Il Recovery Fund visto da Berlino

Economia

Christian Blasberg (Professore di Storia contemporanea Luiss)

©Getty

Il Paese delle due anime: la Germania all’indomani del Vertice europeo sul Recovery Fund

Mentre molti analisti europei stanno ancora cercando di approfondire tutti i veri motivi della svolta di Angela Merkel, trasformatasi da leader del rigore fiscale durante la crisi dei debiti sovrani a capofila dell’assistenza finanziaria ai Paesi mediterranei all’indomani della pandemia da Coronavirus (GLI AGGIORNAMENTI LIVE), in questo Policy Brief lo storico Christian Blasberg analizza il metodo negoziale della cancelliera tedesca e il suo impatto anche sulla politica interna tedesca. Con la proposta iniziale e poi il compromesso raggiunto al Consiglio europeo sul Recovery Fund, Merkel in fondo non ha fatto altro che riconfermare quella strategia che le ha assicurato il successo negli ultimi quindici anni: nel dibattuto interno tedesco, la cancelliera si è posizionata in un centro talmente malleabile, grazie a compromessi che assicurano un sufficiente grado di soddisfazione a tutti, che nessuna forza politica riesce a trovare un profilo chiaramente diverso da lei e dalla sua CDU. Se dieci anni fa tutti i principali partiti tedeschi seguivano Merkel nel suo rigore finanziario – anima del successo economico della Germania nel dopoguerra – oggi tutti la seguono sulla strada dell’accettazione dell’indebitamento europeo, rivelando l’altra anima della Germania moderna. E con la stessa strategia che adotta in Germania, Merkel ha ritenuto di poter salvare l’Europa dove, come si osserva all’indomani dell’intesa raggiunta per la ricostruzione post-pandemia, nessuno si può considerare chiaramente vincitore e nessuno si può definire perdente assoluto. Rimane da vedere l’effetto di questa svolta di Angela Merkel sul futuro politico della Germania che si giocherà nell’autunno prossimo alle elezioni parlamentari, stavolta con nuovi protagonisti (IL REPORT DELLA LUISS SULLA SITUAZIONE IN ITALIA).

Angela Merkel
Angela Merkel e il ministro delle Finanza Wolfgang Schaeuble - ©Getty

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Benché i “cinque frugali” (Austria, Danimarca, Finlandia, Olanda e Svezia) siano stati in un certo senso i nuovi protagonisti della politica di rigore finanziario sulla scena europea, sostituendo la Gran Bretagna ormai uscita dall’Unione europea, la Germania, attuale presidente di turno del Consiglio europeo, è pur sempre il maggiore contribuente per le casse europee e quindi rimane il Paese centrale e cruciale in tutte le decisioni nel campo della distribuzione di fondi e risorse finanziarie nel continente. Non è ancora del tutto chiaro che cosa questa volta abbia convinto Angela Merkel, signora inflessibile e bestia nera di tutti i Paesi fortemente indebitati dell’Ue nella grande crisi economica iniziata nel 2010, a battersi per mettere generosamente a disposizione ingenti quantità di denaro a Paesi come l’Italia e la Spagna (IL RECOVERY FUND VISTO DA MADRID). Quello che per ora conta è che l’ha fatto, anche se il successo è limitato.

Forse quella di proporre inizialmente un pacchetto di 500 miliardi di euro di aiuti a fondo perduto, di concerto con la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen (a lungo ritenuta l’erede naturale della cancelliera tedesca), è stata fin dall’inizio soltanto una mossa tattica. Certamente la cancelliera sapeva delle resistenze non indifferenti da parte dei Paesi tradizionalmente più vicini alla Germania in materia di politica economica e finanziaria, con l’Olanda capofila, ed era consapevole che il risultato finale sarebbe stato una somma ben al di sotto dei mitici 500 miliardi. Forse Merkel era persino pronta ad accettare alla fine una somma intorno ai 300 miliardi o anche meno, quindi i 390 miliardi dell’accordo finale trovato dopo quattro giorni e notti di negoziati epici per lei segnano un duplice successo:

•             da un lato la soluzione trovata può far dormire sonni più tranquilli agli economisti liberali, non pochi dei quali si trovano nel partito di Merkel, la CDU, i quali temevano sarebbero stati davvero versati 500 miliardi di euro senza garanzie a Paesi che ritengono avere una lunga storia di inaffidabilità da debitori, in primis l’Italia. D’altronde Merkel, liberata dai vincoli della politica elettorale perché non in cerca di rielezione, sembrava ormai poter agire al di sopra del suo partito, o addirittura contro il suo partito, e chissà che non sia stata tentata di dare un addio da europeista “socialisteggiante”, idea orripilante soprattutto per Friedrich Merz, il suo antagonista storico che si accinge a diventare il nuovo capo della CDU – e forse cancelliere.

