Introduzione
Sin dal giorno dell’attacco congiunto di Usa e Israele in Iran, il presidente statunitense ha cambiato diverse volte versione su quanto sarebbe durato il conflitto che si è innescato. La guerra contro Teheran ha preso una piega imprevista rispetto alle idee iniziali dell'amministrazione, che prima aveva parlato di qualche giorno poi di quattro o cinque settimane. Intanto i costi economici continuano a crescere mentre la base e il partito repubblicano chiedono al presidente una fine in tempi rapidi delle ostilità in Medio Oriente. E si moltiplicano gli indizi di una “exit strategy”.
Quello che devi sapere
Cosa dice Trump sulle tempistiche
Il presidente americano, martedì ha detto che la guerra finirà “molto presto”. Il giorno dopo, secondo quanto riferito da Axios, Trump avrebbe dichiarato ai leader del G7, durante una riunione virtuale, che l’Iran "sta per arrendersi ma nessuno sa chi sia il leader, quindi non c'è nessuno che possa annunciare la resa”. Secondo alcune fonti, è però sembrato "ambiguo e indeciso" riguardo ai suoi obiettivi e alla tempistica per la fine della guerra. Alcuni partecipanti alla chiamata hanno lasciato la riunione con la convinzione che volesse porre fine al conflitto, mentre altri hanno avuto l'impressione completamente opposta. Trump ha affermato che la questione principale su cui sta lavorando è la tempistica. Non ha fissato una scadenza, ma ha detto che "dobbiamo portare a termine il lavoro" per evitare un'altra guerra con l’Iran tra cinque anni”.
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I repubblicani vogliono uscire dal conflitto
Al momento Trump è sotto assedio: la sua base e il Partito Repubblicano chiedono al presidente una exit strategy dall'Iran: deve arrivare in tempi stretti altrimenti il rischio di una valanga democratica alle elezioni potrebbe concretizzarsi. Nonostante i bombardamenti, il regime iraniano resiste e continua a rispondere agli attacchi americani, seminando panico in tutto il Medio Oriente e mandando in tilt il mercato petrolifero, alle prese con lo shock maggiore da decenni.
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Il nodo Israele
Oltre all'evoluzione inattesa, per Trump sembra esserci il nodo Israele: in pubblico i due alleati mostrano un fronte compatto, ma dietro le quinte - secondo indiscrezioni - le tensioni stanno aumentando con Netanyahu pronto ad andare avanti con la campagna fino al crollo del regime, e gli Stati Uniti più cauti e concentrati sui loro obiettivi militari, ovvero distruggere in via definitiva la capacità di Teheran di mettere le mani sull'arma nucleare. A confermare le tensioni è la richiesta americana a Israele - la prima da quando è iniziata la guerra - di fermare gli attacchi sulle infrastrutture energetiche iraniane.
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Un altro “Taco”?
Il commander-in-chief potrebbe chiedere a giorni al Congresso decine di miliardi per continuare l’operazione in Iran, in quello che si preannuncia un nuovo duro braccio di ferro che metterà alla prova la risicata maggioranza repubblicana. "Non sa come finire la guerra", ha scritto sul New York Times l'editorialista Thomas L. Friedman. Altri osservatori notano come anche sullo scenario iraniano Trump sarà “Taco” (acronimo che significa “Trump always chickens out”, ovvero “si tira sempre indietro” o “fa sempre marcia indietro”) in seguito al caroprezzi e al rischio crescente di perdere le elezioni di metà mandato. Ma questa volta “Taco Trump” - spiega il commentatore del Financial Times Edward Luce - arriverà troppo tardi.
Cosa vuole esattamente Trump
Secondo molti commentatori negli Usa, Trump vuole uscire dalla guerra da vincitore. Uno dei punti chiave riguarda lo Stretto di Hormuz: se gli Usa abbandonassero il conflitto prima di spezzare l’embargo, Teheran avrebbe una pesante carta in mano negli equilibri della regione (e non solo). E per gli Usa sarebbe una sconfitta non ripristinare i commerci tramite il Golfo.
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Teheran come sta?
Quanto alla convinzione che Teheran sia allo stremo dopo due settimane di bombardamenti incessanti da parte di Washington e Israele, il tycoon è stato smentito dalla sua stessa intelligence. Secondo le agenzie americane, infatti, la leadership iraniana è ancora in gran parte intatta, si è ricompattata attorno al figlio dell'ayatollah e non rischia di crollare nell'immediato. Stando alla Reuters, una "moltitudine" di rapporti di intelligence ha stabilito che il regime non è in pericolo di collasso e "mantiene il controllo del popolo iraniano". Gli 007 hanno anche messo in dubbio la capacità dei gruppi curdi iraniani di sostenere una battaglia contro i servizi di sicurezza iraniani non avendo né i numeri né la potenza di fuoco necessari.
La exit strategy
Alcuni indizi propendono per l’ipotesi che Trump stia cercando una via d’uscita dall’Iran. Ma come potrebbe finire la guerra? Secondo gli esperti Usa, ci sono 5 scenari possibili. Il primo è il cosiddetto modello Venezuela. Alla fine della guerra l’Iran rimarrebbe nelle mani di un leader anche in continuità col regime di Ali Khamenei ma che scende a patti con gli Usa, come avvenuto a Caracas nel post Maduro. Il secondo possibile scenario ipotizza la rivolta popolare e il crollo del regime. Secondo gli esperti statunitensi, la possibilità del crollo è reale considerando che l'ayatollah Khamenei è morto, l'economia è collassata e l'Iran ha assistito alle sue più grandi proteste dalla rivoluzione del 1979. I rischi sono notevoli. Tra questi, c’è la possibilità che l'Iran sprofondi in una guerra civile come avvenuto in Siria. Il terzo scenario prevede la possibilità che la guerra finisca con un blitz delle forze speciali contro l’arsenale nucleare. Il quarto scenario punta sulla possibilità che la guerra termini con un cessate il fuoco negoziato e un accordo sul nucleare. Il quinto possibile scenario prevede che Trump dichiari semplicemente vittoria e si ritiri.
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