Cantine Planeta, da Selinunte all'Etna: arte, vino e i dieci anni di Teatro in Vigna
Spettacolo
Non si torna nei luoghi in cui si è stati bene, dice la superstizione. Il secondo viaggio nelle cantine Planeta la smentisce. Dal Parco archeologico di Selinunte allo studiolo Ulysses dell'Ulmo, dal teschio di marmo di Monira Al Qadiri ai neon di Claire Fontaine e ai numeri di Mario Merz sull'Etna, fino al tutù rosa di Ciccio Speranza che chiude i dieci anni di Teatro in Vigna. Dove il vino non è mai soltanto vino e l'ospitalità porta ancora il nome greco di xenia. E dove il ritorno non tradisce il ricordo
C'è una regola non scritta del viaggiatore sentimentale, una di quelle superstizioni che ci si porta appresso come un santino nel portafogli: non tornare mai nei luoghi in cui si è stati bene. Perché il secondo viaggio è quasi sempre la vendetta del primo, un confronto perso in partenza, la fotografia che non regge il ricordo. Sicché, quando ho rimesso piede in Sicilia per la decima edizione dello Sciaranuova Festival, il Teatro in Vigna della famiglia Planeta, mi portavo appresso una discreta razione di scaramanzia. Avevo torto, e ammetterlo è il piacere più grande di questo racconto. Eraclito sosteneva che non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume. Nemmeno si cammina due volte nella stessa vigna, giacché nel frattempo il vigneto ha cambiato annata, l'artista ha lasciato un'opera nuova. Il posto è lo stesso e non lo è più.
L'anno scorso avevo scritto della meraviglia. Quest'anno la parola giusta è un'altra, ed è greca: xenia, la legge dell'ospitalità che Zeus proteggeva in persona e che nell'Odissea ritorna come un comandamento. Da Menfi a Vittoria, da Capo Milazzo a Castiglione di Sicilia fino a Noto, nelle sette tenute Planeta l'ospite non è un cliente da profilare. Niente fuffa di marketing, niente pose, niente ricchi premi e cotillon. Sei a casa, punto. Il che, di questi tempi, è quasi un gesto sovversivo.
Selinunte all'alba, ovvero il Jurassic Park dell'archeologia
Si comincia di prima mattina, con Vito Planeta al Parco archeologico di Selinunte, il parco archeologico più grande d'Europa. La luce delle prime ore sulle colonne rialzate fa un mestiere che nessun direttore della fotografia saprebbe replicare in postproduzione. E accade una cosa curiosa: davanti a quei tamburi di pietra rovesciati dai terremoti, ai capitelli dorici sparsi come vertebre, l'archeologia smette di essere una disciplina e diventa un film di Spielberg. È il Jurassic Park dei templi, con lo stesso brivido infantile e sacro, la stessa sospensione del respiro davanti a creature enormi che non dovrebbero più essere qui e invece ci sono. Ma non è una visita di cortesia. Qui Planeta finanzia Una passeggiata lunga e magnifica, l'itinerario curato da Giuseppe Barbera con l'architetta paesaggista Tiziana Calvo e la consulenza di Manlio Speciale, che ricuce le Case del Viaggiatore, il Baglio Florio, la foce del Modione e le architetture rurali attraverso specie autoctone aridoresistenti, zone d'ombra, sedute in materiali naturali. Il ricavato arriva da un'edizione limitata di Jéroboam di Chardonnay Planeta 2024, quella con l'etichetta speciale di Claire Fontaine. Un'emoji di fuoco che si converte in ombra: come circolarità, difficile fare meglio.
Non è una digressione da turista. Selinunte è stata la prima tappa della residenza nomade che nell'ottobre del 2025, in piena vendemmia, ha portato Monira Al Qadiri ad attraversare l'isola per la decima edizione di Viaggio in Sicilia. Da Selinunte a Enna, dal Cretto di Burri a Gibellina all'Etna, da Noto a Palermo, fino alle collezioni paleontologiche del Museo Gemmellaro. Tenete a mente quest'ultimo indirizzo, perché tra poche righe torna, e torna sotto forma di teschio.
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Ulysses, la biblioteca di uno zio che giocava a poker con il destino
Nel cuore della Tenuta dell'Ulmo, a Sambuca di Sicilia, sulle sponde del Lago Arancio, c'è una costruzione cinquecentesca che dall'ottobre del 2024 si chiama Ulysses. È uno studiolo, parola bellissima e desueta, e insieme una biblioteca. Custodisce i libri fisici che appartenevano a Vito Planeta senior, scomparso nel 2023, fratello di Alessio, zio di Vito junior e fondatore del percorso culturale dell'azienda. Il nome viene dalla sua ossessione più magnifica, quel James Joyce che di ossessioni se ne intendeva.
