Introduzione
L'alto rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, ha detto di aver "parlato con il segretario generale dell'Onu Antonio Guterres per capire se è possibile avere un'iniziativa a Hormuz come quella sul Mar Nero per il grano dell'Ucraina". Il riferimento è all’accordo siglato a Istanbul il 22 luglio 2022 per riaprire le esportazioni agricole di Kiev dopo il blocco dei porti causato dall'invasione russa iniziata cinque mesi prima.
Quello che devi sapere
Il modello della Black Sea Grain Initiative
L'Europa guarda quindi alla Black Sea Grain Initiative come chiave per trovare una via d'uscita dalla crisi nello Stretto di Hormuz e scongiurare l'aggravarsi dello shock energetico globale. In sostanza, una soluzione per tenere aperte le rotte commerciali e mettere al riparo le forniture di petrolio. Siglato da Ucraina, Russia, Turchia e Nazioni Unite, il "patto del grano" servì a sbloccare milioni di tonnellate di cereali rimaste ferme nei silos ucraini dopo l'aggressione di Mosca iniziata nel febbraio 2022.
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Un corridoio marittimo
L'intesa del 2022 istituiva un corridoio marittimo sicuro nel Mar Nero per le navi in partenza dai porti di Odessa, Chornomorsk e Yuzhny, con controlli coordinati a Istanbul da rappresentanti di Mosca, Kiev, Ankara e dell'Onu. Rimasto in vigore per circa un anno, prima del ritiro della Russia, il meccanismo ha consentito l'export di oltre 33 milioni di tonnellate di cereali e prodotti agricoli, in gran parte ai Paesi in via di sviluppo, contribuendo a raffreddare i prezzi e a evitare una crisi più grave, soprattutto in Africa e Medio Oriente.
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I risultati della Black Sea Grain Initiative
Nell’anno in cui l’intesa è rimasta in vigore, la Black Sea Grain Initiative - aveva fatto sapere il Centro Studi Divulga nel luglio 2023 - ha permesso l’arrivo nei Paesi in via di sviluppo del 65% del grano tenero partito dall'Ucraina. Tra i Paesi a reddito basso, l'Etiopia è la nazione che ha importato più grano tenero dai porti interessati dall'accordo con 263 mila tonnellate, seguita dallo Yemen con 260 mila tonnellate.
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Un compromesso tecnico
Il parallelismo fra il "patto del grano" e lo scenario attuale di Hormuz si fonda sul compromesso tecnico raggiunto con la mediazione dell'Onu e senza un cessate il fuoco, che potrebbe offrire una via per sbloccare i flussi energetici nello Stretto, attraverso cui transitano 20 milioni di barili di greggio al giorno, pari al 20% del consumo globale.
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La crisi di Hormuz: i dati dell’Aie
Secondo l'Agenzia internazionale per l'energia, la guerra in Iran sta causando la "più grande interruzione dell'approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale", costringendo i produttori di petrolio del Golfo a tagliare la produzione. Nel suo ultimo report mensile, l'Aie ha fatto presente che la produzione di greggio è attualmente in calo di almeno 8 milioni di barili al giorno, con ulteriori 2 milioni di barili al giorno bloccati relativi ai prodotti petroliferi, inclusi i condensati, un volume pari a quasi il 10% della domanda mondiale. E "senza una rapida ripresa dei flussi di spedizione" attraverso lo Stretto di Hormuz "le perdite" di petrolio "aumenteranno", ha avvertito l'Agenzia internazionale per l'energia.
I guadagni della Russia
A livello globale la nazione più dipendente dai Paesi del Golfo per il suo import petrolifero è la Cina con circa il 50%, una necessità che condivide con altri Paesi asiatici come il Giappone, la Corea del Sud e l'India. In questo nuovo scenario a guadagnarci sembra sia in particolare la Russia, che "sta incassando fino a 150 milioni di dollari al giorno di entrate aggiuntive grazie alle vendite di petrolio", ha riferito il Financial Times. Finora Mosca ha guadagnato un extra stimato tra 1,3 e 1,9 miliardi di dollari dalle tasse sulle esportazioni di petrolio, dopo che la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz ha portato a una maggiore domanda di petrolio russo da parte di India e Cina, ha spiegato il quotidiano londinese.
Il rischio della carenza di cibo
La chiusura dello Stretto di Hormuz rappresenta quindi un grave pericolo per le forniture di petrolio, specie per l'Asia, ma non solo: Kaja Kallas ha sottolineato che la situazione è problematica "anche per quanto riguarda i fertilizzanti. E se quest'anno ci sarà carenza di fertilizzanti, l'anno prossimo si verificherà anche una carenza di cibo".
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