Babylon, Margot Robbie e Brad Pitt tra amore, morte e cinema. La recensione del film

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Il regista premio Oscar Damien Chazelle firma un eccezionale affresco della Hollywood degli Anni Venti, tra sogni e incubi, tra ambizioni e danze, tra droghe e alcol. Nelle sale cinematografiche dal 19 gennaio

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A Babylon (al cinema dal 19  gennaio) non piace vincere facile. Damien Chazelle (premio Oscar per La La Land) osa mettere in scena la Hollywood a cavallo tra il cinema muto e l’avvento del sonoro. Un mondo sospeso tra  tanti vizi privati e poche pubbliche virtù. Ma in quel tempo in cui la settima arte risultava intrepida, il politicamente corretto sedeva in panchina e la voglia di sperimentare era contagiosa. Certo non è una pellicola dalle mezze misure o dai toni dimessi e non tutti l’ameranno (negli States è stato un mezzo flop).  Non ha nemmeno il sulfureo cinismo di quella seminale bibbia sacrilega architettata dal luciferino Kenneth Anger che risponde al nome di Hollywood Babilonia. Perché il regista ha un debole per i suoi fragili, magnifici, imperfetti peccatori. E il risultato è una magica, intensa, indimenticabile esperienza cinematografica (da gustare in sala) che omaggia l’antica forza del cinema delle origini. Il lungometraggio inizia come una commedia nera, con alcune gag che ricordano i migliori Coen, si sviluppa  come un dramma e termina con un finale sorprendente, surreale e poetico. Una sorta di Viale del Tramonto delirante e sincopato, in cui se si cade in piscina non si muore. Perché come recita un celebre verso del poema Gli Uomini vuoti di Thomas Eliot: "È questo il modo in cui finisce il mondo. Non già con uno schianto ma con un lamento". Ed è favoloso abbandonarsi alla voce e alle movenze di Lady Fay (Li Jun Li) , ispirata all'iimpareggiabile star orientale Anna May Wong, apparsa in film come filmn come Piccadilly,  Daughter of the Dragon e  Shanghai Express.

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"Hollywood favolosa, lussuosa, lussuriosa e ridicola, gloriosa e dolorosa, generosa e volubile, paurosa e sfrontata, stralunata, festosa e terribile, ignobile, adorabile, pidocchiosa e ineffabile, rozza, pazza, geniale, magica, tragica, illogica, fatale e provinciale, avida e splendida, viziosa e candida, Hollywood portentosa, per metà buffonata, ma per metà leggenda. Colorata, disperata, stupenda…Hollywood!". In questi versi vergati dallo sceneggiatore Don Blanding e recitati da Leo Carillo nel cortometraggio musicale Star Night at the Cocoanut Grove, datato 1935, alberga tutto il mondo illustrato da Babylon. Un’opera che inizia con un elefante dispettoso, incline all’incontinenza fecale (e i pachidermi bianchi non erano l’ossessione di David Wark Griffith in Intollerance?) per concludersi con una vertiginosa e cinefila epifania di fotogrammi. Una sorta di trip filmico che ricorda il viaggio siderale compiuto dall’astronauta David Bowman in 2001 Odissea nello spazio. Ma in questa vortice ci si perde nelle immagini generate nel corso del tempo da una cinepresa. Perché il film di Chazelle è una sfarzosa, dolente, folle lettera d’amore nei confronti del cinema. Un imponente affresco realizzato da un regista  che vive per la settima arte, come ha dichiarato alle telecamere di Sky TG24. Un'artista a cui non importa fotocopiare i ruggenti Twenties (infatti l'hair cut  sfoggiato da Margot Robbie è lontano anni luce dal look delle flapper girl). Al cineasta interessa rappresentare la materia di cui sono fatti i sogni.

