Migranti, il tema dei rimpatri non è solo italiano: come si muovono gli altri Paesi?
In Italia la norma che prevede incentivi sui rimpatri ha provocato l’ennesimo caso politico. È interessante notare, però, che il tema riguarda anche altri Stati: in giro per il mondo, infatti, diversi governi si interrogano sulla questione e arrivano a delle scelte considerate anche al limite. Ma i risultati, come dimostrano diversi esempi, per ora non si vedono. Anche di questo si è parlato a Numeri, l’approfondimento di Sky TG24
I RIMPATRI
- La norma che ha scatenato l’ennesimo caso politico in Italia riguarda il tema dei rimpatri dei migranti: il governo, infatti, ha previsto un incentivo per gli avvocati che seguono una pratica di rimpatrio volontario. Dopo le polemiche e i rilievi del Quirinale, la norma dovrebbe essere corretta ma non eliminata. Ma come si muovono gli altri Paesi su questo tema? Anche di questo si è parlato a Numeri, l’approfondimento di Sky TG24, nella puntata del 21 aprile.
GLI ALTRI PAESI
- È interessante sottolineare che, anche guardando all’estero, il rimpatrio dei migranti non riesce a farlo nessun governo. I migranti che si riescono effettivamente a rimpatriare, infatti, sono sempre una minoranza, spesso piuttosto piccola. I numeri dei rimpatri, quindi, faticano a crescere anche negli altri Paesi. Una precisazione: non parliamo solo di rimpatri, ma anche di espulsioni verso Paesi terzi.
LA GERMANIA
- Lo Stato che riesce di più a fare i rimpatri, ma anche qui con numeri piccoli, è la Germania. Se andiamo a vedere dove vengono rimpatriati questi migranti, però, si nota che sono Paesi “facili”. Mentre sono assenti Paesi di emigrazione molto sostenuta, come quelli africani, perché è molto più complesso avere accordi di rimpatrio.
IL REGNO UNITO
- Diversi Paesi, anche fuori dall’Unione europea, sono quindi alle prese con problemi simili. E spesso ci sono delle soluzioni considerate al limite. Il Regno Unito, per esempio, nel 2022 ha siglato un accordo col Ruanda per mandare nel Paese migranti di qualsiasi nazionalità.
IL RUANDA
- Come sta andando questo tentativo? Male. Tre mesi fa il Ruanda ha fatto causa al governo inglese, chiedendo l’arbitrato internazionale, perché gli inglesi si sono ritirati dall’accordo.
L’ESEMPIO INGLESE
- L’accordo tra Regno Unito e Ruanda prevedeva il trasferimento di cittadini anche di Paesi terzi. Firmato nel 2022, ha visto l’uscita inglese nel 2024. Il bilancio è che Londra ha speso 700 milioni di sterline e i migranti trasferiti risultano essere stati quattro (tra l’altro, su base volontaria). Un insuccesso totale, ma anche un esempio celebre di come questi tentativi di risolvere la questione rimpatri siano spesso al limite.
GLI USA
- Andando negli Usa, Donald Trump ha fatto accordi con un bel po’ di Paesi in giro per il mondo per accettare migranti espulsi dagli Stati Uniti. Spesso, anche qui, si tratta di cittadini di Paesi terzi.
LE CIFRE
- Sta funzionando? No. Gli Stati Uniti hanno pagato cifre importanti se rapportate alle economie dei Paesi in questione.
I NUMERI
- Ma i risultati sono pochissimi: anche gli Usa di Trump, infatti, riescono materialmente a portare nei Paesi terzi un numero basso di persone espulse. Per fare un esempio: zero a Palau, nonostante i 7,5 milioni di dollari spesi.
UN ALTRO ESEMPIO
- Un altro esempio riguarda il piccolo Stato di eSwatini. In base all’accordo sui migranti, che prevede l’invio di cittadini di altre nazioni espulsi da Washington, i soldi pagati dagli Stati Uniti sono 7,5 milioni di dollari e i migranti accolti sono 15: il costo per migrante, quindi, è di 413mila dollari.
LA SVEZIA
- Tornando in Europa, un esempio estremo da un altro punto di vista è quello della Svezia. Per incentivare i rimpatri volontari, il Paese dal primo gennaio 2026 ha portato da 900 euro a 30mila euro (50mila se c’è la famiglia) i soldi che – a certe condizioni – vengono dati ai migranti che decidono di tornare in patria. Le primissime risposte non sono particolarmente alte, ma il tentativo è iniziato da poco.
I TENTATIVI
- In giro per il mondo, quindi, questo è un tema che porta i governi a interrogarsi e a fare delle scelte considerate anche al limite. Ma i risultati, per ora, non si vedono tanto. Il Patto migratorio europeo, che ha accolto il modello Albania (ancora non operativo), è una novità e in futuro potrebbe essere sperimentato di più a livello europeo. Anche la Danimarca, ad esempio, sta facendo dei tentativi simili. Gli esempi che abbiamo visto, comunque, ci fanno capire quanto il tema – anche fuori dall’Italia - sia complicato e dibattuto.