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Omicidio Pamela Mastropietro, ergastolo e isolamento diurno per Oseghale

4' di lettura

La corte d'assise di Macerata ha accolto la richiesta dell'accusa nei confronti del pusher ritenuto responsabile di aver violentato, ucciso e fatto a pezzi la 18enne i cui resti sono stati ritrovati il 31 gennaio 2018 dentro a due trolley nella campagna di Pollenza

La corte d'assise di Macerata ha condannato all'ergastolo con isolamento diurno per 18 mesi il pusher nigeriano Innocent Oseghale, ritenuto responsabile di aver violentato, ucciso e fatto a pezzi Pamela Mastropietro, i cui resti sono stati ritrovati il 31 gennaio 2018 all'interno di due trolley nella campagna di Pollenza, a pochi chilometri da Macerata. (LA STORIA) Prima di leggere la sentenza il presidente della Corte d'assise Roberto Evangelisti aveva raccomandato silenzio. Ma quando ha pronunciato la parola "ergastolo" ci sono state grida di giubilo e applausi. "Daje, fuori uno, adesso tocca agli altri. C'era qualcun altro là dentro? Certo, per me c'era anche qualcun altro", ha detto la madre di Pamela Mastropietro, Alessandra Verni, convinta che la morte della figlia non sia opera del solo Oseghale. La madre e il padre della 18enne, Stefano Mastropietro, si sono abbracciati, piangendo. Lacrime e abbracci anche tra parenti e amici che indossano magliette con il volto della ragazza.

La madre: "Giustizia è fatta, il primo pensiero è stata Pamela"

"Giustizia è fatta, credo nella giustizia. Per le mia speranza e preghiere ci hanno ascoltato da lassù", ha detto la madre di Pamela Mastropietro. Alla parola ergastolo pronunciata dal presidente della Corte, ha provato "gioia, ci deve rimanere a vita lì dentro: la tesi dell'accusa è stata accolta tutta". "Il primo pensiero? È stata Pamela. Ora le direi ti amo, ti amerò per sempre e non vedo l'ora di riabbracciarla". Alessandra Verni ha poi raccontato di avere sognato varie volte la figlia, anche in occasione dei suoi 40 anni. "Nel sogno ci siamo abbracciate forte forte, mi ha detto di non pensare al corpo perché lei è viva".

Confermate le richieste dell'accusa

La sentenza è arrivata dopo una camera di consiglio che è iniziata poco prima delle 15 e si è protratta per circa 5 ore. La condanna ricalca in pieno la richiesta dell'accusa, che anche nella replica di oggi aveva chiesto per Oseghale il massimo della pena. L'accusa, nella richiesta di condanna, aveva chiesto che non fosse concessa alcuna attenuante a Oseghale che - aveva sottolineato il magistrato - ha fatto ammissioni "irrilevanti", ha reso "mendaci dichiarazioni" accusando falsamente connazionali di complicità. "Avevamo chiesto l'ergastolo ed ergastolo è stato", ha commentato il procuratore di Macerata Giovanni Giorgio dopo la sentenza. Giorgio ha ringraziato i collaboratori della Procura, i magistrati, gli avvocati, anche quelli della difesa. "È stato un lavoro duro - ha aggiunto - c'è stata tanta pressione mediatica, ma noi abbiamo cercato sempre di tenere i piedi per terra". Il procuratore ha citato anche un altro processo complesso: quello di Luca Traini, l'autore del raid a colpi di pistola contro i migranti per “vendicare” Pamela condannato a 12 anni di carcere pochi mesi fa. La vicenda Oseghale comunque, secondo il procuratore, non è finita: "Questa è solo una prima tappa, probabilmente ci sarà un ricorso in appello e forse la Cassazione". Come conseguenza dell'ergastolo, la Corte d'assise di Macerata ha dichiarato per Oseghale, padre di due bimbi piccoli avuti da una compagna italiana, come pene accessorie la decadenza dalla potestà genitoriale e l'interdizione da pubblici uffici.

Oseghale presente all'udienza

Prima dell'udienza amici e familiari della 18enne hanno formato un capannello fuori dal tribunale: la madre di Pamela ha gridato "giustizia per Pamela", seguita da un applauso. L'imputato, detenuto a Forlì, oggi era presente in aula con l'ausilio di una traduttrice in inglese. Nelle repliche delle parti, il procuratore ha collocato il delitto in un contesto di violenza di genere in cui Oseghale non ha "perso momentaneamente la ragione", piuttosto ha riaffermato "il ruolo di padrone" della donna, quando lei voleva andarsene via. Oseghale, ha detto, ha "strumentalizzato Pamela come un giocattolo" per soddisfare le sue voglie sessuali. Diversi i capisaldi dell'accusa: le coltellate al fegato, secondo i consulenti medico legali della Procura, vennero sferrate quando era viva; lo smembramento del cadavere comprendente asportazioni di varie parti sarebbe avvenuto per occultare le tracce dell'omicidio e dello stupro; le dichiarazioni dell'ex collaboratore di giustizia Vincenzo Marino secondo cui Oseghale gli confessò stupro e omicidio mentre erano in carcere ad Ascoli; a sostegno della tesi accusatoria anche le tracce di liquido seminale su Pamela e di dna del pusher sotto le unghie. Sulle conclusioni medico legali, però, la difesa e i propri consulenti non concordano: non vi sarebbe - è la tesi - alcuna certezza sulla vitalità delle ferite né sull'esclusione di una morte causata da overdose. Quanto all'ex collaboratore di giustizia, secondo la difesa sarebbe inattendibile e avrebbe parlato solo per ottenere la riammissione al programma.

Data ultima modifica 29 maggio 2019 ore 21:26

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