Kabul, i diritti delle donne oggi a un anno dal ritorno dei talebani

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Gianluca Ales

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Incontro con le attiviste che sostengono i diritti civili di chi li ha persi, non può lavorare né studiare, e neanche muoversi senza un accompagnatore, se vuole lasciare la provincia in cui abita

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KABUL - La fragile condizione femminile in Afghanistan, dopo due decenni di conquiste, è ritornata drammaticamente critica: hanno perso ogni diritto civile, non possono lavorare né studiare, e neanche muoversi senza un accompagnatore, se vogliono lasciare la provincia in cui abitano. L’incontro con le attiviste che preannunciano proteste

 

Paura? No. Problemi? Nemmeno.

Può anche essere, ma i nostri interpreti afgani sono nervosi, si guardano attorno con circospezione, ci fanno trascorrere pochi minuti all’aperto. E tanto basta per sentire un gruppo di ragazzi che, appena ci passa al fianco, sibila “fuck you!”.

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No, non è illegale quel che stiamo per fare. Il portavoce del ministero degli Esteri, con un inglese impeccabile, ci ha detto che gli studenti del Corano rispettano la libertà di stampa e che proteggono le diverse opinioni. Quindi, nulla in contrario a che noi si vada in giro a fare domande a chiunque.

Anche alle donne? Certo.

Eppure, non sembra così. Perché se è vero che nel ministero si mostrano molto ragionevoli e cortesi, per strada i talebani non hanno gli stessi modi. E c’è una sottile tensione difficile da cacciare.

Dobbiamo incontrare due attiviste per i diritti delle donne, Juliah Parsi e Adellah Sasghar, ed entrambe rimandano diverse volte l’ora dell’appuntamento. Prima in un bar di Chart – e Char, un quartiere centrale e residenziale, poi poco lontano, a Sangee.

Ma no, non va bene neanche questo.

Ci diamo un appuntamento per strada e dopo un frettoloso segno di riconoscimento le facciamo salire in macchina. Stessa procedura in momenti diversi, ma stessa tensione e stessi sguardi preoccupati. Entrambe ci incontrano in un luogo segreto, lontane da sguardi indiscreti. In un clima che sa di Stasi nella Germania Est, se non del Grande Fratello di Orwell. Chiunque può essere un delatore.

 

La storia di juliah

 

Juliah è una bella donna dai modi gentili, la voce roca e l’ovale perfettamente truccato incorniciato da un hijab che le copre a stento la chioma. Un vezzo che a Kabul può costare sguardi severi da parte dei talebani. Lei, però, lo ripete spesso, non ha paura. E ci annuncia che scenderà in piazza insieme a molte altre donne, per reclamare i diritti che le sono stati cancellati.

“Da quando è stato restaurato l’Emirato la mia vita è cambiata al 100%”, esordisce. “Ho perso il lavoro, le mie due figlie non possono più andare a scuola, mentre il maggiore, che sarebbe dovuto andare all’Università, non ha potuto iscriversi. Costa troppo, e noi non abbiamo più nulla”.

Una storia purtroppo come tante altre, qui in Afghanistan, dove la partenza della comunità internazionale dopo 20 anni di presenza è vissuta come un tradimento. Un fatto, dal loro punto di vista, forse ancora più grave dell’ascesa dei talebani. Perché per 20 anni si sono illuse di poter avere sogni normali: un lavoro, lo studio, la possibilità di muoversi indipendentemente. E invece no. Con un colpo di spugna gli Studenti del Corano hanno cancellato ogni conquista faticosamente raggiunta in un paese profondamente arcaico e tribale. Per spostarsi da una provincia all’altra le donne devono rispettare la regola islamica che prevede siano accompagnate da un parente stretto.

 

Il silenzio della comunità internazionale

 

“La comunità internazionale ci ha tradito, ci ha abbandonate”, accusa Juliah, “e l’UNAMA (l’agenzia ONU per l’Afghanistan) non fa nulla. Abbiamo incontrato due volte il rappresentante Onu per i diritti umani, e anche l’ambasciatore europeo, e tutti ci hanno detto di avere pazienza, di aspettare, di dialogare con i talebani e convincerli a cambiare le nuove regole. Ci hanno detto che il futuro è nelle nostre mani!”

Non è neanche arrabbiata, Juliah, sembra solo stanca. Anche se non rassegnata.

Anche se, c’è da dire, i Talebani di oggi non sono più quelli degli anni ’90. Non c’è un divieto esplicito, ma solo una sospensione necessaria a trovare delle soluzioni pratiche. Per ora però regna un caos irragionevole.

Per dire: le ragazze oggi possono studiare fino al sesto grado, più o meno fino a 11 anni. E poi finire il percorso universitario. In mezzo, no. E questo naturalmente creerà dei problemi immensi per il futuro del paese, che ha già un bassissimo livello di istruzione.

La ex giornalista che amava la tv

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Adellah invece era una giornalista. Lavorava in radio, anche se avrebbe preferito la tv, ma detestava coprirsi il volto. Anche lei ha perso il lavoro con il nuovo Emirato, e ora cerca di fare il possibile per mantenersi, ma è dura. E vede un futuro nero.

Le chiediamo se vuole rivolgere un appello alla comunità internazionale, dopo la denuncia di Juliah, e anche lei ha il tono di chi ripete da troppo tempo le stesse richieste.

“Il nostro paese ha bisogno di aiuto, noi donne abbiamo bisogno di un aiuto. Ma, per favore, finché i talebani non riconosceranno i diritti delle donne, non riconoscete ufficialmente l’Emirato”.

Ed è un ultimatum durissimo, perché senza riconoscimento internazionale l’Afghanistan è di fatto uno stato fallito, impossibilitato a commerciare con l’estero e a usare le riserve di valuta pregiata. Sarebbe quasi da accogliere come una provocazione o con scetticismo. Un prezzo davvero troppo alto per loro.

Chi lo dice, però, è una delle coraggiose che scenderanno in strada per manifestare contro gli studenti del Corano, ed è perfettamente consapevole delle conseguenze che potrebbe avere. E del fatto che chi non ha nulla da perdere ha tutto da guadagnare.

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