Vito junior lo racconta con l'affetto ruvido e antiretorico di chi non vuole fare il monumento: uno zio ironico, con una biografia da romanzo picaresco, pubblicitario in Publitalia, poi grande viaggiatore, poi giocatore professionista di Texas Hold'em, e sempre con la Sicilia come centro di gravità permanente. Sugli scaffali ci sono libri assolutamente interessanti e libri assolutamente inutili, ironici, che in una biblioteca rigida e convenzionale non entrerebbero mai. Ed è proprio lì, in quella convivenza tra il capolavoro e il divertissement che si vede il ritratto. Perché le persone somigliano alla loro biblioteca molto più di quanto somiglino ai loro necrologi.
A tenere insieme il tutto è un allestimento che deriva da Corpo fragile, l'opera di Ignazio Mortellaro dedicata alla siccità, trasformata dall'artista in libreria, tavolo conviviale e luogo di lettura. Un'opera che parla di stagioni e di pioggia con la stessa materia con cui si tiene su un libro. Sopra, due lavori di Claire Fontaine: Ulisse Brickbaun mattone avvolto nella copertina morbida dell'Ulisse di Joyce, e On Fire, una light box che riproduce l'emoji della fiamma. Ed è proprio da questa fiamma che è nata l'etichetta speciale della trentesima vendemmia dello Chardonnay Planeta, una bottiglia su sei per non sconfinare nella decorazione, quella che stamattina ci ha portati a Selinunte: il tema del fuoco arriva dalla grande stagione degli incendi di qualche anno fa, e la risposta, invece di restare denuncia, si è fatta alberi. Digitalizzare va benissimo, per carità. Ma il piacere di sfogliare una pagina, in una stanza di pietra affacciata su un lago, non lo sostituisce nessun cloud.
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Falconeri, il teschio del ciclope che non era un ciclope
A pochi passi dallo studiolo, in una piccola corte rurale rigenerata dall'arte contemporanea, c'è l'opera che dà il senso a tutto il resto. Si chiama Falconeri, l'ha realizzata Monira Al Qadiri, artista kuwaitiana nata in Senegal, cresciuta durante la guerra del Golfo, formatasi in Giappone, residente a Berlino. È un teschio di abbacinante e ipnontica bellezza in marmo di Carrara, selezionato blocco per blocco dall'artista insieme a Vito junior, e riproduce il cranio del Palaeoloxodon falconeri, l'elefante nano che popolava la Sicilia preistorica.
Qui la faccenda diventa vertiginosa. Il cranio dell'elefante nano ha una grande cavità nasale centrale, e chi lo trovava nelle grotte dell'isola poteva scambiarlo per il teschio di un gigante con un occhio solo. Da qui, secondo una celebre ma discussa ipotesi, potrebbe essere nata l'immagine del Ciclope, e con essa un pezzo dell'Odissea e di quello che continuiamo a chiamare Occidente. Al Qadiri lavora da sempre sul fraintendimento come motore della storia, sulle forme grottesche e iperboliche che l'errore produce, e qui firma la sua ipotesi più elegante: il mito è un errore di catalogazione che ha avuto molta fortuna. Che il tutto accada mentre nelle sale c'è l'Odissea di Christopher Nolan è una di quelle coincidenze che uno storyteller a pagamento non oserebbe inventare.
Il bello, e Vito lo racconta ridendo, è che con gli artisti di casa il patto salta sempre nella stessa direzione. Tu commissioni un'opera, e finisce che l'artista si trasferisce in Sicilia. È successo con Claire Fontaine, il duo formato da Fulvia Carnevale e James Thornhill, stabilitosi a Palermo nel 2017 e poi protagonista della residenza Planeta tra la vendemmia del 2018 e l'inaugurazione del 2019, la cui serie Stranieri ovunque – Foreigners Everywhere, avviata nel 2004, ha dato il titolo alla Biennale di Venezia del 2024. E, almeno secondo l'ironica previsione di Vito, potrebbe succedere anche con Al Qadiri. Sicché il vero prodotto di Viaggio in Sicilia, arrivato ai vent'anni e alla decima edizione, non sono le opere. Sono le persone che restano.
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Eruzione 1614, ovvero come dire vulcano senza poter dire Etna DOC
Poi si beve, che è il modo più rapido per capire un territorio. La degustazione la guida Costante Planeta, figlio di quell'Alessio, affabulatore impareggiabole e fascinoso, che nel 1995 firmò il primo Chardonnay di casa e che, trent'anni dopo, lo ha definito il vino che ha rappresentato la Sicilia che cambiava. Una battuta che vale un trattato di storia dell'isola, e che spiega perché il racconto parta dalla geografia prima ancora che dal bicchiere: la Sicilia come gioiello agricolo attraversato per contrade, Noto alla fine degli anni Novanta, Vittoria a cavallo del Duemila, l'Etna nel 2006, Milazzo nel 2012. Sette tenute che sono sette climi diversi, il che spiega perché qui la parola biodiversità non sia un adesivo da retro-etichetta.
