Carrie Soto is back, in sviluppo la serie prodotta da Serena Williams tratta dal romanzo

Serie TV

Camilla Sernagiotto

Immagine a sinistra da Amazon (la copertina del romanzo "Carrie Soto is Back", immagine a destra da Getty Images (Serena Williams)

L’adattamento televisivo del romanzo Taylor Jenkins Reid pubblicato nel 2022 è attualmente in fase di sviluppo, con conferme arrivate a febbraio 2026 riguardo alla sua realizzazione per Netflix. Non è stata ancora resa nota una data di debutto, ma l’obiettivo della produzione è trasferire al più presto sullo schermo le vicende della tennista raccontata nel libro (che molto ha da spartire con la produttrice esecutiva della serie, Serena Williams, e con sua sorella Venus)

Chi ama i progetti che dalla pagina giungono alla serialità incorniciata dal piccolo schermo, sarà di certo entusiasta dell’ascesa televisiva di Carrie Soto Is Back. 

Si tratta del romanzo di Taylor Jenkins Reid che da tempo si sapeva essere destinato a diventare una delle serie televisive più attese di Netflix (visibile anche su Sky Glass, Sky Q e tramite la app su Now Smart Stick), con Serena Williams coinvolta nel progetto come produttrice esecutiva.

L’adattamento televisivo del romanzo di Jenkins Reid è attualmente in fase di sviluppo, con conferme arrivate a febbraio 2026 riguardo alla sua realizzazione per la famosa piattaforma di streaming. Non è stata ancora resa nota una data di debutto, ma l’obiettivo della produzione è trasferire al più presto sullo schermo le vicende della tennista raccontata dalla penna di Taylor Jenkins Reid (che, come vedremo di seguito, molto ha da spartire con la produttrice esecutiva della serie, Serena Williams, e con sua sorella Venus). 

 

Al centro della storia non c’è soltanto il ritorno agonistico di una campionessa. C’è la volontà ostinata di una donna che rifiuta di essere archiviata, resa innocua o trasformata in un personaggio accomodante. Ed è proprio questa radicalità a rendere Carrie Soto Is Back un’opera profondamente attuale, perfettamente in sintonia con le dinamiche complesse della narrazione seriale contemporanea.

Ci sono romanzi che non si limitano a raccontare una vicenda, ma mettono in discussione l’immaginario collettivo che circonda il successo, l’ambizione e il talento. Quando questo accade, la loro trasposizione per il piccolo schermo non rappresenta una semplice operazione narrativa, bensì un banco di prova culturale. È quanto sta avvenendo con Carrie Soto Is Back.

Carrie Soto trae ispirazione dalle sorelle Williams

Come annunciato in esclusiva dal magazine americano Deadline, nel progetto seriale di Carrie Soto Is Back lo sviluppo vede la collaborazione di Fifth Season e Picturestart come co-studi, mentre il team dei produttori esecutivi include Caroline Currier tramite Nine Two Six Productions e Brad Mendelsohn attraverso Circle Management + Production.

La sceneggiatura e la produzione esecutiva sono affidate a Amanda Kate Shuman, che ricopre anche il ruolo di showrunner, garantendo continuità creativa e visione narrativa coerente.

 

Sebbene il personaggio di Carrie Soto non sia basato direttamente su Serena Williams, la sua figura trae ispirazione dalla carriera delle sorelle Williams, come confermato dall’autrice Taylor Jenkins Reid, che ha dichiarato come il rispetto per Serena e Venus abbia influito sulla stesura del libro. Anche l’adattamento televisivo sarà liberamente modellato sulle esperienze di Serena Williams, che vanta già una significativa esperienza da produttrice, avendo realizzato la docuserie In the Arena: Serena Williams (2024) e il film King Richard (2021), incentrati sull’infanzia e gli esordi sportivi delle sorelle.

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Il romanzo: gloria, isolamento e ostinazione

Pubblicato in Italia da Mondadori, il romanzo Carrie Soto is Back segue la traiettoria del personaggio messo a titolo, Carrie Soto appunto, icona del tennis mondiale e titolare di un primato apparentemente inespugnabile: venti titoli Slam. Una cifra che pesa come un monumento e che definisce l’intera identità pubblica della protagonista.

 

Carrie Soto non ha mai cercato consenso. Né il pubblico né la stampa l’hanno mai considerata simpatica. Il suo carattere inflessibile, la disciplina maniacale e un agonismo spinto fino al limite le sono valsi un soprannome emblematico: “la Virago”. Un’etichetta che Carrie Soto non tenta di smontare, quasi fosse una medaglia alternativa, cucita addosso insieme ai trofei.

