Chi è Travis Kalanick, l'uomo che ha inventato Uber

Travis Kalanick, 42 anni, ex studente di Ucla e co-fondatore di Uber (Getty Images)
7' di lettura

Il 6 agosto compie 42 anni il creatore di una delle società private più prestigiose e rivoluzionarie degli ultimi tempi. Una storia fatta di successi e sconfitte

Ha costruito la startup più ricca del pianeta e ha inventato un nuovo modello di business, che gestisce i lavoratori attraverso una piattaforma digitale. Travis Kalanick, che compie 42 anni il 6 agosto, è il co-fondatore di Uber. I suoi modi spicci, tra innovazione e movimenti sul crinale delle norme, hanno spinto lo sviluppo della società. Ma hanno anche decretato l'addio alla sua creatura, nel giugno 2017.  

Il litigio con l'autista

Molti hanno associato per la prima volta un volto al nome di Kalanick solo nelle scorse settimane, quando in rete è comparso un filmato in cui il ceo litiga con uno dei suoi autisti, che lo accusa di avergli fatto perdere oltre 90mila dollari con la continua revisione al ribasso delle tariffe. Alla fine della clip si vede il top manager alzarsi e abbandonare l'auto sbattendo la porta, non prima di aver accusato Fawzi Kamel (questo il nome dell'autista) di non assumersi le proprie responsabilità, preferendo il "dare ad altri le colpe di quel che accade nella propria vita". Un gesto impulsivo, del quale Kalanick si è poi scusato pubblicamente, ma che ha acceso i riflettori su caratteristiche personali che chi lo conosce gli attribuiva da tempo: spregiudicatezza, aggressività e un brutto carattere.

Il passato nel peer-to-peer

Kalanick nasce a Los Angeles il 6 agosto 1972 e dopo gli studi superiori inizia a studiare ingegneria informatica alla celebre Ucla (University of California Los Angeles). Nel 1998, a poco più di vent'anni, lascia la facoltà e con due colleghi, Michael Todd e Vince Busam, si unisce a Dan Rodrigues per fondare Scour e Scour Exchange, rispettivamente motore di ricerca e piattaforma peer-to-peer per lo scambio di file multimediali. Sono gli anni d'oro della pirateria e - rispetto al più noto Napster - Kalanick e soci aggiungono su Scour la possibilità di condividere e scaricare anche file non musicali (immagini e video). Ma i primi anni 2000 sono quelli della controffensiva delle major, e Scour si infrange contro una causa miliardaria per violazione del copyright. Non si arriva a un verdetto di colpevolezza, ma la Scour Inc. non ha altra strada rispetto alla bancarotta per evitare una pesante condanna. Travis Kalanick però non si ferma e, assieme a Todd e ad altri transfughi di Scour, ci riprova con Red Swoosh, che si occupa sempre di peer-to-peer e cerca di sfruttare l'allargamento della banda e, in buona sostanza, la "velocizzazione" di Internet. Sono anni difficili, nei quali ai guadagni sognanti si sostituiscono i mesi senza stipendio. Alla fine del 2001, Travis è addirittura costretto a tornare a vivere con la famiglia.

La nascita di Uber

Nel 2007, però, concretizza la vendita di Red Swoosh ad Akamai, incassando 19 milioni di dollari. Una exit che lo mette in mostra ancora una volta come una delle giovani star della new economy e lo lancia verso l'attuale avventura. Uber, appunto, nata dall'incontro con Garett Camp. L'idea è quella di abbattere attraverso le moderne tecnologie mobile e i principi della sharing economy i costi del servizio di noleggio di auto con conducente, principalmente le più lussuose ma care "black car". Il resto è storia recente, con Uber presente in 528 città di tutto il mondo, ormai consolidata come soggetto internazionale, e Kalanick ufficialmente nell'olimpo dei top manager della Valle, fra ricchezza e successo sbandierato, anche con le donne. L'azienda californiana incassa però anche critiche feroci. Alla proteste dei competitor - i tassisti su tutti - si sono aggiunte le perplessità di diversi governi, autorità locali (Londra aveva sospeso la licenza perché il servizio non era ritenuto sicuro) ed extra statali, come l'Unione europea, sulla natura di Uber (servizio digitale o di trasporto?) e sulla conformità alla legge del suo modus operandi. Arrivano le polemiche sulla privacy, sulle responsabilità in relazione alla condotta dei driver, sull'uso di un programma segreto per evitare i controlli e sulle accuse di sessismo e molestie all'interno dell'azienda fatte nel febbraio 2017 dalla ex dipendente Susan J. Fowler. E poi, ancora, una causa milionaria da parte di Google per le auto a guida autonoma e la campagna #DeleteUber, che ha visto la cancellazione volontaria di centinaia di migliaia di account da parte di vecchi utenti.

