Introduzione
Sono ormai passate due settimane dallo scoppio della guerra in Iran: era il 28 febbraio infatti il giorno in cui Stati Uniti e Israele hanno lanciato gli attacchi su Teheran che hanno dato il via alle ostilità e ucciso la Guida suprema Ali Khamenei. Dopo 15 giorni di conflitto, non è ancora chiaro se e quale sia un’eventuale timeline per la fine della guerra, anche se iniziano a filtrare informazioni sui piani dei belligeranti e analisi da parte di esperti del settore.
Quello che devi sapere
La posizione di Israele
Tra le informazioni ufficiali emerse finora ci sono quelle fornite dalle Israel Defense Forces: l’esercito israeliano ha infatti detto alla Cnn che sta programmando di continuare la propria campagna contro l’Iran per almeno tre settimane, con ancora “migliaia di obiettivi” che devono ancora essere colpiti. Il portavoce Effie Defrin ha detto all’emittente americana che “siamo pronti, in coordinamento con i nostri alleati statunitensi, con piani almeno fino alla festività ebraica di Pesach, tra circa tre settimane”. Tuttavia, non è detto che il conflitto cessi in quel momento: “Abbiamo piani più approfonditi per ulteriori tre settimane”, ha infatti detto ancora Defrin.
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La guerra contro Hezbollah
Dall’inizio del conflitto l’Idf ha compiuto circa 400 ondate di attacchi in Iran. L’esercito comunque “non sta lavorando con un cronometro o una tabella, ma per raggiungere i propri obiettivi” che ruotano intorno a “indebolire di molto il regime iraniano”, ha spiegato ancora Defrin. Il portavoce ha poi spiegato che l’attacco contro Teheran ha spinto Hezbollah a entrare nel conflitto, a differenza di quanto avvenuto a giugno durante la guerra dei 12 giorni. Questa parte della guerra secondo Cnn potrebbe durare più a lungo di quella contro l’Iran, con l’Idf che sta ammassando truppe al confine con il Libano.
La posizione degli Stati Uniti
Se la posizione di Israele sulla durata del conflitto è stata chiarita da un portavoce dell’esercito, meno evidente è quali siano i piani degli Stati Uniti. Nelle scorse ore il presidente Donald Trump ha affermato di non essere ancora pronto a stringere un accordo per porre fine alla guerra con l'Iran, nonostante la disponibilità di Teheran. In una intervista alla Nbc l’attuale inquilino della Casa Bianca ha detto che la sua attuale indisponibilità è dovuta al fatto che "i termini non sono ancora abbastanza buoni", rifiutandosi però di fornire ulteriori dettagli.
Risorse per altri 100 giorni?
Quel che finora è emerso con sicurezza è che i primi sei giorni di guerra sono costati agli Stati Uniti 11,3 miliardi di dollari. E, in base a quanto ricostruito dal Corriere della Sera, l’esercito si starebbe preparando a un conflitto più lungo di quanto originariamente paventato da Donald Trump: il Comando centrale delle forze armate americane infatti avrebbe richiesto al Pentagono di fornire risorse sufficienti a far fronte a 100 giorni di guerra. La domanda inoltre sarebbe quella di avere più uomini, mezzi ed equipaggiamenti per affrontare il prolungarsi del conflitto.
Cosa dicono gli esperti
Secondo un’analisi del Time, il presidente Trump ha parlato fin dall’inizio del conflitto di una guerra che sarebbe durata “quattro o cinque settimane” e se necessario “per molto di più”. Nei giorni successivi poi lo stesso Trump aveva detto ad Axios che la guerra sarebbe finita presto: tuttavia, spiega il magazine, rapide dichiarazioni di vittoria possono aiutare a rassicurare i mercati e la popolazione americana ma non necessariamente risolvono le ragioni strutturali del conflitto. Il rischio paventato è quello di una tensione nell’area destinata a durare molto oltre la fine delle ostilità.
Si rischia un conflitto prolungato?
La situazione dunque rischia di ingarbugliarsi: secondo gli esperti consultati dal Guardian infatti ci sarebbe anche il pericolo di una trappola dell’escalation, con gli aggressori trascinati in un conflitto più ampio, duraturo e costoso di quanto immaginato in un primo momento. “Ci sono diversi stadi della trappola dell’escalation”, ha spiegato il politologo Robert Pape: “Quello che abbiamo visto nel primo attacco è stato un successo tattico quasi totale, il problema è che se questo non conduce anche a un successo strategico si assiste a una escalation che però” non risolve ancora le cause del conflitto. E proprio questa sarebbe la fase attuale del conflitto secondo l’esperto, che non esclude però si possa passare a un livello ancora successivo in cui si “prendono in considerazioni opzioni molto più rischiose”.
Via d’uscita o escalation
E secondo Robert Malley, che in passato è stato inviato per gli Stati Uniti in Iran e capo negoziatore nelle trattative sul nucleare con Teheran, il modo in cui gli Usa procederanno nel conflitto e quali livello di escalation sarà raggiunto dipenderà più dalla psicologica di Trump che da obiettivi strategici: “A un certo punto ci sarà una via d’uscita, ma riesco a immaginare anche scenari nemmeno presi in considerazione un mese fa. Soldati sul terreno, attacchi alle infrastrutture di base, conquistare parti dell’Iran e lavorare con i curdi o altri gruppi etnici” nel Paese.
La posizione dell’Iran
Infine, c’è da considerare la posizione di Teheran: secondo il ministro degli Esteri di Teheran Abbas Araghchi la guerra finirà solo quando l'Iran sarà "sicuro" che non possa ricominciare. “Questa guerra finirà quando saremo certi che non si ripeterà e che verranno pagate le riparazioni. Lo abbiamo vissuto l'anno scorso: Israele ha attaccato, poi gli Stati Uniti... si sono riorganizzati e ci hanno attaccato di nuovo", ha detto il capo della diplomazia di Teheran ad Al-Araby Al-Jadeed, riferendosi alla guerra dei 12 giorni lo scorso giugno.
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