze.
I muri.
Le scale percorse troppe volte senza parlarsi.

Il film di Joachim Trier comincia da qui: dall’idea che la memoria non sia un sentimento, ma una struttura portante. Che certe case sappiano più cose di chi le abita. E che tornare, a volte, significhi soltanto riattivare un dolore che non ha mai smesso di stare fermo ad aspettarti.

La casa come testimone muto

La casa di Sentimental Value non è un’ambientazione. È un organismo.
Un archivio emotivo che registra ciò che gli esseri umani rimuovono, deformano, dimenticano. Trier la introduce attraverso uno sguardo infantile, quasi animistico: le pareti sentono, le finestre soffrono, le stanze trattengono. È un’intuizione semplice e radicale, perché sposta subito il film dal piano psicologico a quello temporale.

Qui il tempo non passa: si deposita.
Le persone invecchiano, si allontanano, si tradiscono. La casa resta. E osserva.

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Sentimental Value, il trailer in italiano del film

Un padre che ama solo attraverso il cinema

Gustav Borg, interpretato da uno Stellan Skarsgård in uno dei ruoli più sottili e disturbanti della sua carriera, è un uomo che ha sempre confuso lo sguardo con la presenza. Regista celebrato, ha costruito la propria identità dirigendo gli altri. Anche nella vita privata ha fatto la stessa cosa: ha guardato, invece di restare.

Il suo ritorno in Norvegia non nasce da un atto di responsabilità, ma da un progetto artistico. Vuole girare un film. Vuole girarlo nella casa di famiglia. Vuole trasformare il trauma in racconto, il lutto in sceneggiatura, il fallimento affettivo in opera.

Skarsgård lavora per sottrazione: Gustav non è un mostro, ed è proprio questo a renderlo insopportabile. È colto, ironico, affascinante. Crede davvero che raccontare equivalga a comprendere. E che comprendere basti a essere perdonati.

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Renate Reinsve e il corpo che dice no

Nora, interpretata da Renate Reinsve, è il cuore pulsante del film. Attrice teatrale affermata, vive la scena come una soglia impossibile. Il corpo si ribella prima ancora che la mente possa intervenire. L’ansia diventa fisica, l’attesa diventa panico.

La lunga sequenza iniziale che la mostra incapace di entrare in scena è una dichiarazione di poetica: il talento non protegge, espone. Reinsve lavora con micro-movimenti, respiri spezzati, fughe improvvise. Il suo rifiuto del film del padre non è solo etico: è corporeo. Nora non vuole diventare l’ennesimo ruolo nella vita di un uomo che ha sempre scelto l’arte al posto della relazione.

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Elle Fanning: l’attrice giusta nel film sbagliato

L’ingresso di Rachel, interpretata da Elle Fanning, è uno dei gesti più intelligenti e dolorosi del film. Fanning non è chiamata a incarnare una caricatura hollywoodiana, ma una figura tragicamente laterale: l’attrice giusta nel film sbagliato, il corpo disponibile dentro una storia che non le appartiene.

Rachel arriva con entusiasmo, con rispetto, con una fame autentica di cinema “vero”. Ma si muove in uno spazio già saturo di memoria, di colpa, di legami irrisolti. Gustav riesce a guardarla, ad ascoltarla, a dirigerla con un’empatia che non ha mai riservato alle figlie. Ed è qui che Sentimental Value colpisce più a fondo: non perché Rachel sostituisca Nora, ma perché ne rivela l’assenza.

Fanning lavora in sottrazione, con una fragilità luminosa che lentamente si incrina. Il momento in cui comprende di essere diventata un dispositivo emotivo — un modo per Gustav di evitare il confronto reale — è uno dei più lucidi e dolorosi del film. La sua uscita di scena non è una sconfitta, ma un gesto di consapevolezza. Rachel capisce ciò che il cinema, da solo, non può fare.

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Due sorelle, due forme di resistenza

Agnes, la sorella minore interpetata da un intensa Inga Ibsdotter Lilleaas, ha scelto un’altra strategia. È una storica, una madre, una mediatrice. Se Nora esplode, Agnes assorbe. Se una brucia, l’altra conserva. Trier le mette in relazione senza mai contrapporle davvero: sono due risposte diverse allo stesso vuoto.