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“Ogni uomo e ogni donna è una stella”. Sono parole di Aleister Crowley che nel 1915 durante un soggiorno a Los Angeles disse: “I cinematografari sono una banda di maniaci sessuali pazzi di droga”. E  Nellie LaRoy, aspirante attrice interpretata da un Margot Robbie stupenda ed eccezionale ha una relazione privilegiata con gli astri. "È scritto nelle stelle e io sono una stella” sentenzia strafatta di cocaina alla festa vip a cui si è imbucata. Il suo occasionale compagno di bagordi è il messicano Manuel 'Manny' Torres (Diego Calva, protagonista della serie Narcos: Messico) in fissa per il cinematografo. Uno che vorrebbe far parte di qualcosa di più grande, di qualcosa che duri, di qualcosa straordinario. I due avranno destini diversi. La fabbrica dei sogni, talvolta, genera mostri. Ma love is in the air, insieme agli stupefacenti, all’alcol e alle speranze. Siamo nell’età del Jazz, non in quella della ragione. È il party che precede i titoli di testa che si manifestano dopo mezz’ora, ne è un delirante, favoloso, feroce esempio. Un forsennato baccanale dal coté felliniano. Una scostumata deboscia in cui ti aspetti che da un momento all’altro, fra gli invitati crapuloni, compaiano Francis Scott Fitzgerald con la moglie Zelda. In questa sequenza immoderata, edonistica, lisergica si cela tutta la forza di un film che non ha paura di niente, di nessuno. Chazelle mette la sua passione e il suo cuore a nudo in un lungometraggio in cui i riferimenti alla realtà si trasfigurano in chimere. Certo, i più colti potranno associare l’orgiastico festino al tragico ricevimento organizzato  dal comico Roscoe Arbuckle, meglio noto come "Fatty" al Francis Hotel in San Francisco in cui perse la vita la giovane attrice Virginia Caroline Rappe. Tant’è che il solo personaggio realmente esistito presente nel film Irving Thalberg  (Max Minghella). Al  cineasta americano non interessa documentare il passato, ma mandare l'immaginazione al potere. A partire dal personaggio di Jack Conrad (che ricorda John Gilbert). Un attore e seduttore dal whisky facile che cambia moglie con la stessa rapidità con cui cambia la camicia a cui uno straordinario Brad Pitt regala una profondità inusitata cimentandosi con successo anche con qualche battuta in italiano. Infine, nota di merito per il talentuoso trombettista nero Sidney Palmer (interpretato da Jovan Adepo), un musicista costretto ad adeguarsi a un’America razzista da qualsiasi latitudine o longitudine la si guardi.

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Babylon, in fondo è una splendida, oltraggiosa festa di morte. In questo caso il tristo mietitore è rappresentato da Il cantante di jazz (The Jazz Singer) la pellicola diretta  da Alan Crosland e interpretata da Al Jolson. Si tratta del film, uscito per la prima volta nelle sale statunitensi il 6 ottobre 1927, che sancisce la nascita dell'era del cinema sonoro. Le immagini non bastano più. Ma qui non siamo tra gli spensierati quadretti in technicolor di Cantando sotto la pioggia, pellicola citata ed essenziale per comprendere il lungometraggio firmato da Chazelle. La musica non salverà nessuno, nonostante la colonna sonora di Justin Hurwitz sia sublime (infatti ha vinto il Golden Globe). Sulle note travolgenti di “Call Me Manny", "Voodoo Mama" e della licenziosa “My Girl's Pussy". Nellie, la fanciulla selvaggia, la wild child ispirata all’iconica attrice e party girl Clara Cow, soccomberà davanti al nuovo che avanza. Non basta più un abbacinante primo piano o il ghiaccio sui capezzoli. Serve la voce e l’accento del New Jersey non è affatto accattivante. Pure per il personaggio interpretato da Pitt butta male, quando si tratta di fare il fine dicitore. E non serve a niente dichiarare: “Il progresso non va ostacolato". Per i produttori il colore che conta è quello dei soldi. Parimenti ai sogni, le stelle e muoiono all’alba. E il carnefice può avere il volto dello svalvolato gangster James McKay (un Tobey Maguire da brividi). Un malavitoso con la biacca sul volto, pazzo per i cocktail corretti con l’etere. E lui il Caronte che traghetta i dannati nell’inferno di una città in cui non volano gli angeli in una  sequenza che ricorda il rectum di Irreversibile. Ma l’arte sopravvive alla vita. Come insegna Truffaut “i film vanno avanti come treni nella notte". Sicché tra  fotogrammi tratti da L'Arrivée d'un train en gare de La Ciotat, Viaggio sulla luna, Un Chien Andalou, Singing in the Rain, Tron, The Matrix, Terminator 2, Jurassic Park e Avatar, sarà il cinema che forse ci salverà. O almeno renderà meno amaro il nostro (ultimo) viaggio.

 

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