L’Arminuta, significato e trama del film tratto dal bestseller di Donatella Pietrantonio

Cinema

Camilla Sernagiotto

Adattamento del romanzo vincitore del Premio Campiello 2017, racconta la storia di una tredicenne che viene restituita alla famiglia d'origine, a cui non sapeva di appartenere. La sua vita cambia all’improvviso, facendola passare dall’affetto esclusivo che le riservavano nell’ex casa confortevole in cui viveva da figlia unica a una vita che le sta stretta. Diretto da Giuseppe Bonito e in uscita oggi, scopriamo assieme tutto di questa pellicola. Incominciando dal significato della parola abruzzese messa a titolo

Esce oggi al cinema L’Arminuta, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo bestseller di Donatella Pietrantonio, vincitore del Premio Campiello 2017.
Diretto da Giuseppe Bonito, il film racconta la storia che già nelle pagine scritte dall'autrice abruzzese ci aveva letteralmente (e letterariamente) ipnotizzato.

Una ragazzina di tredici anni viene restituita alla famiglia d'origine, a cui non sapeva di appartenere. La sua vita cambia all’improvviso e in maniera drastica, facendola passare da quell’affetto esclusivo che le riservavano nell’ex casa confortevole in cui viveva come figlia unica a una nuova esistenza per lei inedita. Che le sta stretta.

 

La trama ambienta questo dramma negli anni Settanta, proprio a metà di quel decennio: siamo nell'estate del 1975 e viene narrata la storia devastante di una poco più che bambina e poco meno che adolescente, un essere umano nella fase più delicata della sua transizione dall'infanzia alla maturità che verrà catapultata in un mondo che non le appartiene.

 

ATTENZIONE: il seguente articolo contiene spoiler. Se non avete letto il libro da cui il film è tratto e se siete quel tipo di spettatori che non vogliono sapere alcunché della trama, allora il consiglio è di andare a vedere al cinema il film "L'Arminuta" (che esce proprio stasera) e poi tornare qui a leggere quanto segue. Vi aspettiamo.

Una trama e un cast eccezionali

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Oltre ad avere dalla propria un romanzo davvero eccezionale, questo film può contare anche su un cast da chapeau: la talentuosa Sofia Fiore è la protagonista, l’Arminuta messa a titolo. Questo sarà il soprannome con cui scoprirà che tutti la chiamano nel paese, vedremo nei prossimi paragrafi cosa significa. Da notare come il vero nome della bambina non verrà mai pronunciato, esattamente come nel romanzo di Donatella Pietrantonio. Per una spersonalizzazione e una perdita di identità totali.

 

La giovanissima interprete è affiancata da tanti altri colleghi giovani e meno giovani, tutti da plauso di critica e pubblico, ossia Carlotta De Leonardis (nel ruolo della sorellina di 10 anni, Adriana), Vanessa Scalera (che interpreta la madre della protagonista), Fabrizio Ferracane (il padre), Elena Lietti (è Adalgisa, la madre adottiva), Andrea Fuorto (alias Vincenzo), Stefano Petruzziello (Sergio) e Giovanni Francesco Palombaro Fiorita (Riccardo).

 

Si tratta di una coproduzione italo-svizzera che vede coinvolti Roberto Sbarigia per Maro Film, Maurizio e Manuel Tedesco per Baires Produzioni e Javier Krause per Kaf con Rai Cinema. Il film è realizzato con il sostegno di Lazio Cinema International - Regione Lazio e Mic.

Un tredicenne la cui vita cambia improvvisamente

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Nell'agosto del 1975 una ragazzina di 13 anni sale le scale di una casa malmessa, mentre porta con sé una valigia e una borsa piena di scarpe. Questo bagaglio è tutto ciò che resta della vita precedente. Dentro ha stipato dei libri e dei vestiti.

 

Alla fine di quella scala la aspetta una nuova vita. La attende la famiglia in cui è nata, quella madre e quel padre che, quando lei aveva pochi mesi di vita, l'hanno ceduta a dei cugini benestanti. Ma all'improvviso, senza che lei ne conosca i motivi, la coppia di parenti che fino a quel giorno l'hanno cresciuta come una figlia (una figlia unica con tutte le attenzioni riservate a un figlio solo) ha deciso di restituirla alla sua numerosissima famiglia.

I dubbi che arrovellano (dai tempi di Omero, Shakespeare & Co.)

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Non c'è buon libro (e conseguente adattamento cinematografico) in cui non sia il dubbio atavico il vero protagonista. Ce lo insegna la storia (anzi la letteratura): da Omero a Shakespeare, è il dubbio che rende vero, intelligente, vivo e sanguigno ogni racconto. E ben prima dell'epos e dellla drammaturgia shakespeariana, a insegnarcelo è stato uno dei più grandi bestseller della storia dell'editoria mondiale: la Bibbia.  

