Marte, cosa ha scoperto finora la Nasa

Scienze

Gabriele De Palma

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Dal 1965 a oggi, le missioni statunitensi sul PIaneta Rosso hanno raccolto moltissimi dati e immagini. Ecco quel che sappiamo oggi

Il pianeta più vicino alla Terra, visibile a occhio nudo nonostante le dimensioni relativamente piccole e grazie alla luce rossastra che riflette. È Marte, il pianeta del sistema solare che conosciamo meglio, quello su cui siamo andati più spesso e intorno a cui orbitano attualmente velivoli europei, statunitensi e indiani. E quello su cui è più probabile che in qualche modo si possa prima o poi insediare una colonia di esseri umani.

Le prime missioni

La corsa verso il PIaneta rosso è iniziata negli stessi anni della corsa alla Luna. Usa e Urss si contendevano il primato delle missioni spaziali e così come per le missioni lunari, anche per quelle marziane i primi a provarci furono i sovietici. I primi, però, a riuscire nell’impresa di volare intorno a Marte e tornare sulla Terra coi primi dati furono gli americani, con la missione Mariner 4 che sorvolò il pianeta nel luglio del 1965. Quel che raccolsero, le prime fotografie del suolo marziano, non piacque troppo al governo che si aspettava un pianeta più florido e decise di tagliare il budget destinato al progetto. Le missioni Mariner proseguirono quindi con meno fondi del previsto e fu solo con le successive missioni Viking che per la prima volta la Nasa tocco il suolo del PIaneta Rosso col primo lander in grado di raccogliere informazioni utili nell’estate del 1975 (atterrò nel 1971 un rover sovietico che però perse il contatto radio con la base pochi secondi dopo aver toccato il suolo). Poi più nessuno inviò missioni su Marte fino al 1988.

Da Pathfinder a Curiosity

Negli anni ‘90 la Nasa riprese le missioni marziane e riuscì con successo a portare un modulo di atterraggio (Mars Pathfinder) e un rover (Sojourner), e da allora i lanci sono proseguiti portando altri tre rover ad esplorare il terreno di Marte, Spirit e Opportunity nel 2003, e Curiosity nel 2011. In queste missioni sono stati raccolti moltissimi dati, magistralmente elaborati dagli scienziati statunitensi e raccolti - liberamente accessibili da tutti - sul sito della Nasa. 

Quel che sappiamo

Dalle prime fotografie in bianco e nero raccolte dal Mariner 4 al profluvio di informazioni ottenute dalle missioni degli anni ‘90 e degli ultimi due decenni, le conoscenze sul PIaneta Rosso sono notevolmente aumentate. Inizialmente le missioni appurarono le dimensioni esatte del pianeta, la sua pressione atmosferica e le temperature al suolo e registrarono l’assenza di magnetosfera. Complessivamente tutte le missioni Mariner (dalla 4 alla 9) permisero di scattare qualche migliaio di fotografie della superficie marziana, sufficienti a costruire una mappa fotografica dell’85 per cento del Pianeta rosso. La mappa è poi stata completata e in alta risoluzione, durante le missioni più recenti.

Il suolo

Le missioni Vikings, coi primi lander terrestri a toccare il suolo di Marte permisero di conoscere molto meglio anche la composizione della superficie marziana. La composizione delle porzioni di terreno analizzato rivelarono presenza di silicio e ferro in grande percentuale (ferro responsabile del tipico colore rosso), ma anche presenza di magnesio, alluminio, calcio. cloro e zolfo. Il primo rover aggiunge numerosi dettagli sulla geologia riuscendo a dimostrare la presenza di attività vulcanica passata e addirittura della presenza di acqua. Ai poli ci sono due calotte ghiacciate, ghiaccio di acqua e di anidride carbonica (ghiaccio secco). Sono state anche rilevate passate eruzioni vulcaniche - su Marte c’è il più grande vulcano del sistema solare, Olympus Mons, alto 27mila metri - e di attività sismica tuttora presente.

Il meteo e l’atmosfera

Pathfinder, il lander sceso su Marte insieme al rover Sojourner, ha analizzato approfonditamente anche l’atmosfera marziana e il clima, grazie a una stazione meteo ad hoc. L’analisi dell’aria ha rivelato che l’atmosfera è composta prevalentemente di anidride carbonica (95 per cento) e in misura decisamente minore di Argon, Azoto e Ossigeno.

La pressione atmosferica è molto minore di quella terrestre, circa l’1 per cento di quella nostrana e l’atmosfera nel suo complesso molto meno in grado di trattenere il calore del sole rispetto a quella terrestre. Anche per questo le temperature marziane oscillano dai 140 gradi sottozero dell’inverno polare ai 20 dell’estate. Fortissimi i venti che sollevano periodicamente immense tempeste di sabbia capaci di oscurare completamente il suolo. Dei venti è stata anche creata una mappa globale.

Tra le ultime scoperte in ordine di tempo, quella sulla ionosfera, il cui comportamento spiega anche i problemi di comunicazione radio con la Terra in alcuni periodi dell’anno.

Vita su Marte, presente e passata

Partiti per la prima missione convinti di trovare qualche forma di vita su Marte, gli scienziati della Nasa - e di tutto il mondo - dopo aver visto le prime immagini del pianeta inviate dal Mariner 4 si convinsero che la vita non c’era. La presenza di metano nell’atmosfera e la seppure minima presenza di acqua (condensata nei ghiacci ai poli) alimentarono invece gli entusiasmi in proposito, fomentati anche dal ritrovamento di tracce di molecole organiche. La recente scoperta di caverne, ha ravvivato le speranze di poter trovare qualche forma di vita. Il dato più importante della vita su Marte, quella passata però,venne però non dalle esplorazioni spaziali ma dall’analisi di un meteorite rinvenuto in Antartide che insieme a elementi geologici del tutto compatibili col suolo marziano presenta anche forme simili ai microbatteri terrestri, che secondo gli studiosi avrebbero abitato Marte circa 4 miliardi di anni fa, quando sul pianeta c’era la magnetosfera e il clima era più caldo e umido di quello odierno.

Vita terrestre su Marte

Le condizioni atmosferiche e climatiche rendono Marte inospitale per la vita umana. Ciononostante le tecnologie attuali e quelle in via di sviluppo rendono possibile la presenza di una colonia terrestre sul Pianeta Rosso, una vita reclusa nei moduli - per cui si stanno progettando anche soluzioni non immediatamente intuibili come quelle che prevedono l’uso di particolari funghi - e nelle tute spaziali, ovviamente. Si sta ragionando su come è possibile coltivare e creare una vegetazione in grado di resistere alle condizioni inospitali dell’atmosfera marziana. Perché nonostante non sia ospitale, è il più ospitale di tutti quelli che conosciamo a che possiamo raggiungere in tempi compatibili con il ciclo di vita umano. 

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