La storia più bella è quella di Eruzione 1614, e ha la struttura perfetta della commedia degli errori. Nel 2006 i Planeta comprano la contrada Sciaranuova sull'Etna convinti di avere fatto l'affare della vita. Poi scoprono che per una manciata di metri quei filari restano fuori dalla denominazione Etna DOC. Un incidente che avrebbe steso chiunque, e che invece produce l'intuizione: se non puoi dire Etna, di' vulcano. Il nome viene dall'eruzione del 1614, la più lunga in epoca storica, circa dieci anni di lava, e chiunque legga quella parola pensa immediatamente a un cratere, mentre un generico versante evocherebbe al massimo una collina. Quattordici terrazze, nove di Carricante, una di Riesling, una di Pinot Nero, a un'altimetria compresa tra gli 815 e gli 860 metri. Dal 2023 i bianchi della linea escono con il tappo a vite, scelta che in Italia richiede ancora un discreto fegato, e la ragione è tecnica prima che ideologica: la membrana consente di modulare a priori l'ossigeno in ingresso, mentre il sughero, essendo un monopezzo naturale, non sarà mai scientificamente costante. Sigilli l'annata, e il vino viaggia lento.
Nel calice il Carricante fa quello che deve: taglia. C'è la parte affilata, minerale, e c'è il fuoco dell'Etna che sotto ci resta acceso. Dietro c'è la mano di Patricia Tóth, enologa ungherese approdata in Sicilia nel 2005 dopo il Friuli, il Piemonte e l'Ungheria, che Costante indica senza esitare come l'enologa dell'Etna e alla quale riconosce un tocco raro per i vini delle zone fredde. La sua è una precisione che non irrigidisce, e nel bicchiere si sente. Sullo Chardonnay, invece, il lavoro è di sottrazione: agrumi, cedro e lime al posto della nocciola e del burro che quella varietà di solito porta in dote. Un bianco snello, agile, contemporaneo. E il Didacus, selezione delle piante migliori della vigna storica dell'Ulmo, con legni francesi delle foreste dei Vosgi e di Nevers a tostatura media e leggera, dimostra che si può essere sontuosi senza alzare la voce. Poco più di due chili di uva a pianta, otto grappoli nell'ottimismo, a volte dieci, a volte sei. La finezza è quasi sempre una questione di rinunce.
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Sciaranuova, tra Fibonacci ed Ettore Majorana
Poi si sale, e si sale davvero: circa ottocentocinquanta metri sul livello del mare, sul versante nord dell'Etna, il vulcano attivo più alto d'Europa. È Sciaranuova, ed è il luogo in cui la collezione d'arte di Planeta ha scelto la strada meno invasiva possibile, quella della luce. Sulla parete di un edificio affacciato sulla valle dell'Alcantara corrono venti metri di neon blu: è Ettore Majorana di Claire Fontaine, del 2019, e riporta una frase di Leonardo Sciascia tratta da La scomparsa di Majorana, il ritratto di uno scienziato che spargeva a terra, quasi per gioco, «…l'acqua della scienza sotto gli occhi di coloro che ne erano assetati». Majorana, catanese, da ragazzo passava le estati nelle proprietà di famiglia a due passi da qui, ed è stato eletto genius loci del posto. Leggere quelle parole tra i filari di Carricante, mentre il sole se ne va, produce un cortocircuito che non saprei descrivere meglio di così: l'acqua della scienza è anche quella che irriga la vigna, e la sete è un altro nome del desiderio.
Sopra il palco, intanto, si accendono i numeri. È la Fibonacci Sequence di Mario Merz, opera del 2002, la successione di Fibonacci tradotta in cifre luminose, arrivata quassù grazie alla collaborazione con la Fondazione Merz. Vito junior la spiega con una semplicità disarmante: ogni numero è la somma dei due che lo precedono, e non è un capriccio matematico, giacché il rapporto tra due termini consecutivi tende alla sezione aurea. Forme che la natura ripete senza conoscere la matematica e che la matematica tenta, da secoli, di tradurre. In fondo alla vigna, poi, si intravedono grandi sfere di metallo. Si chiama W.A.B.A.R., cinque grandi sculture in bronzo di Monira Al Qadiri ispirate alle cosiddette Wabar Pearls, ancora non inaugurate.