•             dall’altro lato Merkel è stata certamente tentata dall’idea di realizzare quest’ultimo scenario: cioè lasciare il palcoscenico dell’Europa da grande mediatrice, mostrando di avere un cuore rispetto a chi soffre maggiormente per una pandemia che nessuno ha voluto e che nulla ha a che fare con l’incapacità di gestire i conti pubblici dello Stato. In questo senso la cancelliera ha ottenuto un Recovery fund (CHE COSA PREVEDE - COME ANDRANNO RESTITUITI I SOLDI) finanziariamente molto più dotato rispetto alle pessimistiche previsioni di chi ricordava con angoscia la “vecchia” Angela, quella che intorno al 2010 appariva, sui manifesti dei Paesi mediterranei, in divisa nazista e con baffetto hitleriano, lo sguardo tenebroso e freddo della donna senza pietà. No, Angela è una donna dura, certo, ma giusta, e si è costruita così un monumento in Europa.

Il risultato del vertice di Bruxelles è una svolta che obbliga la Germania a contribuire di più all’Europa, a investire in un progetto che, tanto più dopo la Brexit, dipende interamente dalla potenza economica tedesca, un progetto rispetto al quale nessun popolo è più convinto di quello tedesco (seppure ad alcune condizioni). Un compromesso che fa sentire un po' tutti vincitori, i “frugali” come gli “ambiziosi”, non può essere seriamente avversato da chi si colloca nel solco dell’europeismo, né dalla destra, né dalla sinistra, ma solo da chi per principio è contrario all’idea europea.

Angela Merkel durante l'ultima seduta del Consiglio Europeo
Angela Merkel durante l'ultima seduta del Consiglio Europeo - ©Getty

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Come sono quindi distribuiti gli umori politici tra i partiti in Germania e quali saranno le conseguenze per la politica tedesca? Ecco una panoramica delle forze politiche più rilevanti.

•             Iniziamo dai partner di governo della Merkel, i socialdemocratici della SPD. Bisogna dire che per l’ennesima volta la mossa della cancelliera ha spiazzato una sinistra moderata da tempo in cerca di identità. A Norbert Walter-Borjans, uno dei due capi del partito eletti l’anno scorso con l’obiettivo di portarlo fuori dal governo, poi invece piegatosi a rimanere l’appendice della CDU, non è rimasto altro che sottolineare il merito di Olaf Scholz, ministro socialdemocratico delle Finanze, nel raggiungere un risultato che nessun cancelliere socialdemocratico avrebbe potuto ottenere così efficacemente come Merkel; l’unico punto di critica di Walter-Borjans consiste nel non aver vincolato gli aiuti europei alle garanzie per lo Stato di diritto, motivo di gioia per il premier ungherese Orban e i suoi, un aspetto di cui Merkel ha parlato poco. Per il resto però non si vede in che cosa la SPD si distingua attualmente dalla CDU.

•             I Verdi sono stati il principale partito di opposizione negli ultimi due anni. Prima dello scoppio della pandemia, nei sondaggi erano quasi alla pari con la CDU e già si ipotizzava un futuro da cancelliere per Robert Habeck, uno dei due capi degli ecologisti. Da marzo in poi però il partito è stato ridimensionato per la mancanza di una linea chiara nella crisi del Coronavirus. È scontato che i Verdi siano i principali fautori di un “Green New Deal” europeo, e quindi anche dell’impegno per l’utilizzo dei mezzi del Recovery fund per misure che combattono il cambiamento climatico. Ma anche in questo caso Merkel è riuscita a ridurre lo spazio di manovra dei Verdi come forza di opposizione: il 30 per cento dei fondi europei infatti dovrà essere usato per la protezione del clima… non sembra poco! Non è quindi semplice per Habeck e i Verdi muovere una critica sostanziale al pacchetto: chiedere una percentuale più alta, il 40 per cento, può convincere chi è già ecologista, ma per il cittadino medio tedesco – che i Verdi cercano di (ri)conquistare per mutare la scena politica nazionale – non è altro che un disperato tentativo di uscire dall’angolo, dimostrazione di una certa monotematicità dei Verdi che non ne fa un “partito piglia-tutto”.

•             I più “frugali” tra i cittadini tedeschi si trovano senz’altro nelle fila del partito liberale, la FDP. Tale partito oggi sembra più olandese, austriaco o danese che tedesco. E non sorprende che il capo liberale Christian Lindner elogi l’eroica resistenza del premier olandese Mark Rutte per aver evitato che la storica disciplina di bilancio a lungo difesa anche dalla Germania (ricordiamo che nella crisi dell’Euro nel 2009-13 la FDP fu partito di governo, e certamente il rigore merkeliano di allora era dovuto anche all’influenza dei Liberali) sia del tutto svanita a favore della nuova linea Merkel-Macron. La posizione di Lindner ha puntato senz’altro al raccordo con l’ala “econofila” della CDU guidata da Friedrich Merz, ma ha fatto una certa cattiva impressione perché ha riecheggiato le parole di Alice Weidel, portavoce dei nazional-populisti di AfD, la quale vedeva la posizione naturale della Germania a fianco dei fratelli olandesi, austriaci, danesi e finlandesi.