 

Il punto di rottura arriva quando, a distanza di anni dal ritiro, una giovane promessa del tennis, Nicki Chan, si avvicina pericolosamente al suo record. Di fronte alla prospettiva di vedere infranto il primato che ha definito la sua esistenza, Carrie Soto compie una scelta che appare fuori tempo massimo: tornare in campo a trentasette anni. Lo fa consapevole dei limiti di un corpo che non risponde più con la stessa prontezza e sapendo che l’opinione pubblica è pronta a giudicarla ancora.

Nel costruire questa parabola, l'autrice del romanzo, Taylor Jenkins Reid, non si limita a tratteggiare un mito sportivo. Indaga piuttosto il modo in cui l’identità femminile viene percepita quando non si piega all’aspettativa della conciliabilità. Carrie Soto non supplica comprensione. Pretende riconoscimento. Il suo ritorno non è un gesto nostalgico, ma un atto di rivendicazione.

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La sfida dell’adattamento: un’eroina scomoda

Il progetto seriale in sviluppo per Netflix nasce con un intento preciso: evitare di addolcire il personaggio. La scrittura e la produzione sono affidate ad Amanda Kate Shuman, chiamata a preservare l’ambiguità morale di Carrie Soto, la sua durezza, il suo isolamento emotivo.

 

La partecipazione di Serena Williams come executive producer assume un significato che va oltre la dimensione promozionale. Pur essendo una figura di finzione, Carrie Soto dialoga apertamente con le biografie reali delle grandi campionesse: atlete celebrate per i trionfi, ma spesso criticate per il temperamento, giudicate più per il carattere che per i risultati.

La serie promette inoltre di espandere l’universo narrativo del libro. Troveranno maggiore spazio il legame con il padre e allenatore Javier, la relazione irrisolta con Bowe Huntley e il conflitto costante tra ambizione e fragilità. La forma seriale consente di scavare nei silenzi, di dare corpo al peso psicologico che comporta l’essere sempre la migliore.

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Sport e identità: una questione di potere

La forza di Carrie Soto Is Back, tanto sulla pagina quanto nel futuro adattamento televisivo, risiede nella sua dimensione simbolica. Non si tratta di un discorso ideologico, ma di una riflessione sulla rappresentazione del potere e del genere. La vicenda pone una domanda diretta: cosa accade quando una donna non intende piacere? Quando non smussa il proprio talento per risultare accettabile?

 

Il tennis diventa così un dispositivo narrativo che mette in scena controllo e disciplina, ma anche esposizione mediatica. Ogni partita è uno scontro con l’età che avanza, con lo sguardo pubblico, con una narrazione dominante che tende a concedere alle donne vincenti uno spazio temporale limitato.

Se l’adattamento manterrà intatto questo impianto, Netflix potrà trasformare la storia di Carrie Soto in una riflessione più ampia sul tempo che passa, sulla memoria sportiva e sulla possibilità di riscrivere il proprio epilogo.

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Una protagonista imperfetta per una serialità contemporanea

La forza dell’operazione risiede in una combinazione rara: un personaggio femminile non conciliatorio, una struttura narrativa già fortemente visiva e un immaginario sportivo che interroga identità e potere. Taylor Jenkins Reid costruisce i suoi romanzi come biografie emotive, e questa caratteristica si presta naturalmente alla dilatazione temporale della serialità.

 

Ogni incontro sul campo può diventare una resa dei conti interiore, ogni intervista una forma di processo pubblico. Carrie Soto non lotta soltanto per difendere un record, ma contro l’oblio, contro l’idea che il successo femminile abbia una scadenza implicita.

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Un passaggio di formato senza tradire l’essenza

La serie tv Carrie Soto Is Back non promette una trasformazione morale della protagonista. Non annuncia una Carrie più indulgente o più amata. Propone, piuttosto, una figura coerente con se stessa, disposta a pagare il prezzo della propria determinazione.

 

Nel transito dalla carta allo schermo, Carrie Soto resta ciò che è sempre stata: una donna che ha scelto la vittoria come cifra identitaria, anche quando il mondo intorno a lei le suggeriva di fermarsi. Ed è proprio questa coerenza, tanto rara nella narrativa quanto nella produzione seriale, a rendere il progetto di Netflix uno dei più significativi nel panorama televisivo contemporaneo.

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