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Ciccio Speranza dei Les Moustaches, il tutù rosa contro il mondo
La decima edizione del festival, intitolata con onestà spartana Dieci, un numero e basta, senza subordinate, porta la firma di Ottavia Casagrande, talentuosa direttrice artistica del Teatro in Vigna, che quest'anno ha definito il teatro il fool del nostro tempo. Vale a dire l'unico personaggio a corte cui sia concesso dire la verità al re senza finire decapitato. Si è chiusa il primo agosto con la prima regionale de La difficilissima storia della vita di Ciccio Speranza, testo di Alberto Fumagalli, regia dello stesso Fumagalli con Ludovica D'Auria, compagnia bergamasca Les Moustaches. Entra in scena Damiano Spitaleri: giovane, barbuto, irsuto, corporatura imponente, e indossa un tutù rosa. Nessuno ridacchia. Nessuna macchietta. Il pubblico, eterogeneo come sempre a Sciaranuova, capisce in tre secondi che il teatro parla a tutti, purché si abbia voglia di ascoltarlo.
Ciccio è il secondogenito di una famiglia contadina che vive ai margini, in un paese chiuso dove i giorni si susseguono inalterati e l'unica prospettiva è l'impresa agricola di famiglia. Sogna di diventare ballerino, e viene ostacolato con ferocia, per ignoranza e per pregiudizio, dal padre Sebastiano (Alberto Gandolfo), violento e cupo come un tamburo di pelle di capra in un concerto di ottavini, e dal fratello maggiore (Federico Bizzarri), che pure, nel corso dello spettacolo, regala squarci di autentica umanità e non resta mai soltanto lo scemo muscoloso del villaggio. La madre è volata in cielo troppo presto, e la si prega e basta. Manca a tutti, anche a noi in platea.
Il colpo di genio è la lingua. Fumagalli ne inventa una, mescolando espressioni arcaiche e dialettali con un idioma di sua invenzione, che verrebbe voglia di chiamare speranzese, e che sbertuccia amorevolmente l'inglese e l'esperanto, gioca con il logos e sta a metà strada tra la parlata di Brancaleone da Norcia e il nadsat dei drughi di Arancia meccanica. Spitaleri occupa lo spazio con maestria e commuove senza mai ricorrere alla pornografia dei sentimenti. Tre uomini in scena, un mondo contadino e patriarcale che oscilla tra Padre padrone dei fratelli Taviani, certo Pasolini e l'immaginario di Cinico TV di Ciprì e Maresco, eppure il risultato è originale e parla di oggi senza mai salire in cattedra. Sale in vigna, che è diverso. E fa un certo effetto che uno spettacolo scandito dalle stagioni, dai frutti e dagli ortaggi vada in scena esattamente dentro un vigneto, con il vulcano che respira alle spalle come un vecchio nume in attesa.
Comm'è bello perdere 'o tiempo
In Maccheroni di Ettore Scola, Marcello Mastroianni passeggia per Napoli accanto a Jack Lemmon e gli regala la battuta più sovversiva del cinema italiano: com'è bello perdere tempo. Ecco, il vero lusso di questi giorni non è il vino, che pure è straordinario, e non è l'arte, che pure è di livello internazionale. È il ritorno al ritmo umano, in un mondo che il tempo lo ottimizza, lo comprime, lo congela con lo sguardo di Medusa. Qui il tempo non si spreca, si assapora. E dietro tutto questo c'è un'ironia costante, mai crudele, sempre condita da una notevole autoironia, che funziona come l'angostura in un cocktail ben fatto: due gocce, e cambia tutto. Perché quassù lo sanno benissimo che sul globo terracqueo abbiamo tutti una data di scadenza.
Poi si riparte. Dal finestrino, alla periferia di Catania, l'immondizia ammonticchiata e gli uccelli che sembrano usciti da Hitchcock potrebbero rovinare la giornata a chiunque, e per un attimo ci riescono. Ma è esattamente in quel momento che il senso di tutto il viaggio si mette a fuoco. La speranza che le cose possano cambiare non è un'astrazione da convegno: è un vigneto strappato alla lava, una biblioteca costruita attorno ai libri di un uomo che non c'è più, un teschio di marmo che smonta un mito e uno spettacolo che chiede a un ragazzo grosso di ballare.
Alle spalle, intanto, il vulcano continua a fare l'unica cosa che ha sempre saputo fare: sedimentare. Sul muro di Sciaranuova la frase di Sciascia resterà accesa anche stanotte, quando non ci sarà più nessuno a leggerla, e i numeri di Merz continueranno a sommarsi uno sull'altro come si sommano le spire di una conchiglia. All'Ulmo, nel buio dello studiolo, un mattone vestito da Ulisse aspetta il prossimo che avrà voglia di aprire un libro. Non si torna mai due volte nello stesso vigneto, dicevamo. Ed è vero, giacché nel frattempo cambia la vigna, cambia la luce, cambia perfino chi guarda. Ma qualcosa, sotto la sciara, resta acceso. E la sorgente dell'arte della scienza continua a versarsi per terra, generosa e sprecona, sotto gli occhi di chi ha ancora sete.