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La crisi, le dimissioni e l’addio all’ipotesi di un governo Ter: la parabola di Conte

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04 feb 2021 - 08:30 19 foto
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In tre settimane il premier uscente ha affrontato la spaccatura provocata da Italia Viva, il voto di fiducia alle Camere, la ricerca di un rafforzamento per l’esecutivo. Poi la discesa: le dimissioni, le consultazioni e le trattative dell’ex maggioranza giallo-rossa, segnate anche dallo scontro fra chi ha continuato a sostenerlo e il veto di Matteo Renzi. Il 2 febbraio la decisione del Quirinale di convocare Mario Draghi per un governo tecnico

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Con lo scenario di un governo tecnico “di alto profilo”, auspicato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, tramonta definitivamente l’ipotesi di un Conte Ter. Le forze politiche dell’ex maggioranza giallo-rossa non sono riuscite ad accordarsi, e proprio il nome di Giuseppe Conte è stato uno dei nodi su cui Italia Viva non ha voluto cedere. Sono state settimane cruciali per il premier uscente, che ha visto aprirsi una crisi sfociata nelle sue dimissioni, seguite dalle consultazioni, i tentativi di mediazione e infine il nome di Mario Draghi

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È il 13 gennaio quando, dopo settimane di scontri e tensioni, Matteo Renzi apre ufficialmente la crisi di governo annunciando le dimissioni delle ministre Teresa Bellanova (Agricoltura) ed Elena Bonetti (Famiglia) e del sottosegretario Ivan Scalfarotto. Alla base dello scontro, fra gli altri, il Recovery Plan e l’uso del Mes, ma anche la scuola e la gestione della pandemia

La giornata di Mario Draghi dall'arrivo al Quirinale. FOTO
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Conte la sera stessa accetta le dimissioni e in un Cdm dice: "Mi sono state comunicate via mail. Purtroppo questa sera Iv si è assunta la grave responsabilità di aprire una crisi di governo". Poi aggiunge: "Ho provato fino all'ultimo minuto utile a evitare questo scenario, e voi siete testimoni degli sforzi fatti in ogni sede, ad ogni livello. Non ci siamo mai sottratti a un tavolo di confronto"

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Il giorno successivo Conte va al Quirinale: sceglie di non dimettersi e annuncia che chiederà la fiducia per il suo governo alla Camera e al Senato, per verificare di avere ancora una maggioranza per andare avanti

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Conte deve infatti pensare anche ai tanti dossier che rischiano di rimanere in sospeso, molti legati alle conseguenze economiche della pandemia di Covid-19 come il decreto Ristori e la riforma degli ammortizzatori sociali. Ma anche Alitalia, l’ex-Ilva, Autostrade e Whirlpool

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Lunedì 18 gennaio Conte è alla Camera per il voto di fiducia. Il premier parla per 55 minuti, ricorda che serve un esecutivo unito per il bene del Paese, promette che il Recovery Plan sarà un piano condiviso ma aggiunge: “Il Mes nulla ha a che vedere con il Recovery fund"

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Montecitorio dà a Conte la fiducia con 321 sì, ottenendo la maggioranza assoluta, fissata a 315, e superandola per 6 voti. Il “soccorso” arriva dagli ex M5s del gruppo Misto non iscritti ad alcuna componente: sono 8 gli ex pentastellati che votano a favore. In aiuto del governo c'è anche il sì della deputata di Forza Italia Renata Polverini, che annuncia l'addio al partito, e il voto favorevole della renziana Rostan. I no sono 259

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Il giorno successivo, il 19 gennaio, è il turno della fiducia al Senato. Conte in Aula dice che "se i numeri non ci sono, questo governo andrà a casa"

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Anche Renzi interviene a Palazzo Madama, e attacca Conte: "Ha cambiato la terza maggioranza in tre anni, ha governato con Matteo Salvini. Non può cambiare le idee per mantenere la poltrona. Lei ha avuto paura di salire al Colle perché ha scelto un arrocco che spero sia utile per lei ma credo sia dannoso per le istituzioni”

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Anche al Senato Conte ottiene la fiducia, ma i numeri sono risicati nonostante i “volenterosi”: 156 i favorevoli, 140 i contrari e 16 gli astenuti. In Aula, dopo la votazione, scoppia la bagarre per i voti dei senatori Ciampolillo e Nencini, le cui preferenze per il sì sono state riammesse in extremis dalla presidente Casellati

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Il 20 gennaio Conte incontra di nuovo Mattarella al Quirinale e in un vertice di governo a Palazzo Chigi sancisce la necessità di "andare avanti con il rafforzamento di maggioranza". Intanto Camera e Senato danno il via libera allo scostamento di Bilancio: passano le coperture per il dl Ristori

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Inizia così la “fase 2” di Conte, che cerca di rafforzare la base parlamentare che lo sostiene ma la situazione sembra non sbloccarsi ed entra in gioco anche la relazione alle Camere del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, sulla quale il governo rischia di essere bocciato andando in minoranza

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Anche alla luce di questo scenario, il 26 gennaio Conte riunisce il Cdm e annuncia il suo passo indietro, poi sale al Quirinale e rassegna le sue dimissioni al presidente della Repubblica

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"È il momento che emergano in Parlamento le voci che hanno a cuore le sorti della Repubblica - scrive il premier dimissionario - Le mie dimissioni sono al servizio di questa possibilità: la formazione di un nuovo governo che offra una prospettiva di salvezza nazionale"

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Il 27 gennaio iniziano al Quirinale le consultazioni del capo dello Stato: i primi sono il presidente della Camera Roberto Fico e la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati

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Il Pd e il M5s ribadiscono il sostegno a Conte, mentre Renzi dice no all'ipotesi di un incarico immediato al premier dimissionario per formare un nuovo governo subito. Prima, dice a Sergio Mattarella, bisogna chiarire se Pd e M5s vogliono ancora Italia Viva in maggioranza. Il centrodestra propone invece il ritorno alle elezioni

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La situazione fra i partiti della maggioranza giallo-rossa non si sblocca, e fra le ragioni dello stallo continua a essere il nome di Conte. Mattarella, il 29 gennaio, dà un mandato esplorativo a Fico

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Dopo i colloqui con le forze di maggioranza, parte una serrata trattativa sul programma del nuovo ipotetico governo. I temi divisivi però sono tanti: il Mes, le politiche sul lavoro, la sanità, le infrastrutture, la giustizia. E non ultimo il capitolo riforme, con i renziani che chiedono una bicamerale. Un organismo analogo, per Italia Viva, dovrebbe vedere la luce anche sul Recovery. Ma, fra tutto, c’è anche ancora il nome di Conte ad alimentare la spaccatura

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Una spaccatura che non si ricuce. Il 2 febbraio Fico sale al Colle e annuncia: "Allo stato attuale permangono distanze alla luce della quali non ho registrato unanime disponibilità per dare vita alla maggioranza". Mattarella decide allora di convocare il 3 febbraio Mario Draghi per cercare un esecutivo tecnico “di alto profilo”. Una scelta che segna la fine dell’ipotesi di un esecutivo guidato nuovamente da Giuseppe Conte

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