 

Ne L'Arminuta la ragazzina si arrovella nel dubbio, chiedendosi se è lei che ha sbagliato qualcosa oppure se è colpa della malattia che ha colpito Adalgisa, la donna che ha sempre creduto essere sua madre.

 

Nonostante si arrovelli, il suo destino è stato deciso per una seconda volta dagli adulti, senza interpellarla. Senza permetterle di scegliere o di commentare l'altrui scelta. Da quel momento in poi tornerà a vivere da dove è arrivata.

 

Una porta, quella in cima alle scale, che è molto più di quel che è, molto più di un elemento scenico. È un simbolo, uno spartiacque oltrepassato il quale non si potrà più tornare indietro.

E non è una scelta casuale il fatto che quella porta si trovi in cima a una lunga e ripida scala. Tutto torna. Come la protagonista, suo malgrado. Che imparerà che non solo tutto torna ma che anche panta rei.

 

Oltre a quella porta troverà una donna che la guarda con uno sguardo stanco e distratto: è sua madre, quella vera. Oltre a lei ci sono tantissimi fratelli che, benché siano sangue del suo sangue, per lei sono solamente degli estranei. Non da meno si rivela il padre, duro e silenzioso.

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Come può essere il cuore di una bambina di soli 13 anni che si ritrova nel bel mezzo di un'esistenza talmente sconvolta? Devastato, ovviamente.

La ragazza vorrebbe andarsene, scomparire, persino morire. Però non può e con quella forza e quel coraggio votati alla sopravvivenza che soltanto a tredici anni puoi sperare di tirare fuori dal cilindro, si rimetterà in gioco.

 

Deve rialzarsi per sopravvivere a tutto: alle cattiverie di suo fratello Sergio, che non aveva voglia di un’intrusa in casa; alle attenzioni di Vincenzo, che non vede in lei una sorella; all’indifferenza distratta di una donna che deve chiamare mamma; alla durezza del nuovo padre, che sa come alzare le mani quando i figli sbagliano; alle regole spietate della povertà. Sono queste a governare la casa e la sua nuova vita.

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Deve sopportare non solo la vita dentro quelle mura ma anche quella al di fuori di quella porta: gli sguardi del paese, che le si incollano addosso, e le malelingue che a bassa voce bisbigliano in quel paesino per cui lei è l’Arminuta, la Ritornata.

 

Vergogna, disagio e senso di estraneità la accompagnano come un’ombra e come una lettera scarlatta, mentre muove i primi passi nella sua nuova vita e, tenace, cerca di capire se non ci sia il modo di tornare indietro, o almeno, di conoscere la verità. Perché è stata restituita?

Il mistero come ingrediente basilare

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La forza di questa trama da pelle d'oca è quella di riuscire a mescolare innumerevoli filoni letterari e di entertainment, addirittura quelli dell'intrattenimento puro del giallo e del mistero.

 

Alla fine la ragazza diventerà anche una sorta di detective della propria esistenza, intenzionata a ogni costo a conoscere la verità per sapere come mai la sua vita di prima si è fermata.
E come in ogni giallo, in ogni detective story e in ogni capolavoro dell'anima che si rispetti c'è sempre un alleato, anche in questo caso la protagonista potrà contare su qualcuno: una bambina di dieci anni, sua sorella Adriana.

Un’alleata che la aiuterà ad andare avanti, a sopravvivere alla vita

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Adriana è la sua sorella ritrovata. A unirle sarà qualcosa di ben più profondo di un legame di sangue: le unisce il disagio e la solitudine, il sentirsi un pesce fuor d'acqua, l'essere intaccate dal male di vivere. Non un male di vivere esistenziale: male di vivere proprio quella vita, quel tipo di esistenza.

 

Anche Adriana non riesce ad adattarsi a un mondo di adulti incapaci di affetti e di parole. La sorellina diventerà per la protagonista una guida, un Virgilio che le insegnerà le regole del suo nuovo Inferno, quell’Inferno in cui è piombata dopo tredici anni di vita in Paradiso. Ma lei vuole a tutti i costi scoprire quali sono i motivi di quella sua caduta agli inferi, nella speranza magari di potersi pentire, purgare e ritornare degna di tornare da dove è venuta.


Troverà comunque quel conforto dell’anima - che è l'unico vero nutrimento della vita - nell’amore: mentre gli adulti smarriscono ogni occasione di riscatto, restano queste due bambine. Capaci, nonostante tutto, di riconoscersi come sorelle e di sopravvivere grazie alla forza di quell’amore.

Cosa significa "arminuta"

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“Arminuta” è un termine dialettale del vernacolo abruzzese che significa “ritornata” o, più passivamente, “restituita”.