•             Quanto a AfD, le tendenze di convergenza con i Liberali vanno ben al di là delle loro reazioni al compromesso di Bruxelles; va ricordata infatti la vicenda della Turingia, dove a gennaio i parlamentari di AfD portarono proprio un candidato della FDP alla guida del governo regionale (per due giorni), evento inaudito perché i partiti del consenso democratico, compreso i Liberali, hanno sempre riservato l’isolamento ai nazional-populisti. La comune opposizione al Recovery Fund è ora una nuova occasione che dimostra che i Liberali sempre più si identificano con l’anti-europeismo della AfD – partito con un grave problema interno di estremismo neo-nazista e razzista – e sono tra gli ultimi difensori di un’Europa che ha dimostrato di non poter funzionare, priva di una concreta solidarietà tra i popoli. Entrambi i partiti comunque non sono riusciti ad approfittare dalla crisi generata dal Coronavirus e sono scesi nei sondaggi; l’”alleanza” nazional-liberale oggi arriverebbe intorno ai 15 per cento dei voti, anche se la AfD continua a essere decisamente più forte nella Germania orientale.

•             A proposito della Germania orientale, che riceverà anch’essa un miliardo di euro dal programma di ricostruzione deciso a Bruxelles, bisogna guardare anche a quel partito che rappresenta ancora oggi per certi versi l’eredità del regime socialista di una volta: la Linke (sinistra), che da tempo fatica ad aprirsi all’ipotesi di una futura alleanza di sinistra con i Verdi e la SPD, mette anch’essa in risalto gli aspetti negativi del Recovery Fund. La parte delle sovvenzioni per i Paesi in crisi, dice il capopartito Bernd Riexinger, è troppo ridotta e l’utilizzo dei fondi troppo mal definito, soprattutto per quanto riguarda la lotta alla disoccupazione giovanile e la protezione ambientale, e certamente anche riguardo la molle difesa dei valori di democrazia e Stato di diritto in Europa come condizione per l’attribuzione dei fondi. Ma la critica non sembra originale e in grado di costituire la base di una politica incisiva che potrebbe portare la Linke fuori dal suo attuale isolamento nella politica tedesca. Nemmeno il monopolio dell’identità politica dell’Est è rimasto intatto da quando la AfD ha conquistato i bastioni della protesta anti-Merkel cavalcando le istanze anti-immigrazione.

•             Da notare il ruolo della CSU bavarese, partito gemello della CDU che però in passato aveva più volte tentato di prendersi la sua autonomia e di estendersi in tutta la Germania (come nel 2018, durante il conflitto sulle scelte in materia di immigrazione). All’apice della crisi da Coronavirus, la CSU guidata dal primo ministro della Baviera, Markus Söder, si è dimostrata particolarmente efficace, così Söder si è trasformato nel candidato oggi più quotato nei sondaggi a diventare il comune candidato cancelliere di democristiani e cristiano-sociali bavaresi – destando in questo modo le preoccupazioni dell’antagonista Friedrich Merz. Non c’è motivo quindi per Söder per manifestare in questa fase anche solo il minimo dissenso con l’amica Angela.

Dal 2005 a oggi, per Merkel strategia che vince non si cambia

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L’impatto della strategia della Merkel nei negoziati di Bruxelles sulla politica tedesca è quindi una clamorosa riconferma di ciò che le ha assicurato il successo per gli ultimi quindici anni: la cancelliera si è posizionata in un centro talmente malleabile, grazie a compromessi che assicurano un sufficiente grado di soddisfazione a tutti, che nessuna forza politica riesce a trovare un profilo chiaramente diverso da lei e dalla sua CDU.

Dal 2005, cioè da quando Angela Merkel è cancelliera in Germania, nel Paese è di fatto assente il concetto di “opposizione”. Anche la ratifica del Recovery Fund nel Parlamento tedesco è scontata, con CDU, CSU, SPD e Verdi in quasi perfetta armonia, e con gli altri partiti considerati praticamente irrilevanti. Se dieci anni fa tutti seguivano Merkel nel suo rigore finanziario – anima del successo economico della Germania nel dopoguerra – oggi tutti la seguono sulla strada dell’accettazione dell’indebitamento europeo, rivelando l’altra anima della Germania moderna.

E con la stessa strategia che adotta in Germania, Merkel ha cercato di salvare l’Europa dove, come si vede all’indomani dell’intesa raggiunta per la ricostruzione post-pandemia, nessuno si può considerare chiaramente vincitore e nessuno si può definire perdente assoluto. Così oggi si parla di un rafforzamento dell’Europa grazie al fatto che la Germania è venuto incontro alle esigenze degli altri Paesi in materia fiscale e finanziaria. Rimane da vedere l’effetto di questa svolta di Angela Merkel sul futuro politico della Germania che si giocherà nell’autunno prossimo alle elezioni parlamentari, stavolta con nuovi protagonisti.

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