Farmaci, l’allarme: se prosegue blocco Hormuz costi su e rischio carenze. I più colpiti
EconomiaIntroduzione
Carburante a rischio, bollette più care, in generale prezzi in aumento. Ma non solo: la chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz potrebbe portare nei prossimi mesi anche a un aumento dei costi di produzione dell’industria farmaceutica e a carenze di farmaci in Italia e Ue. Dopo l’allarme lanciato da Farmindustria, anche il ministro della Salute Orazio Schillaci "non nega" di essere "preoccupato". Ecco cosa sappiamo.
Quello che devi sapere
I farmaci
La situazione in Medio Oriente, con la guerra all’Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz, potrebbe avere un forte impatto anche sui farmaci che sono in commercio in Italia. Se non ci saranno presto sviluppi, hanno avvertito gli esperti del settore, nei prossimi mesi - in particolare in estate - i costi di produzione dell’industria farmaceutica potrebbero aumentare e c’è il rischio di carenze di farmaci. Tra le principali criticità, hanno sottolineato, c’è la forte dipendenza dall'estero - in particolare da Cina e India - per materie prime e materiali di confezionamento.
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Ministro Schillaci: “Tutta l'Europa può andare incontro a carenze”
Anche il ministro della Salute Orazio Schillaci "non nega" di essere "preoccupato" riguardo al blocco dello stretto di Hormuz e agli allarmi sull'approvvigionamento di farmaci. "Bisogna portare avanti una strategia politica, che abbiamo iniziato sin dal primo giorno, perché gran parte dei principi attivi arrivano da alcuni Paesi, penso alla Cina e all'India – ha detto il ministro –. Tutta l'Europa può andare incontro a carenze e bisogna avere rapidamente un piano per non essere dipendenti da questi Paesi. Qualunque incidente diplomatico, un momento di tensione geopolitica come questo, non può certo mettere a rischio anche la salute dei cittadini italiani ed europei in generale. Bisogna avere una politica di sviluppo sul farmaco. L'Italia è stata capofila in questo e dobbiamo affrancarci dalla dipendenza troppo pesante rispetto ad alcuni Paesi".
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L’allarme
Tra i primi a lanciare l’allarme Marcello Cattani, presidente di Farmindustria. "Se pensiamo ai rischi degli incrementi degli stati di carenza, l'orizzonte temporale è breve, quindi di alcuni mesi. Dopodiché la situazione potrebbe diventare davvero preoccupante, così come la sostenibilità industriale", ha detto. Poi ha denunciato aumenti dei costi di produzione per l'industria farmaceutica "stimati oltre il 20%”. "La guerra in Iran sta determinando il terzo shock in 4 anni, dopo l'Ucraina e la crisi del mar Rosso, che colpisce simultaneamente logistica, energia e i costi di tutti i fattori di produzione. Con proiezioni di aumenti totali di oltre il 20%, da sommare all'incremento del 30% dal 2021 a oggi, che in un sistema di prezzi amministrati ricadono interamente sulle aziende. È a rischio la sostenibilità della produzione farmaceutica", ha avvertito Cattani.
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Gli aumenti
Cattani ha sottolineato come l'aumento del prezzo del greggio stia già producendo effetti concreti sui costi industriali e come l’aumento dei costi di produzione per le aziende farmaceutiche sia già visibile su tutta la distribuzione. "Si registrano rincari del 25% per l'alluminio, del 15% per i principi attivi e del 25% per vetro e carta destinati agli imballaggi. Un contesto che mette sotto pressione le filiere produttive, riduce la disponibilità di materie prime e alimenta fenomeni di accaparramento", ha spiegato. E ancora: "Cerchiamo di diversificare le aree di approvvigionamento, ma ci sono dei limiti oggettivi perché, ad esempio, l'alluminio lo prendiamo in India o in Cina o in Australia". Il rischio - ha ribadito - è che, in un contesto di prezzi regolati, l'incremento dei costi ricada interamente sulle aziende, mettendo a rischio la sostenibilità della produzione.
La dipendenza dall’estero
Cattani ha quindi sottolineato come uno dei maggiori problemi sia la dipendenza da Cina e India per i principi attivi più comuni (per un totale del 74%) e per altre materie prime, packaging e imballaggi. Senza contare l'enorme balzo in avanti della Cina nell'innovazione farmaceutica. "Basti pensare che ormai molti dei nuovi farmaci oncologici hanno origine in Cina e che il 30% degli studi clinici globali viene avviato in Cina", ha dichiarato. Poi ha chiesto un intervento dell'Europa: "Mentre Usa, Cina, Emirati Arabi, Singapore e Arabia Saudita hanno puntato sull'innovazione e corrono velocemente per attrarre investimenti - 2.000 miliardi di dollari nel mondo in ricerca e sviluppo nei prossimi 5 anni - competenze e tecnologia, l'Europa continua a perdere terreno, spesso con provvedimenti antistorici che riducono la proprietà intellettuale e aumentano i costi per l'industria farmaceutica. Ora più che mai è necessario un approccio strategico".
L’impatto
L’impatto sulle imprese farmaceutiche, se la guerra non finirà in pochi mesi, potrebbe avere ripercussioni anche sul Pil: il settore, infatti, resta fiore all'occhiello del made in Italy, con 69 miliardi di export nel 2025. Sempre nel 2025 la produzione ha raggiunto i 74 miliardi, con oltre 4 miliardi di investimenti complessivi, di cui più di 800 milioni destinati alla ricerca clinica nelle strutture del Servizio sanitario nazionale. Il comparto, inoltre, dà lavoro a oltre 72.000 persone, con un'occupazione in crescita. "Nell'anno orribile 2025, contraddistinto dalle guerre commerciali e conflitti armati, è stata proprio l'industria farmaceutica a realizzare i migliori risultati, sia come capacità di attrarre investimenti in Italia, sia per quanto riguarda le nostre esportazioni, che nello scorso anno sono cresciute del 3,3%", ha sottolineato il ministro delle Imprese Adolfo Urso.
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I farmaci a rischio
Ma, oltre a pesare sulle imprese e sull’economia italiana, una chiusura prolungata di Hormuz potrebbe portare a problemi di approvvigionamento e carenza di farmaci nel nostro Paese. Tra quelli più a rischio ci sarebbero paracetamolo, antibiotici, antidiabetici e farmaci oncologici. "Il rischio è che ci possa essere una limitazione delle forniture di farmaci in Europa e in Italia. Non attualmente, non nei prossimi mesi, ma a partire dall'estate o dopo l'estate, in Europa e in Italia. Cruciale è il tipo di risposta che i Paesi e la Commissione europea sapranno dare", ha spiegato Lucia Aleotti, vicepresidente di Confindustria per il Centro studi.
Urso: “Italia troppo dipendente dall’estero”
“L'Italia è ancora troppo dipendente dall'estero per le materie prime", ha ammesso anche il ministro Urso. "Bisogna garantire l'autonomia strategica del continente europeo nell'approvvigionamento dei principi attivi che servono a produrre i farmaci, in cui dipendiamo troppo dagli altri attori, soprattutto asiatici, per una percentuale di circa il 74%: questa dipendenza ci mette a rischio nei momenti di crisi di approvvigionamento, come già accaduto durante la pandemia Covid, mettendo a rischio la capacità produttiva e la salute dei cittadini", ha ribadito Urso.
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