 

Ma questa parola in questo preciso contesto assume un valore ben più profondo: è il termine chiave di un viaggio a ritroso nella propria vita, un ritorno sui propri passi che inizialmente verrà visto come un tornare indietro, anche metaforico. Oltre a un precipitare, dall’alto di una vita agiata e piena di attenzioni al basso di un disagio economico-sociale-affettivo, quello di una nuova famiglia (che in verità è la vecchia famiglia, quella d'origine) così lontana dal milieu in cui la ragazza è cresciuta.

 

Ma quel ritorno alla fine sarà invece un viaggio di iniziazione, una progressione, un andare avanti. Perché ciò che dimostrerà questa ragazzina è che l’uomo si adatta per istinto alla sopravvivenza. L’Arminuta ha in sé tante influenze di genere narrativo ma in qualche modo parla anche di scienza, di natura, di specie umana.

 

La storia di un’orfana degli affetti, una bambina che si ritrova a non avere più una madre benché ne abbia addirittura due (una naturale e una adottiva). Rigettata, "abortita" a livello affettivo per ben due volte, il suo dolore diventerà una voragine incolmabile. Ma l’amore di una sorella che troverà sul suo cammino cicatrizzerà quella ferita devastante. E la guarirà. Perché si guarisce sempre, "basta" trovare il balsamo dell'amore.

Temi universali come quelli dell’identità, delle radici, della riconciliazione con il passato

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Un libro e poi, ora, un film alla cui base ci sono i temi dell’identità, delle radici, della riconciliazione con il passato, che è ciò che governa l’esistenza di ciascuno di noi, anche quelli ben più fortunati di questa giovane protagonista che davvero deve perdonare il suo passato per ciò che le è successo (per ben due volte).

 

Legami di sangue, appartenenza, rapporti filiali, sindrome dell’abbandono… Ne L’Arminuta c’è tutto, da Freud a Friends, da Dostoevskij ai Peanuts.

Le parole del regista

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“Grazie al romanzo di Donatella Di Pietrantonio ho conosciuto questa ragazzina di tredici anni della quale non sapremo mai il nome, ma solo il soprannome, l’Arminuta, che nel dialetto abruzzese significa la ‘ritornata’. La sua storia accade a metà degli anni settanta e comincia il giorno in cui viene restituita alla famiglia cui non sapeva di appartenere. All’improvviso perde tutto ciò che aveva contraddistinto la sua vita: una casa confortevole, le amiche più care, l’affetto esclusivo riservato a chi è figlio unico. Si ritrova catapultata in un mondo nuovo, estraneo e rude che sembra appena sfiorato dal progresso e a dover condividere lo spazio di una casa piccola e buia con altri cinque fratelli in una dimensione a tratti ostile e promiscua. In questa storia tutto è fortemente polarizzato: la città di mare e il paese dell’entroterra, la modernità e l’arcaicità, il benessere borghese e la povertà rurale, l’italiano corretto come viene parlato alla tv e il dialetto stretto che si parla nella nuova casa”, racconta il regista Giuseppe Bonito, qui al suo terzo film da dietro la cinepresa (dopo Pulce non c’è, Premio speciale della Giuria al Festival di Roma – Sezione Alice nella città, e Figli - scritto da Mattia Torre - con Valerio Mastandrea e Paola Cortellesi, Nastro d’Argento come miglior commedia e Nastro d’Argento per la migliore interpretazione in un film commedia a Valerio Mastandrea e Paola Cortellesi. E Bonito ha ottenuto la candidatura come miglior regista esordiente ai Nastri d’Argento).

Impossibile non affezionarsi all'ArminUta

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Come tutti noi, lettori e spettatori, anche Giuseppe Bonito in primis, da lettore e poi da primo spettatore (il regista è il primissimo occhio) non può che affezionarsi incredibilmente all’Arminuta.

 

Chi non vorrebbe entrare lì dentro, in quella casa spoglia, sporca e lungi dall’essere accogliente, prendere in braccio l’Arminuta e portarsela via?

 

“E in mezzo c’è lei, l’Arminuta, che è sempre l’una e l’altra cosa insieme, figlia di due madri e di nessuna. Alle domande che la ossessionano nessuno sembra potere o volere dare una risposta. Perché è stata restituita? Perché proprio lei è stata data via quando è nata? Il film, così come il romanzo, racconta un anno di vita di questa ragazzina alle soglie dell’adolescenza, un periodo che segnerà la sua vita per sempre, in cui sperimenterà il dolore e la durezza ma anche l’amore, la dolcezza e la bellezza a tratti feroce che la vita riserva”, continua il regista.

 

“Mi piacerebbe che la narrazione restituisca soprattutto due cose: da un lato lo sguardo de l’Arminuta, che è testimone suo malgrado, e dall’altro il magma incandescente dei sentimenti laceranti che questa storia contiene. L’Arminuta affronta una delle paure più profonde di ogni individuo, quella di perdere le persone dalle quali dipende la propria felicità ed è anche il racconto del contrasto tra il destino e la volontà dell’essere umano”, conclude Giuseppe Bonito.

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