Diario da Kabul, il coraggio dei giornalisti afgani

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Gianluca Ales

©IPA/Fotogramma

I 20 anni della coalizione internazionale hanno portato a una vera "età dell’oro" per l’informazione, ma oggi, con il ritorno dei talebani, moltissime testate hanno chiuso, e chi è rimasto o è dovuto scendere a compromessi con il regime, oppure continua a lavorare mettendo a rischio il proprio futuro

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KABUL - Non ho paura. In genere questa dichiarazione viene accolta con legittimo scetticismo o almeno una punta di ironia. Se a dirlo, però, è un reporter afgano bisogna crederci, perché già il fatto di svolgere questo mestiere lo mette al centro di un mirino.

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Sono i dati a confermarlo. Secondo un rapporto di Reporters Sans Frontières, dal 15 agosto 2021 il 40% dei media ha chiuso in Afghanistan, l’80% delle donne che lavorava come giornalista ha perso il lavoro. Le testate che restano, e sono sempre meno, hanno dovuto tagliare drasticamente il numero di dipendenti. E questo per un effetto per un perverso effetto a “tenaglia”. Prima di tutto la devastante crisi economica che ha travolto il paese, che ha portato a riduzioni del budget fino al 90%, con la scomparsa degli sponsor e della pubblicità, ma anche con il venir meno del sostegno internazionale. Ora solo l’Unesco con un piccolissimo budget, promuove alcune iniziative. Poche migliaia di dollari che però rappresentano una boccata d’ossigeno per le casse esangui dei media afgani.

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“Con questi soldi riusciamo appena a pagare gli stipendi di chi è rimasto”, dice Abdullah Ghayon Waziri, il media manager del Killid Group, uno dei principali nel paese. Ci mostra con malinconia le foto di gruppo delle redazioni e indica i volti uno ad uno. “Lei ora è in Canada, lei negli Usa, lui in Tagikistan, lui in Iran…” e così via, descrivendo una diaspora che ha visto depauperare la già agonizzante classe intellettuale dell’Afghanistan. Waziri è un uomo straordinariamente alto per la media afgana, quasi due metri, veste con eleganza il Pirhan Tumban, l’abito tradizionale, e porta una barba corta. Segno di un adattamento difficile, per un uomo che è dovuto scendere a compromessi pur di mantenere in vita il gruppo. Usa un linguaggio diplomatico, in cui non indica mai i talebani come responsabili della situazione attuale. Parla di modifiche della programmazione che rappresentano una sfida, del fatto che in ogni caso la rete di radio che rispondono alla Killid sono ancora in gran parte aperte, che la copertura del territorio è quasi completa, e che il pubblico apprezza le loro informazioni. Il settore dedicato all’intrattenimento però ha subito però un’inversione a “U”. Vengono tramesse solo musiche tradizionali, religiose, e questo gli ha fatto perdere parte dei suoi ascoltatori.

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Chi invece non usa mezzi termini per denunciare lo stato dell’informazione afgana è Zarif Karimi, direttore del centro AI, a difesa dei diritti dei giornalisti. “Possiamo riprenderti in volto?”. “Certo. Non ho paura: prima di voi ho parlato con molti media americani, inglesi, tedeschi… il mondo deve sapere che cosa sta succedendo qui”. E quel che sta succedendo conferma il drammatico rapporto di RSF. Con dettagli che gelano il sangue. I talebani picchiano sistematicamente i giornalisti, li minacciano, distruggono le loro apparecchiature e le prove della repressione, sottopongono a continue perquisizioni la sede dell’associazione. Alcuni sono scomparsi misteriosamente. O forse non è neanche un mistero. Certo è che di loro non si hanno più notizie, stop. E a questo punto viene da chiedersi perché non siano fuggiti, tutti. 

“Molti ci hanno provato. Ma sapete cosa succede quando chiediamo il visto? Quando indichiamo il nostro mestiere, ci dicono: giornalisti? Siete spie americane, quindi. E non ci danno neanche il passaporto”. “Ma non hai paura per il futuro?”. Waziri scuote il capo, con aria stanca. “Lo so che è difficile da comprendere: ma è mio compito proteggere i colleghi. Qui noi facevamo formazione, abbiamo insegnato il giornalismo a tanti ragazzi. Moti di loro non ci sono più, ma per quanti sono rimasti dobbiamo offrire la nostra protezione e puntare il dito contro il regime”.

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Che la protezione sia necessaria lo dimostrano le imponenti misure di sicurezza dispiegate all’ingresso di Tolo News, il più importante canale di informazione dell’Afghanistan. Cavalli di frisia, jersey in cemento armato, perquisizioni approfondite, metal detector e ispezione dettagliata delle apparecchiature. Dentro questo fortino incontriamo Toba Walizada. A un primo sguardo è una ragazza minuta, che quasi scompare negli ampi abiti tradizionali, con i capelli chiari che fuoriescono dall’hijab. “Lei è davvero coraggiosa”, la introduce il direttore del canale. È diventata famosa per le immagini della manifestazione di donne finita in una sparatoria. Toba si schermisce. “Oh, sì, prima ero molto coraggiosa. Ora non so. So di dover essere la voce del mio popolo, ma trovarsi in mezzo a quel caos, a quelle violenze, mi ha fatto mettere molto in discussione. È stato il giorno più brutto della mia vita”. Già, perché lei era lì a fare il suo mestiere, a raccontare quel che stava accadendo. “È il mio lavoro”, aggiunge, come a giustificarsi. Un lavoro che però in Afghanistan oggi è visto come una minaccia, un grave pericolo per l’Emirato.

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