I 20 anni che hanno cambiato l'America, dalla guerra al terrore al ritiro da Kabul

Mondo

Gianluca Ales

Il ventennio appena trascorso segna la parabola della politica estera americana, e non solo: dalla "Guerra al terrore" di Bush all''America First di Trump, fino al ritiro dall'Afghanistan in mano ai Talebani

Gli Stati Uniti sono un paese completamente diverso rispetto al 2001. 20 anni sono una generazione, ma, per un paradosso, è stato guidato per 16 anni da presidenti giovani, poi si è affidata a due commander in chief anziani: Trump e Biden, entrambi ultrasettantenni. E questo può essere già un primo indizio di un Paese che non guarda più al futuro con fiducia, ma che si ripiega su sé stesso e ha paura del domani.

Del resto, questo ventennio ha ridimensionato significativamente il ruolo degli Usa nel mondo: da baluardo della democrazia e poliziotti globali, all’America First e al moderato atlantismo di Biden. 

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Il millennio statunitense non era iniziato nel migliore dei modi: Clinton aveva fallito il suo obiettivo più ambizioso, chiudere il suo mandato costringendo Israeliani e palestinesi a fare la pace ma, dopo aver sostanzialmente segregato Ehud Barak e Yasser Arafat a Camp David, si era dovuto arrendere.

D’altronde già alla fine del ’99 era stata inferta una ferita grave alla democrazia americana, quando il 12 dicembre la Corte Suprema aveva deciso di imperio che George W. Bush aveva vinto le elezioni contro Al Gore. Al di à del fatto che sarebbe stato quest’ultimo, per un pugno di voti, ad aver vinto, la scia di polemiche - comprensibilmente feroci - che circondarono la vicenda evidenziarono una tendenza che si sarebbe acuita ancora più negli anni successivi. Gli Stati Uniti erano sempre meno uniti, gli schieramenti si polarizzavano e parlavano lingue che non comunicavano.

Da un lato i Teocon, i Cristiani Rinati, i Tea Party, QAnon. Dall’altra il popolo di Seattle, Occupy Wall Street, Black Lives Matter. Da un lato le città della costa: progressiste, cosmopolite, multirazziali. Dall’altro i fly-over-people, bianchi arrabbiati della bible belt e della rust belt, operai che hanno perso lavoro e opportunità mentre la New Economy rendeva il lavoro impalpabile e permetteva ai jeek della Silicon Valley e di Seattle di prosperare nel nuovo mondo in cui gli uffici diventavano immateriali. 

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Eppure, c’erano già i germi di tutto questo già nel millennio precedente: con Clinton il boom della New Economy, con Bush l’esplosione della bolla speculativa.

Da qui prende le mosse l’era di W., nato già zoppo sotto la tutela di Dick Cheney, già mastino alla Difesa per il padre. Nonostante nasca debole, un personaggio piuttosto scialbo su cui gli stessi repubblicani sembrano scommettere poco, dato l’astro nascente Al Gore. Eppure, bisogna ammettere, il figlio di W. H. fa comunque presa su metà del paese, annunciando di rivolgere i suoi interessi a casa propria.

È per questo che, al termine dell’11 settembre, il nuovo corso della politica estera americana con la “Guerra al Terrore”, è un qualcosa di inedito e inaspettato, soprattutto per l’opinione pubblica americana che, all’indomani dell’attacco di al Qeda, si unisce come non sarebbe mai più successo negli anni a venire. 

La "Guerra la terrore" di Bush"

Bush punta sul senso di rivalsa, sull’onda emotiva e anche, meno nobilmente, sull’ansia di vendetta degli americani, dopo l’attacco più grave avvenuto sul suolo degli Stati Uniti, e può contare su un consenso stellare quando avvia l’intervento in Afghanistan e, anche se in calo, due anni dopo in Iraq.

I problemi, però, non tardano ad arrivare.

Entrambi i conflitti, dopo un inizio trionfale in cui la grandezza americana sembra essere rappresentata dalla rapidità con cui crollano le difese dei talebani prima, della Guardia Repubblicana poi, si avvitano in guerre pantano. E i militari Usa, esattamente come in Vietnam, si trovano a combattere un nemico invisibile, in un paese lontano che non capiscono, in un conflitto di cui hanno smarrito il perché.

La linea attendista di Obama

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È per questo che nel 2004 l’era Bush termina con il trionfo di uno dei presidenti più liberal della storia americana. Barack Hussein Obama incarna questa nuova voglia di cambiamento e tra le promesse che lo fanno eleggere c’è il ritiro dall’Iraq e dall’Afghanistan.

La fine delle guerre però è meno semplice nei fatti. La “surge” in Afghanistan per sconfiggere definitivamente gli Studenti del Corano è una catastrofe, l’abbandono dall’Iraq crea una voragine nel Medio Oriente che permette la nascita di un’altra testa nell’Idra del terrorismo islamista: Lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, l’ISIS.

Obama è forse il presidente che realizza con maggiore chiarezza l’inizio della parabola discendente degli Stati Uniti. Sul Medio Oriente ha un atteggiamento attendista: sposa le primavere arabe, ma in definitiva non si immischia, se non marginalmente, nella gestione del loro tracollo. L’uccisione di Osama bin Laden, in Pakistan, il primo maggio del 2011, corregge l’immagine del presidente debole in politica estera. Ma poi per un gioco feroce del destino In Libia, proprio l’11 settembre, del 2012, subisce uno degli schiaffi più pesanti con l’assalto al consolato di Bengasi e l’uccisione dell’ambasciatore Chris Stevens.

A segnare il suo sostanziale fallimento in quell’area, nell’agosto del 2012, l’ultimatum sulla famosa “linea rossa” ad Assad, sull’uso delle armi chimiche. Nonostante l’evidenza del suo impiego, la difficoltà individuare chi esattamente ne facesse uso rende la minaccia vuota. 

L'America First di Trump

L’ingresso di Trump sembra essere una riedizione dell’era Bush, per certi versi. Il suo slogan “America First”, forse la cosa più riuscita di tutta la sua presidenza, interpreta correttamente la strategia politica di the Donald, che annuncia di volersi ritirare dai conflitti “inutili”.

I suoi raid in Siria sembrano essere più dimostrativi che efficaci, tanto più che l’area finisce de facto sotto l’influenza russa e iraniana. Con l’Iran, però, Trump sposa una linea durissima, che traccia un solco insormontabile. Se Obama aveva avviato il dialogo con Teheran con la firma del protocollo sul nucleare, Trump lo disdetta e, al culmine della tensione, il 20 gennaio del 2020 all’aeroporto di Baghdad, fa uccidere con un drone il generale iraniano Qasem Souleimaini, indicato come il probabile futuro presidente della Repubblica Islamica.

Il 29 febbraio del 2020, a Doha, the Donald aveva dato il via libera a un accordo proprio con i talebani, i nemici di sempre, per il ritiro dall’Afghanistan, entro il 31 agosto del 2021. 

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Una volta eletto, Joe Biden, che aveva promesso il ritiro dal paese, annuncia di volerlo posticipare all’11 settembre. Ma la liquefazione della Repubblica, tenuta in piedi dalla Nato in 20 anni, è tanto veloce da rendere perfino velleitaria la permanenza degli americani fino alla fine del mese. Alle tre del mattino del 31 agosto, il generale Chris Donahue è l’ultimo soldato americano a lasciare l’Afghanistan. Si chiude la più lunga guerra americana, quella al terrore, con i talebani che riprendono il controllo di Kabul.

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