Il loro legame è fatto di silenzi, di protezioni reciproche, di ruoli che si scambiano senza dichiararsi. Non c’è rivalità, ma una stanchezza condivisa. La consapevolezza che, in certe famiglie, sopravvivere significa scegliere come farsi carico del peso.

Il cinema dentro il cinema: quando l’arte non basta

Il film che Gustav vuole girare – ispirato alla madre, alla guerra, al suicidio – diventa il cuore oscuro di Sentimental Value. È un gesto estremo: riportare il trauma nel luogo in cui è avvenuto, filmarlo, renderlo scena. Non come elaborazione, ma come tentativo di controllo.

Trier suggerisce una verità scomoda: non tutto il dolore è traducibile. Non tutto è rappresentabile. 

La casa come corpo del tempo

La vera protagonista di Sentimental Value non parla, non si muove, non chiede attenzione. Eppure è sempre lì. La casa di famiglia, tramandata per generazioni, non è solo lo spazio in cui la storia accade: è la forma che la storia prende. Joachim Trier la filma come si filma un volto che ha attraversato troppo tempo: ogni parete è una ruga, ogni corridoio una memoria che insiste. Non a caso il film si apre con una bambina che sceglie la casa come oggetto del desiderio, come identità possibile. È già tutto scritto: prima ancora delle persone, è lo spazio a ricordare.

Il lavoro di Jørgen Stangebye Larsen, illuminato production designer,  rende visibile il passaggio delle epoche senza mai trasformarlo in esercizio calligrafico. Gli interni mutano con discrezione: dall’austerità ordinata del primo Novecento, dove ogni oggetto sembra avere un posto definitivo, al disordine vitale degli anni Sessanta, fino alla spoglia freddezza contemporanea, dove il bianco cancella più di quanto illumini. La casa cambia come cambiano le persone che la abitano, ma non si rinnova mai davvero: accumula.

Anche il giardino, come un’estensione emotiva dell’edificio, viene potato, svuotato, riscritto nel corso del tempo, seguendo le mode, le stagioni, le rimozioni. E quando, nel finale, la casa riappare trasformata, quasi sterilizzata, privata delle stratificazioni che l’avevano resa viva, l’effetto è spiazzante: non è un nuovo inizio, ma una perdita di densità. Come se, nel tentativo di liberarsi del passato, i personaggi avessero rinunciato anche a una parte di sé.

Trier insiste sui corridoi, sulle lunghe prospettive interne, sugli sguardi che attraversano più stanze prima di incontrarsi. Sono immagini che si ripetono, che fanno eco tra passato e presente, come se la casa costringesse i personaggi a rivedere sempre lo stesso gesto, lo stesso passaggio, lo stesso errore. In questo senso, Sentimental Value è anche un film sull’illusione della tabula rasa: puoi ridipingere le pareti, cambiare i mobili, spostare le vite altrove. Ma ciò che è accaduto continua a occupare spazio.

La casa non giudica. Non consola.
Fa quello che fanno le architetture migliori nel cinema di Trier: resta.
E nel restare, obbliga chi torna a fare i conti con ciò che ha lasciato indietro.

Premi, tra Cannes e Golden Globe

Il percorso internazionale del film — dal Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes alle importanti nomination ai Golden Globe, che hanno riconosciuto il lavoro di Trier, Skarsgård, Reinsve, Fanning e della sceneggiatura — non è un trofeo da sventolare, ma una traiettoria coerente.

Sentimental Value non è un film che cerca consenso immediato. È un film che si deposita, come fanno le opere destinate a restare. I premi non lo spiegano, non lo chiudono. Semmai ne certificano la persistenza.

Dopo, non c’è una fine

Joachim Trier rifiuta ogni pacificazione. Sentimental Value non promette guarigione, non offre assoluzioni. Chiude su un gesto minimo, su uno sguardo che non risolve ma riconosce.

È un film che non chiede di essere amato.
Chiede di essere abitato.

Come una casa che non è più tua, ma che continua a vivere dentro di te.
E quando esci dalla sala, non ti porti via una risposta, ma una certezza più scomoda:
il passato non passa mai davvero.
Al massimo, cambia stanza.

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