I dubbi sul metodo Kalanick

Il 7 marzo 2017, in piena tempesta, Kalanick non immaginava ancora che, di lì a poco, avrebbe lascito la sua società. Comunica ufficialmente sul blog di Uber di essere alla ricerca di un Chief operating officer (Coo): ovvero un manager che lo possa affiancare "per scrivere assieme un nuovo capitolo del nostro viaggio". Per la stampa specializzata è l'ammissione implicita che spregiudicatezza e fiuto per gli affari, da soli, non bastano. Acuto quanto rude, Travis Kalanick ha creato un business che funziona a meraviglia (ha accusato solo parzialmente, a livello finanziario la campagna #DeleteUber) ma, con i suoi modi di fare, ha messo la sua azienda in difficoltà. Il mercato attuale non si accontenta di eccellenti risultati, ma richiede anche uno storytelling adeguato e un'immagine più affascinante possibile, per funzionare. "In questo caso forse quello che servirebbe a Uber non è tanto un nuovo Coo, quanto un nuovo Ceo", scrive ai tempi Wired. Ed è proprio quello che succede.

L'addio alla società

Kalanick è ancora il ceo e il principale azionista ma viene messo sempre più ai margini. Prima opta per un periodo di congedo, poi, spinto dalle pressioni degli azionisti, si dimette da ceo nel giugno 2017. Al suo posto arriva, dalla fine di agosto, Dara Khosrowshahi, che fino a quel momento aveva guidato la crescita di Expedia. Il cambio di strategia pare subito evidente, anche e soprattutto dal punto di vista comunicativo. Khosrowshahi si dimostra più collaborativo con gli autisti, concede loro alcune condizioni a lungo richieste. Si accorda in tribunale nella causa per furto di brevetti mossa da Waymo (Alphabet) e preferisce discutere piuttosto che scontrarsi con legislatori e autorità locali. Lo ha sottolineato lo stesso ceo lo scorso maggio, durante la conferenza parigina VivaTech. Appena arrivato alla guida di Uber, il manager ha raccontato di aver affrontato tre sfide: ha cambiato la governance ("il board è tornato unito"); la cultura d'impresa ("Uber ha cambiato i propri valori") e la strategia del gruppo ("La mobilità non passa solo dalle auto"). Tre segnali di discontinuità con Kalanick. Nonostante il passo indietro, il fondatore è però rimasto ancora per alcuni mesi una figura ingombrante, perché azionista forte della società. Il saluto a ogni volontà d'indirizzo è arrivato solo nel gennaio 2018, quando Kalanick ha venduto buona parte della propria quota al nuovo azionista di riferimento, Softbank. Un'operazione che ha sancito l'addio definitivo a Uber, ma ha ingrossato di parecchio il portafoglio dell'ex ceo: il suo patrimonio stimato, di 4,8 miliardi di dollari, rende Travis Kalanick uno dei 500 uomini più ricchi del pianeta.

La nuova avventura

Dall'inizio dell'anno, Kalanick ha preferito tenere un profilo basso. Non si conosce molto della sua vita privata né dei suoi nuovi progetti. Con una eccezione: a marzo ha fondato un proprio fondo d'investimento, 10100 che, ha specificato in un tweet, si pronuncia "ten-one-hundred", cioè "dieci-cento". All'interno della sua creatura confluiranno sia le sue attività finanziarie "for-profit" (per guadagnare) sia quelle no-profit. Il fondo dovrebbe concentrarsi su più settori, dall'immobiliare all'e-commerce fino al sostegno dell'innovazione in Cina e India. Il suo nome potrebbe essere un indizio sulle società target: le startup comprese tra i 10 e i 100 dipendenti, cioè quelle che di solito offrono maggiori potenzialità di crescita.  

 

Data ultima modifica 04 agosto 2018 ore 10:30

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